domenica 21 novembre 2021

HOTEL CONVENZIONATI al XXXIV CONVEGNO DELLA TRADIZIONE CATTOLICA (3-4-5 dicembre 2021)

 HOTEL CONVENZIONATI

 

Tutti i pasti si terranno presso l’Hotel Fortezza al costo, a persona, di Euro 25,00 a pasto.

 

Hotel Fortezza

(Civitella del Tronto – Corso Mazzini 26)

Tel. 0861/91321 – email: hotelfortezza@virgilio.it

Pernottamento con prima colazione inclusa:

Camera singola € 40,00 a notte

Camera doppia/matrimoniale € 50,00 a notte

Camera tripla € 60,00 a notte

Camera quadrupla € 70,00 a notte

 

Hotel Zunica 1880

(Civitella del Tronto – Piazza Filippi Pepe 14)

Tel. 0861/91319 – email: info@hotelzunica.it

Solo pernottamento con prima colazione inclusa

Singola/ Doppia Euro 99,00 a notte.

 

Hotel Miami

(Viale Vibrata, 2, Villa Lempa)

Tel. 0861 919183 – Email: info@hotelmiami.it

Solo pernottamento con prima colazione inclusa

Singola Euro 50,00 a notte

Doppia Euro 70,00 a notte

Tripla Euro 90,00 a notte

 

Hotel Ermocolle

(Civitella del Tronto -Via Provinciale – Frazione Ponzano)

Tel. 0861 91120 e 3296334662 – Email: info@hotelermocolle.it

Solo pernottamento

Per i prezzi si prega di contattare direttamente la struttura.

 

Per informazioni:

Pucci Cipriani 3339348056 – pucciovannetti@gmail.com

Ascanio Ruschi 349 4657869 – avv.ruschi@libero.it

 

NOTE IMPORTANTI

I giovani studenti che non abbiano superato il 27° anno di età, potranno usufruire di un trattamento di favore: per i tre giorni – pernottamento e consumazione pasti presso l’Hotel “Fortezza”, tutto compreso (cena e pernottamento del venerdì – prima colazione, pranzo, cena e pernottamento del sabato, prima colazione e pranzo della domenica + biglietto per la visita al Museo della Rocca) a soli 75,00 Euro. In tal caso la prenotazione non va fatta in albergo ma direttamente a avv.ruschi@libero.it tel. 3494657869 o a pucciovannetti@gmail.com tel. 3339348056

 Tutti coloro che non rientrino nella categoria dovranno prenotarsi direttamente agli alberghi – grati se vorranno comunicare anche a noi la loro presenza – tenendo presente che i lavori del Convegno si svolgeranno all’Hotel Fortezza e presso la Sala Consiliare del Comune di Civitella.

I libri possono essere messi in vendita dall’Editore Solfanelli e dalla Fraternità San Pio X. Per vendita oggettistica o altro va richiesto il permesso.


Per accedere al Convegno occorre il tampone e maschera

secondo le vigenti leggi anti Covid.

sabato 20 novembre 2021

XXXIV CONVEGNO DELLA TRADIZIONE CATTOLICA (3-4-5 dicembre 2021)

 PROGRAMMA

 

Venerdì 3 dicembre 2021 (Hotel Fortezza)

Ore 18,30 - S. Messa in rito romano antico “Ad memoriam” di Alessandro N. Giunti, Conte Giovanni Vannicelli Casoni, Marchese Francesco Dal Pozzo d’Annone

Ore 21,40 - Via Crucis con le fiaccole per le vie della “Fedelissima” Civitella del Tronto

Ore 23:00 - Solenne benedizione con la croce nella piazza di Civitella.

 

Sabato 4 dicembre 2021 (Hotel Fortezza e Sala Consiliare del Comune di Civitella)

Ore 9:00 - S. Messa in rito romano antico “Ad memoriam” di tutti i defunti dei partecipanti al Convegno.

Ore 10:00 - Inizio lavori con il canto del “Salve Regina”

Ore 13:00 - Fine lavori.

