lunedì 28 giugno 2021

Contro l'egualitarismo (di Martino Mora)

 Al contrario di ciò che pensano gli spiriti superficiali, l’anelito all’uguaglianza anzi all’egualitarismo, non si è affatto spento con la fine del socialismo reale.

Il 1968 prima, la fine del comunismo sovietico (1991) poi, hanno semplicemente spostato la tentazione egualitaria dalla dimensione sociale ed economica a quella biopolitica. Il sesso e la razza sono divenute le nuove fronte dell’uguaglianza estrema , su cui si incentra la lotta contro ogni differenza naturale e costitutiva, e la negazione di ogni gerarchia.

In realtà la prima applicazione storica dell’egualitarismo si realizzò in ambito religioso. Se il “libero esame“ di Martin Lutero fu l’introduzione dell’individualismo nella religione, il concetto ad esso correlato di “sacerdozio universale” vi introdusse l’idea di uguaglianza tra tutti i fedeli, senza più distinzione sostanziali tra sacerdoti e laici. Ma poiché non esiste autentica gerarchia che non sia spirituale, questo primo passo luterano fu radicalmente sovversivo. E aprì lo spazio alle sovversioni successive.

Al contrario di ciò che comunemente si afferma, fu il liberalismo a riprendere, attraverso la dottrina dei diritti dell’uomo, l’anelito egualitarista. I diritti dell’uomo sono infatti l’attuazione dell’uguaglianza astratta tra individui concepiti come privi di qualità, le cui differenze costitutive e le cui appartenenze comunitarie passano costantemente in secondo piano, proprio come nel pensiero economico, che concepisce anch’esso solo individui astratti. È poi la stessa logica razionalista e livellante dello Stato moderno centralizzato e burocratico, dall’assolutismo in poi.

Lo stesso stato di natura, condizione pre-sociale e pre-politica immaginata dal giusnaturalismo moderno (Hobbes, Locke, Kant e Rousseau) viene pensato come uno stato di libertà individuale e uguaglianza assolute, seppure problematiche.

Poi la Rivoluzione francese già da subito, nel 1789, afferma la sacre triade rivoluzionaria di “libertè, egalitè, fraternitè”. Subito dopo avviene però la prima frattura: l’egualitarismo democratico e sanguinario di giacobini e sanculotti rompe l’equilibrio iniziale con la libertà individualista e blasfema dei Lumi.

Successivamente, con l’affermarsi della Rivoluzione industriale e lo sfruttamento operaio su larga scala, la formazione del movimento socialista si presenta come un guanto di sfida al sistema capitalista. L’egualitarismo socialista e l’individualismo liberale entrano in opposizione. La borghesia che aveva predicato l’uguaglianza contro nobili e clero, si sente ora minacciata nella sua proprietà e persino nella sua esistenza. La borghesia capitalista si oppone con tutte le sue forze allo spettro del comunismo, che si manifesta concretamente a partire dalla Rivoluzione dell’ottobre 1917.

Questa apparente divaricazione tra l’individualismo liberal-borghese e l’egualitarismo della dottrina marxista (in realtà Louis Dumont mise genialmente in luce l’individualismo nascosto di Marx) viene superata a partire dal Sessantotto , marxista e insieme pseudolibertario: “vietato vietare” e “godere senza ostacoli“. Fu l’inizio di quella che il pensatore brasiliano Plinio Correa de Oliveira definì come la Quarta Rivoluzione: la Rivoluzione degli istinti contro la ragione, con conseguente ritorno alla barbarie, una barbarie civilizzata, ricca, tecnicizzata, ma pur sempre vera barbarie.

Il pensiero liberale così diventa liberal, riconciliandosi con l’egualitarismo che non minaccia più la proprietà privata dei mezzi di produzione. Così i plutocrati ritornano alla Sovversione (gli antesignani furono i Rockefeller, seguiti oggi dai Soros, Gates, Bloomberg, Bezos, Buffet, ecc) ora che non si sentono più minacciati nell’avere, la loro ragione di vita.