Ore 15,30 - Inizio dei lavori

Ore 20:00 - Termine dei lavori con il canto del “Credo”

 

Domenica 5 dicembre 2021 (Hotel Fortezza – Rocca della “Fedelissima”)

Ore 10:00 - S. Messa solenne in rito romano antico “Ad memoriam” dei Martiri della Tradizione.

Ore 11:30 - Partenza della processione verso la Rocca con recita del S. Rosario. Nella Piazzaforte della Fortezza Alzabandiera con il canto del “Christus vincit” ricordo dei Caduti della Tradizione (Ascanio Ruschi). Saluto alla voce (Pucci Cipriani) presso la Chiesa di S. Jacopo alla Rocca benedizione con recita del “De Profundis” del Sacello contenente le spoglie dei soldati caduti in difesa di Civitella.

Ore 12:30 - Visita alla Rocca e al museo di Civitella del Tronto

Ore 13:30 - Riunione conviviale e Arrivederci al marzo 2022.

L’Assistenza spirituale per le tre giornate (celebrazione S. Messa, confessioni, guida della Via Crucis e della Processione) è affidata al M.R. don Gabriele D’Avino della FSSPX


Per accedere al Convegno occorre il tampone e maschera

secondo le vigenti leggi anti Covid.

venerdì 19 novembre 2021

XXXIV CONVEGNO DELLA TRADIZIONE CATTOLICA DELLA “FEDELISSIMA” CIVITELLA DEL TRONTO

 Nel 450° Anniversario della Vittoria di Lepanto e nel 160° Anniversario dell’Invasione rivoluzionaria e massonica degli Stati preunitari.

 


Ricorderemo dunque, alla luce della Rivelazione Divina, due avvenimenti assai importanti come la vittoria della flotta della “Cristianità” sull’Islam, il 7 ottobre 1571, nelle acque di Lepanto, fu infatti il grande pontefice san Pio V a volere e ad animare questa “Crociata” guidata dal prode don Giovanni d’Austria. Il “Papa di Lepanto” era convinto che la vincitrice di quella epocale battaglia fosse la Beatissima Vergine Maria e ordinò che nelle litanie lauretane si aggiungesse l’invocazione: “Auxilium Christianorum, ora pro nobis”.

Il Senato Veneto fece scolpire nella Sala delle Riunioni: “Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii, victores nos fecit.” (“Non il valore, non le armi, non i condottieri, ma la Madonna del Rosario ci ha fatto vincitori”)

Ricorderemo anche gli Stati preunitari, con particolare riferimento alla “Conquista del Sud” e al valore dei due Sovrani Francesco II (nei cui confronti la Chiesa ha aperto il processo di beatificazione) e Maria Sofia di Wittelsbach.

Hanno, finora, dato la loro adesione come conferenzieri:

M.R don Gabriele D’Avino FSSPX – Vittorio Acerbi, musicologo – Pucci Cipriani, giornalista, Direttore di “Controrivoluzione” – Massimo de Leonardis, Ordinario di Storia Università Cattolica – Roberto de Mattei, Docente Universitario, Presidente della Fondazione Lepanto – Alessandro Elia scrittore e saggista – Patrizia Fermani, Docente emerito di Filosofia del Diritto, Università di Padova – Lorenzo Gasperini, Docente di Storia e Filosofia nei Licei, saggista – Massimo Granata, giornalista – Carlo Regazzoni, teologo, scrittore – Ascanio Ruschi, giurista, Condirettore di “Soldati del Re” – Marco Solfanelli, Editore.

 

 

PROGRAMMA, Hotel e Informazioni importanti

 

ETIAMSI OMNES EGO NON!

 

PROGRAMMA

Venerdì 3 dicembre 2021 (Hotel Fortezza)

Sabato 4 dicembre 2021 (Hotel Fortezza e Sala Consiliare del Comune di Civitella)

Domenica 5 dicembre 2021 (Hotel Fortezza – Rocca della “Fedelissima”)

 

ACCOGLIENZA

Hotel Fortezza

Hotel Zunica 1880

Hotel Miami

Hotel Ermocolle



Per accedere al Convegno occorre il tampone e maschera

secondo le vigenti leggi anti Covid.


giovedì 18 novembre 2021

LA MESSA CLANDESTINA (di Pucci Cipriani)


 Reverendo, spero che questa mia raggiunga il remoto esilio montano (qui nella sua vecchia chiesa si è insediato il nuovo pretino). Balaustra, angeli, candelieri, ex voto, statue di Santi, Madonnine, quadri e quadretti, Tabernacolo e tutti gli altri arredi sacri sono stati venduti (…) Anche il suo famoso Cristo è stato venduto perché troppo ingombrante, incombente, spettacolare e profano. Però metta il cuore in pace; tutta la sua roba non è andata lontano. L’ha comprata il vecchio notaio Piletti che l’ha portata e sistemata nella cappella privata nella sua villa di Brusadone. Don Camillo Lei troverà tutte le Sue care cianfrusaglie perfettamente sistemate nella chiesetta del notaio e potrà celebrare una Messa Clandestina per pochi suoi amici privati. Una Messa in latino, si capisce, con tanti oremus e kireleison.
Una Messa all’antica, per consolare tutti i nostri Morti che, pur non conoscendo il latino, si sentivano, durante la Messa, vicini a Dio, e non si vergognavano se, udendo levarsi gli antichissimi canti , i loro occhi si riempivano di lacrime. Forse perché, allora, il Sentimento e la Poesia non erano peccato e nessuno pensava che il dolce, eternamente giovane volto della Sposa di Cristo potesse mai mostrare macchie o rughe (…) don Camillo tenga duro: quando i generali tradiscono, abbiamo più che mai bisogno della fedeltà dei soldati. La saluta affettuosamente il suo parrocchiano Guareschi.
(Giovannino Guareschi da “l’Italia in graticola” del 1973)