Così trionfano il pansessualismo, il femminismo l’omosessualismo, il transessualismo, il genderismo nell’ambito della sovversione sessuale; l’immigrazionismo e il meticcismo nell’ambito della sovversione etnica e razziale. Ogni differenza diventa così potenziale discriminazione, e ogni normalità secondo natura semplice costruzione sociale. Persino l’esistenza dei due sessi viene considerata un limite da superare (come si evince dal distruttivo e liberticida DDL Zan, in discussione in questi giorni al Parlamento italiano). Si sa che il motore di queste dottrine individualistico-egualitarie, ben lungi dall’essere la Russia o la Cina, è la civiltà dell’americanismo.

È facile constatare la distruttività di queste tendenze per qualsiasi tipo di ordine sociale, ed è facile intuirne la sottesa masochistica, decadente pulsione di morte, tipica di una civiltà occidentale americanizzata, sazia, opulenta, secolarizzata, desacralizzata, consumista, libertina, in rapida dissoluzione verso l’infero e il preternaturale. Fino alla possibile affermazione di quella spiritualità alla rovescia di cui vediamo già i segni.

Martino Mora

giovedì 17 giugno 2021

In memoria di Giacomo Bonacchi (di Pucci Cipriani)

 "...O morto giovinetto,

anch'io presto verrò sotto le zolle

là dove dormi placido e soletto...

 

Meglio venirci ansante, roseo, molle

di sudor, come dopo una gioconda

corsa di gara per salire un colle!

 

Meglio venirci con la testa bionda,

che poi che fredda giacque sul guanciale,

ti pettinò co' bei capelli a onda tua madre...

 

adagio, per non farti male. 

 

Mi vennero in mente questi versi de "L'Aquilone" di Giovanni Pascoli quando mi annunziarono la morte di mio nipote Gaddo... diciottenne, aveva appena iniziato l'ultimo anno di Liceo, " quando non intesa,quando non vista" sopra di lui si chinò improvvisa "la Morte con la sua lampada accesa"...

Già, Gaddo non ebbe il conforto, nei giorni dell'agonia, del padre - mio fratello "Gigetto" era scomparso in un tragico incidente stradale, quattordici anni prima, a 33 anni - non gli mancò, invece, la carezza della sua mamma su "i bei capelli a onda", quella carezza ultima che sembra voler affidare l'anima e il corpo all'eternità.

Ma Giacomo Bonacchi, trentacinque anni, Giacomino, "Il Piccino", come veniva chiamato in casa, deceduto ieri, dopo mesi di dolorosa agonia, affrontati con la forza di un leone, non ha potuto stringere la mano della sua mamma - Graziella De Matteis in Bonacchi è morta prematuramente, in pochi giorni, nel 2009, colpita da un male "cattivo", lo stesso che, poi, si è accanito sul figlio - mentre Piero, il padre, assisteva sgomento al compiersi di questa tragedia, "crocifisso", per il dolore, su una carrozzina.

E così Giacomino se n'è andato, circondato dalle premure dei suoi fratelli: Cecilia, Federico, Alessandro e Tommaso e dall'affetto dei suoi nipoti e degli altri parenti, non ultimo quello dei fratelli della mamma Graziella : Felice, Maria e Chiara...dei cugini, degli amici... e poi, dopo l'ora dell'abbandono, viene quella del raccoglimento...

"E allora - scrive Nino Salvaneschi - ci sentiamo soli, disperatamente soli...la vita fa paura (...)il letto diventa nemico. Tutti sono andati via...Soli con i pensieri, soli con i timori (...) "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? " 

(...)In verità Dio non abbandona mai...ha sofferto anche per questo momento di dubbio e di paura...bisogna perdersi senza speranza per ritrovarsi nella fede"

Cerchiamo dunque di "addomesticare" la morte e di affidarci ai ricordi facendo rivivere nella nostra mente e nei nostri cuori il tempo e le persone care; io non avrei riconosciuto, incontrandolo, Giacomo, eppure con la sua scomparsa - negli ultimi mesi cercavo di interrompere velocemente le frequenti conversazioni telefoniche con il suo zio Felice De Matteis, perché, parlando del nipote e della sua lunga agonia, si commuoveva, sentivo i singulti nella sua voce,e anche a me veniva da piangere - sembra che anche a me si sia spezzato il filo della vita, per dirla col Poliziano : " E morte il filo di mia vita ispezza"

Felice ed io avremmo potuto scrivere - si parva licet componere magnis - le "Vite parallele": nell'anno degli esami di Maturità eravamo "inseparabili"...un' amicizia che dura, ininterrottamente, senza tentennamenti, da oltre cinquanta anni, un'amicizia che ha visto anche la storia delle nostre famiglie intrecciarsi nelle alterne vicende della vita. 