* * *

Già Camerino, la bella : «… di qualche secolo anteriore alla fondazione di Roma ripetendola da quelli Umbri, che vinti i Pelasgi antichissimi popoli d’Italia, e costretti ad abbandonare l’abbattuta loro città di Camars (…) vennero a cercare fra gli appennini un più sicuro asilo, e quivi fabbricarono questa città, cui in memoria della abbandonata lor patria il nome diedero di Cameria o Camerta, onde camerti si disser poi i suoi abitanti…» come leggo nella ristampa anastatica del 2001 della “Storia della Città di Camerino narrata dal Marchese Patrizio Salvini con note e aggiunte del Can. Prof. Milziade Santoni - stampata nel 1895 nella Tipografia Savini di Camerino” un libro che mi fu donato proprio il 28 maggio 2002 da “Stefano e Manlio” con la dedica: “A Pucci, novello camerte “estote cives e pugnate camertes”. 
Una città affascinante quella di Camerino, a me particolarmente cara anche per riferimenti letterari poco noti ai più: è di Camerino Ugo Betti, un ottimo e moderno drammaturgo, gentile poeta e anche autore di una larga e affascinante produzione novellistica…novelle raccolte in un unico, introvabile, volume: “Novelle edite e rare” (Ed. Metauro 2001), anche questo regalatomi da Stefano e Manlio: “A Pucci, nella speranza che Ugo Betti possa comparire nella sua prossima Storia della letteratura italiana contemporanea. Ad maiora” (son passati vent’anni e le bozze di questa mia “inedita” Storia della letteratura sono ancora “in cantiere”, anche se la speranza di pubblicarla rimane. “Spes ultima dea”). 
Ma l’opera letteraria più bella che parla proprio della città di Camerino, ovvero, “Il mago deluso”, con i suoi “sulfurei” protagonisti – mi diceva la mamma di Stefano che gli “anziani” del luogo si ricordavano ancora di quei personaggi – è di uno scrittore che, penso, non sia sconosciuto ai miei lettori : Carlo Alianello, il non dimenticato, e molto amato, autore de “L’Alfiere”, “L’Eredità della priora”, “Soldati del Re”, “L’Inghippo”, “La Conquista del Sud”… libri che hanno reso omaggio al glorioso Regno Duosiciliano, agli ultimi sovrani Francesco II (Dio guardi!) e Maria Sofia che combatterono, insieme agli eroici soldati “napolitani”, sugli spalti di Gaeta, sotto i cannoneggiamenti dell’invasore tricolorato. 
Ecco come Alianello che fu, in realtà, a Camerino come Docente di quell’Università (riconoscibile nel protagonista: Massimo) descrive, con mano maestra, la bella città, tanto che mi par di percorrerla ancora in lungo e in largo:
“Le strade della cittadina vanno su e giù, anguste la più parte, che d’improvviso sboccano in piazzucce sghembe e ripiene di echi, con una chiesa barocca che gli da’ decoro, oppure t’ imbattevi in un muricciolo di sfondo, ché la strada terminava sui bastioni e di lì c’è un balzo , la campagna nevosa e il cielo (…) le montagne in cerchio che parevano a un trar di sasso, sì tersa per l’aria traspariva la limpidezza del gelo, invece eran così lontane…” 
La prima volta fui a Camerino fu nel 1986, per un convegno sulle Insorgenze antigiacobine su invito di un intelligente personaggio che pensava anche alla cultura, (“rara avis” in certi ambienti di Destra, dell’allora e, peggio, anche d’ora) il Presidente del FUAN (Fronte Universitario Azione Nazionale) Fabrizio Di Stefano, insieme agli amici fiorentini Domenico Del Nero, Franco Samorè e al Giudice dottor Giuliano Mignini di Perugia…poi la “Tavola rotonda” all’Università, nell’ormai famosa – per i miei ricordi – “Aula Franchi” alla presenza di un folto e attento pubblico. 
Mi entusiasmò la visione della città e anche l’accoglienza signorile e fraterna di Fabrizio Di Stefano, un ospite di eccezione,a casa del quale, poi, rimasi per alcuni giorni, fino alla Festa della Corsa della Spada (“Palio della Spada”), che si corre a maggio, la domenica successiva alla festa del Patrono San Venanzio, ed alla quale assistemmo, dal balcone di una assai graziosa fanciulla, in compagnia del suo gatto siamese che sembrava la controfigura del mio Balù.
Furono giorni assai belli, ma tutto svanisce…e anche Camerino rimaneva solo un ricordo, un piacevole ricordo, pieno di nostalgia… 
Fabrizio Di Stefano, intanto si era laureato, aveva abbandonato la sua vita universitaria “dannunziana”, aveva fatto carriera politica, diventando parlamentare della Destra…ma anche lui non dimenticò quei giorni; da allora – e son passati 25 anni – la nostra amicizia si è vieppiù rafforzata e l'”Onorevole” è sempre stato (ed è tuttavia) presente all’annuale Incontro della Tradizione cattolica della “Fedelissima” Civitella del Tronto …. 
Dopo qualche anno, era il 2000, una telefonata da Camerino… era Manlio, un giovane simpaticissimo, un “latin lover” montecatinese, studente di giurisprudenza, Presidente del FUAN – nel Senato Accademico dell’Università camerte il Fronte Universitario di Azione Nazionale (ovvero gli universitari di Destra), era il primo raggruppamento – che mi invitava a presentare – insieme ad altri, tra cui l’On. Fabrizio Di Stefano, Luciano Garibaldi, Pierangelo Maurizio e Leonardo Marino, autore del libro “Così uccidemmo il Commissario Calabresi” Ed Ares, convertitosi santamente al cattolicesimo, dopo che fu nel “commando” che uccise il povero Commissario, oggi Servo di Dio – il volume a cura di Nardiello e De Simone: “Appunti per un libro nero sul Comunismo italiano”, edito dalle Edizioni “Controcorrente” di Napoli, ed al quale anche Garibaldi ed io avevamo collaborato con due capitoli su “Gli Anni di Piombo”… 