Dalle nottate trascorse, davanti ad abbondanti thermos di caffè (oltre allo studio passavamo le notti a "sognare" una società "a misura d'uomo", come dicevamo allora) "ripassando" le pagine antologiche, - e com'eran belli i classici da Catullo a Tibullo, da Cesare ad Orazio,da Sant'Agostino a San Girolamo - cercavamo di imprimere nella nostra mente e nei nostri cuori i più bei florilegi di quei testi, come quello di S. Agostino preso dalle "Confessioni" "Quia fecisti me ad Te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te" (l'ho fatto scolpire sulla tomba della mia mamma) e l'altro, l'apocrifo agostiniano di padre Perico: "Se mi ami non piangere" che Felice ha messo sul suo profilo di face book per annunziare la morte del nipote...e ambedue - ma Felice era molto più bravo - componevamo versi poetici "in rima", prendendoci gioco dei tanti poetastri che, non conoscendo la metrica, imbrattavano e imbrattano tuttavia tanti fogli, in versi sciolti, credendo di essere novelli Ungaretti o Quasimodo...

Il sabato il mio babbo ci accompagnava , in macchina,da Borgo alla Villa de "Gli Ochi" dove trascorrevamo, lontani dal paese e dalle "tentazioni", due giorni di studio...oppure il dottor De Matteis, un distinto signore del Sud, Direttore dell'Ospedale di Pistoia, ci accompagnava, nella casa estiva dei De Matteis, sull'Appennino pistoiese, nella silenziosa Piteglio...("speriamo - diceva - che la montagna vi ispiri ...e che vi venga davvero la voglia di studiare...")

Ma a me dispiaceva lasciare il villino di viale Policarpo Petrocchi e soprattutto la compagnia dei suoi residenti e, soprattutto, quella della signora Elsa, dolcissima e amabile, Dama dei Gruppi della "Beata Maria Cristina" detta 'a Santa, la Regina di Napoli, madre di Francesco II, con la quale discutevo e mi confidavo volentieri, e Graziella, simpaticissima, sempre allegra e arguta, rispettivamente, la nonna e la mamma di Giacomo...la mamma e una delle sorelle di Felice.

Felice ed io avevamo le stesse "radici", culturali e politiche,e,seppur con sfumature diverse votavamo per la Destra; lui, che era (ed è) un "puro", un uomo coraggioso e coerente, che rappresentò il partito della fiamma, allora, quando molti si "nascondevano", nei tempi difficili della contestazione sessantottarda prima e degli Anni di Piombo, poi, quando si rischiava davvero la vita; dirigente del partito che fu del grande Arturo Michelini; consigliere comunale a San Marcello Pistoiese dove insegnò per anni (lessi lo scorso anno su "La Nazione" la lettera di un suo ex alunno che lo ricordava con affetto) quindi a Pistoia, unico consigliere di Destra...

Dicevo che fu un "puro", talmente puro da non sopportare alcune cialtronate dei dirigenti toscani di quel partito, rifiutando poi - posso ben dirlo - un sicuro seggio al Senato, e lasciandolo a uno dei tanti "servi" : "Perché - mi diceva - io con quella gentaglia, con i Girella, non voglio avere nulla a che fare" ripetendomi i versi del Giusti : "e buon sarà per me / se nella mia vita intera/ potrò dire d'aver meritato un sasso/ con sopra scritto : non cambiò bandiera "

Mi chiamò a Pistoia nel 1970, per una conferenza sui problemi della famiglia che tenni al Circolo San Pio X...prima della conferenza mi portò a "trovare" sua sorella Graziella che si era sposata con Piero Bonacchi, e che aveva avuto una figlia, Cecilia...che, quando arrivai, stava allattando. Fu per me una gran gioia.