Entrammo in Università presidiata dal Battaglione mobile dei Carabinieri di Macerata, con la città “in stato d’assedio”.. 
E conobbi anche Stefano, blasonato studente camerte di lettere antiche presso l’Università di Macerata, inseparabile sodale di Manlio, (nel linguaggio dannunziano si sarebbero detti due “frati”), ambedue di Destra, ambedue brillanti studenti e allegri goliardi, ambedue generosi “combattenti” ma, soprattutto, ambedue cattolici fedeli alla Tradizione nonostante la giovanissima età… si completavano a vicenda: parevano i Dioscuri, Castore e Polluce, ma in realtà Stefano, “tomista”, aveva come suoi modelli San Domenico e San Piero Martire, Manlio “combattente”, aveva per modello Teodoro di Amasea, insomma un duo, che formava un ferreo sodalizio, contro cui non avrei augurato a nessuno di mettersi contro sul “piano delle idee”. 
Inoltre Stefano era Governatore della Locale Compagnia del Gesù “Velato” che il Venerdì Santo veniva portato in processione; già allora ottimo “latinista” e “grecista”, aveva rapporti abbastanza buoni, anche se talvolta conflittuali, con il clero locale e con il Vescovo S.E. Mons. Fagiani (1997-2007)…
Con Stefano e Manlio trascorremmo giorni indimenticabili a Camerino (altre conferenze seguirono) e non solo a Camerino, ma anche a Firenze, a Montecatini e a Pistoia, a Rimini… fummo insieme a Civitella del Tronto al Convegno della “Tradizione” e poi a Gaeta e… a Napoli a sventolare le bandiere borboniche e a “cacciare il Savoia redivivo”…
C’era qualcosa che ci univa in modo particolare: l’amore e la difesa della S. Messa tradizionale , la Messa nel rito romano antico, la Messa di sempre e di tutti, l’amore per il Regno dei Borbone e per gli autori anticonformisti (il Principe di Canosa, Monaldo Leopardi, De Bonald, De Maistre, Solaro della Margarita, Taparelli d’Azeglio…) e, specialmente, uno che “non cantava nel coro” ed era inviso sia al liberalismo, sia alla destra giacobina, sia alla sinistra : Giovannino Guareschi… profondamente cattolico e anticomunista di cui era noto il suo attaccamento alla Monarchia e alla Tradizione. “Un uomo fuori dal tempo e imprigionato nel XX Secolo” lo definì benevolmente qualcuno, un combattente che riuscì, durante la sua vita a mettersi contro l’arroganza del potere (e il Potere è cattivo e vendicativo): fu incarcerato dai fascisti (ma liberato, immediatamente, da Mussolini) ai tempi del giornale satirico “Il Bertoldo” e poi, durante il regime repubblicano, fu “perseguitato” dai comunisti e dai democristiani che, con la loro ideologia, come riconobbe onestamente l’Onorevole Ciriaco De Mita, trasformò milioni di buoni cattolici in “democratici”, ovvero in poveri fuchi rotti al compromesso e pronti a rinnegare ogni principio. Scrive Marcello Veneziani: “Per comporre la biografia di Guareschi bisogna riconoscere i suoi tre paradossi: dopo due anni nei campi di concentramento nazisti, passò per un fascista; dopo aver vinto la battaglia del ’48, appoggiando la DC di De Gasperi, finì in galera con la querela del medesimo De Gasperi; dopo aver umanizzato i comunisti, fondò il settimanale più efficace della lotta al Comunismo (ovvero il “Candido”, n.p.c.) e là scrisse il primo libro nero del Comunismo”.
Certo… erano altri tempi: quado ancora ci si toglieva il cappello per salutare, si rispettava il “sacro”, si dava del “lei” e non del “tu” e i “comunisti” erano sovversivi fuori, ma conservatori, al pari degli altri, in famiglia…esisteva ancora la famiglia.
Ecco, come si faceva a non rimanere affascinati da questo personaggio…credo di essere stato io ad iniettare nel sangue dei due cari amici il “virus guareschiano”… uno scrittore non vecchio ma “antico” un classico che andava fatto conoscere ai giovani e allora decidemmo di presentare Guareschi e la sua opera, a cominciare dai i due suoi personaggi immortali don Camillo e Peppone. Fu fissato il giorno (22 maggio 2002) e stilato il programma: il titolo del Convegno sarebbe stato “Il geniale Guareschi” e si sarebbe dovuto tenere presso l’Aula “Franchi” dell’Università di Camerino, presieduto da Manlio, Presidente del FUAN, con la partecipazione dei due figli dello scrittore scomparso: Carlotta (“la Pasionaria”) e Alberto (“Albertino”) Guareschi con i giornalisti Pucci Cipriani, Paolo Gulisano e Guido Biscontini, Docente di Diritto civile presso quell’Università.
Arrivai nel primo pomeriggio e, con Manlio, aspettammo a lungo Stefano – in genere puntualissimo – che arrivò con almeno due ore di ritardo (“Poi ti spiegherò” mi disse) per consegnarmi la “sorpresa promessa”, come mi aveva anticipato Manlio; i due mi accompagnarono appena fuori Camerino, in aperta campagna, presso la cappellina annessa alla villa della “Contessa”, la nonna paterna dello studente camerte.