Da quel momento anche Piero - che poi sarà sempre accanto a Felice (Cice) nelle sue battaglie politiche - divenne un carissimo amico... e fu con noi quando, sempre invitato da "Cice", chiusi, con due comizi,- insieme ai Presidi Romoli e Monteleone - la campagna elettorale del referendum "contro" il divorzio prima a Cutigliano e, poi, a Piteglio....con il passare degli anni, dopo la triste sconfitta del referendum, più volte tornai a Pistoia, a cominciare dalla presentazione, presso il caffè Valiani, del libro "Non sono un teologo" del cappellano militare Mons. Luigi Stefani e sempre una visita alla casa di viale Petrocchi e una alla casa di Piero e Graziella, benedetta da Dio, perché ogni volta trovavo un ragazzo in più: dopo Cecilia, Federico, Tommaso, Alessandro e Giacomino..come usava una volta nelle famiglie cristiane.

E poi, l'indissolubilità, nel dolore, delle nostre famiglie...la morte di mio fratello Luigi e quella di Graziella, la sorella di Felice...la morte di mio nipote Gaddo e quella del nipote di Felice, Giacomo.



Non sono andato ad accompagnare Giacomo all'estrema dimora tra i "poveri morti, soli / nei muti camposanti", ma quel ragazzo l'ho sentito e lo sento vicino, insieme alla sua mamma, quando per lui recito le mie preghiere e ieri sera all'ora in cui, padre Terenzio ha celebrato per lui, "ad memoriam", la S. Messa in latino, nel rito romano antico, la Messa della Chiesa, la Messa cattolica, la Messa di sempre e di tutti, sembrava che Giacomo mi sorridesse divertito per la mia polemica.

Da tempo ormai - e non solo per i "mali" che da due anni si sono abbattuti su di me - non partecipo ai funerali, dove tanti preti melensi, che, insieme alla talare hanno gettato alle ortiche la fede, hanno profanato e profanano tuttavia la sacralità della morte, trasformando quell'ultimo rito, un tempo solenne e tremendo ("Dies irae, dies illa/ Solvet saeculum in favilla:/ Teste David cum Sybilla/") in una Kermesse cialtrona, con tarantelle, schitarrate e musiche tribali, dove perfino il nero è stato abolito, come colore liturgico, perché...fa paura, e dove vanno verso il cielo inutili palloncini colorati da fiera paesana, invece delle nuvole dell'incenso bruciato davanti al Signore.

Ai morti non manchino le nostre preghiere, non manchi questa giaculatoria:

 

Siete stati come noi,

noi saremo come voi,

pregate Gesù per noi,

noi lo pregheremo per voi,

Iddio vi dia la pace e il riposo

nel Santo Paradiso. Amen

 

Ti assicuriamo le nostre preghiere, Giacomo, e anche tu non dimenticarci.

 

PUCCI CIPRIANI

sabato 1 maggio 2021

Cronache di Strapaese sulle orme di Mino Maccari e Giovannino Guareschi (di Franco Maestrelli)

 

Se fosse vissuto nei primi del Novecento Pucci Cipriani avrebbe fatto parte del gruppo di artisti e intellettuali che assieme a Mino Maccari diedero vita al movimento e alla rivista Strapaese. Li unisce l’essere toscani, anti-moderni e la frenetica attività culturale. Ma poiché è nato nel 1945, è vissuto in una Toscana feudo rosso in cui c’era spazio solo per chi operava nella cultura sotto l’egida del Partito Comunista. Come Maccari,  Cipriani è il cantore del “mondo piccolo” del suo borgo natio, delle famiglie patriarcali di un tempo, della buona tavola e dei riti liturgici ormai dimenticati. 

Attivo fin da adolescente nelle fondazioni di circoli e associazioni cattoliche e fieramente anti-comuniste è il meritorio fondatore dell’Anti89, associazione culturale dedicata alle contro-celebrazioni del bicentenario della nefasta Rivoluzione francese e direttore dell’organo dell’Anti89, la rivista quadrimestrale Controrivoluzione. Questo volume completa la trilogia iniziata nel 2005 con L’altra Toscana. Diario di un conservatore e proseguita nel 2013 con La memoria negata. Appunti per una storia della tradizione cattolica in Italia.               

 In questo libro Pucci Cipriani, dopo i precedenti che raccontano le sue memorie politiche, si dedica a quella che potremmo definire “un’operazione nostalgia” rivolta ai ricordi della sua infanzia e della sua gioventù. Ricordi che ripercorrono il calendario delle feste che un tempo, neanche tanto lontano, segnavano lo scorrere dell’anno. Sono i ricordi di un bambino di un piccolo borgo nel Mugello ma che appartengono anche a tutti i bambini dell’epoca: Ognissanti e la Commemorazione dei defunti con le visite al cimitero, le preghiere per i propri cari e, trovandoci in terra toscana, le Confraternite della Misericordia con le cappe nere, le buffe e le torce. La scuola di allora celebrava queste ricorrenze con delicate poesie che sottolineavano la comunione dei viventi con i trapassati abituando i bambini al pensiero della morte che oggi invece viene respinto in ogni sua manifestazione. Oggi le mamme si preoccupano di allontanare dai pargoli ogni pensiero lugubre ma, al contempo, li travestono da spettri e scheletri per festeggiare in scuole e oratori Hallowe’en. 

Si passa poi a ricordare il multicolore mondo dei mercati e delle feste di paese.  Centri commerciali e supermercati erano ancora da venire e per apparecchiare il desco famigliare, oltre alle poche botteghe, c’era il mercato con i suoi prodotti di stagione. Accanto alle bancarelle di frutta e verdura pittoresche figure di altri tempi che proponevano improbabili rimedi per calli e duroni, talvolta utilizzando come richiamo la scimmietta ammaestrata.

Cipriani descrive poi le sagre paesane con imbonitori e cantastorie. La televisione muoveva i primi passi e le fiction si vedevano sulla piazza del mercato attraverso il racconto di storie truci o comiche a seconda dell’estro dell’artista di strada. E dal “pianeta della fortuna” offerto dal pappagallino si passa poi agli spettacoli del circo oggi demonizzati dall’ideologia animalista. L’autore poi non dimentica il teatro vernacolare a cui lo stesso Cipriani in gioventù prestò la sua opera.

In questo viaggio nel tempo da buongustaio non manca di ricordare la cucina di quegli anni. Una cucina povera, di ingredienti a chilometro zero, come si dice oggidì, Una cucina legata al periodo dell’anno e alle festività liturgiche. In autunno si ammazzava il porco e sulle tavole di famiglie allora felicemente numerose era un trionfo di capocotto, salame, ciccioli e salsicce. Nulla dell’animale andava sprecato. A Pasqua c’era l’agnello coi piselli: ora è arrivata Maria Vittoria Brambilla e l’agnellino finirà ad avere diritti costituzionali…  I bambini attendevano le feste per gustare i dolciumi genuini: castagnaccio, ballotte e cenci. 

Un capitolo anche in questo libro è dedicato ai ricordi politici borghigiani dell’autore: l’adesione alla Giovane Italia negli anni Sessanta, l’innamoramento per la Monarchia, gli scontri con il PCI allora egemone nella zona. Scontri però come quelli di don Camillo e Peppone. Le aggressioni violente verranno dopo il Sessantotto. La cronaca di quegli anni è anche intervallata da ritratti di figure che paiono tratte dai libri di Giovannino Guareschi, di cui Pucci Cipriani è appassionato lettore, come il vecchio prete tradizionalista del piccolissimo borgo arrampicato sulla montagna ai confini con l’Emilia o la vecchia Desolina che ebbe, in morte, le sue campane a morto e il rito in latino.  Poiché Cipriani è stato insegnante non mancano nel volume le poesie che venivano fatte imparare a memoria nelle scuole elementari, quelle di Pascoli, Carducci e Gozzano, anch’essi cantori di quel mondo piccolo. Pucci Cipriani è editore, organizzatore di convegni e di impegno politico ma qui rivela la sua vena di malinconica nostalgia per il tempo in cui “ancora c’era la fede e si pregava in latino.”

Franco Maestrelli

https://www.destra.it/home/cronache-di-strapaese-sulle-orme-di-mino-maccari-e-giovannino-guareschi/



Pucci Cipriani

Dal Natio borgo selvaggio. Quando ancora  c’era la fede e si pregava in latino

Presentazione di Massimo de Leonardis

Postfazione di Cosimo Zecchi

Edizioni Solfanelli

Pagine 271 - Euro 19,00

https://www.edizionisolfanelli.it/dalnatioborgoselvaggio.htm