Era davvero una giornata bellissima per cui, leopardianamente, potevo ben scrivere: “Primavera d’intorno / Brilla nell’aria e per li campi esulta, / Sì ch’ha mirarla intenerisce il core./ Odi greggi belar, muggire armenti; / Gli altri augelli contenti, a gara insieme / Per lo libero ciel fan mille giri, / Pur festeggiando il lor tempo migliore…”
E in quella primavera passammo dall’androne della villa, dove si respirava, carduccianamente, “l’aspro odor dei tini”, ovvero l’odore dell’uva e del mosto, addolcito dal profumo della “madia”, ovverosia dal profumo del grano, della farina e del pane…per passare, poi, nella sagrestia che sapeva “d’incenso e cera fina”, ovverosia di api, di miele e di fiori…già i fiori da cui era ornata la piccola chiesetta, quei fiori odorosi che un tempo si coltivavano nei nostri giardini: i bianchi gigli, le candide spagnolette, le “rose canine” dal profumo inebriante…e anche le modeste “giorgine”; mentre dal grande giardino giungeva l’acuto profumo dell’ultima fioritura dei lillà e della prima fioritura del glicine…fiori sull’altare e un gran cesto di rose ai piedi della statua della Madonna, la cara Mamma celeste… mi sembrava di esser tornato fanciullo quando, nel mese di maggio, per mano alla nonna, mi recavo nella cappellina delle “Monachine”, all’inizio dello sdrucciolo, dove, il canto dolcissimo di quelle “sante vergini”, al di là delle grate, accompagnava la celebrazione del mese di maggio…
Al nostro ingresso capisco allora quale sia la sorpresa: dato il ritardo, ci viene incontro, la signora Contessa, elegantissima, con la veletta (e vedendo quel tessuto così sottile mi par di rileggere la poesia della “Fatina” del camerte Ugo Betti ; “la veletta? La ruba a un ragno…”) e la giannetta con il manico d’argento: è insieme a Carlotta e Alberto Guareschi e, dall’emozione (quanti racconti ho letto e ho fatto leggere ai miei alunni con loro due, “la Pasionaria” e “Albertino” come protagonisti!) mi tremano già le gambe…e intorno, fanno corona ai tre, alcune anziane popolane che si rallegrano di poter finalmente assistere nuovamente al mese di maggio e a quella che loro chiamano: “la Messa…quella vera, del vecchio priore…”
Mi sembra un sogno un bel sogno di quelli mattinieri che si ha paura che svaniscano… e si cerca di “riacchiapparli”.
E vedo e stringo tante mani: da Giovanni Cimino, siciliano, che subentrerà, poi, a Manlio, nella presidenza del FUAN, ad Angelo Marras, sardo …due anni prima parlava di “Solstitio d’Inverno”, di agnelli da sgozzare, insomma di insani rituali pagani, ora è inginocchiato davanti al giovane sacerdote, in stola viola e cotta, che si confessa , e poi il napoletano Ciro Santella che mi racconta di un progetto del condominio del suo palazzo per una statua di Padre Pio da porre nell’androne, a Napoli, a Toledo…tre belle ragazze che aspettavano Manlio, non so se collaboratrici o altro, Alessandro Pertosa, anzi “Muccioli”, come lo chiamavano, in quanto ogni tanto parlava di “Comunità” e, ormai, lo chiamavo anch’io: si era laureato in farmacia a Camerino perché il padre era proprietario di farmacia nei paraggi, ma di fare il farmacista non ci pensava proprio e infatti si laureò anche in filosofia (la sua vera materia)…e iniziò a studiare specializzandosi nella bioetica, mi dedicò il suo primo libro – contro l’eutanasia “Scelgo di morire?” Edizioni Studio Domenicano –, con toccanti parole: “Un pensiero particolare va ai miei Maestri, Pucci Cipriani, vero testimone della cristianità e indomito difensore della tradizione cattolica, al quale sarò sempre grato, e Francesco Agnoli, che mi onora della sua amicizia e collaborazione. A loro dedico questo saggio”.
Ed era lì, il caro Muccioli, una persona che, della sua coerenza aveva fatto una bandiera, inginocchiato, raccolto, quasi misticamente in preghiera…l’anno dopo Alessandro sparirà, mai più ha avuto contatti con noi, mai più visto né sentito, nessuna notizia... e per me fu una immensa sconfitta… perché quando si rompe un legame così saldo la colpa è anche nostra. Quante volte mi sono domandato e mi domando cosa sia successo e ogni volta mi viene l’amaro in bocca. Sono sconfitte di cui dovremo render conto a Dio!
E poi tante altre persone: docenti e discenti dell’Università camerte,
Ma il tempo dei convenevoli sembra finito; il giovane sacerdote, don Carlo Moncalero della FSSPX, dopo aver dato l’assoluzione all’ultimo penitente ci saluta, appena con un gesto, e si avvia, a passo svelto, verso la sagrestia.
Mentre prendiamo posto un personaggio che sembra venire dall’al di là, pallido senza età (potrebbe avere vent’anni come cento) si avvia lentamente verso un vecchio harmonium ed un suono, dolce e solenne a un tempo, accompagna, prima la voce del sacerdote e dei due chierichetti, inginocchiati ai “piè del Santo Altar” , poi, tutti i fedeli cantano a “una voce” , un inno a Maria, nel suo mese di maggio, mentre si sente venir da fuori il suono argentino delle “campanine” che annunciano l’inizio dei sacri riti:

Mira il tuo popolo, o bella Signora,
che pien di giubilo oggi t’onora.
Anch’io festevole corro ai tuoi pié.
O Santa Vergine prega per me (due volte questo verso)
In questa misera valle infelice
tutti t’invocano soccorritrice.
Questo bel titolo conviene a te:
o Santa Vergine prega per me.
Il pietosissimo tuo dolce cuore,
esso è rifugio al peccatore.
Tesori e grazie racchiude in sé.
O Santa Vergine prega per me.

Finito il canto – e noto che i più, me compreso, hanno i lucciconi agli occhi – il sacerdote inizia la recita del S. Rosario di questa pia e santa pratica anche se, oggi, scrive Tito Casini:
“L’usanza è morta o langue, oggi, in molte famiglie: la corona su cui passarono e ripassarono le dita, che si trapassarono in eredità, da cui morendo implorarono soccorso per le loro anime dal purgatorio, generazioni e generazioni di antenati, – scrive ancora Casini – non pende più in molte case, dalla parete, sotto l’immagine della Vergine. (…) La corona non lega, non regge, non presidia più, oggi, la famiglia, e la famiglia è, oggi, quello che è.
E la Chiesa? La Chiesa, la grande famiglia dei credenti, è anch’essa, oggi, quello che è…”
(Cfr: Tito Casini, Il Rosario, Pucci Cipriani Editore, Firenze, maggio 1973)

E il sacerdote intona ora le litanie lauretane, cantate, e accompagnate da quell’armonio, un po’ rauco…ed ecco gli appellativi con cui la Chiesa invoca Maria: Virgo potens… Auxilium christianorum… tutto sembra ricordarci che, a Lepanto, la più celebre delle vittorie della Cristianità, che evitò che la mezzaluna dell’Islam sostituisse la Croce di Cristo, fu ottenuta grazie al S. Rosario come il Senato della Repubblica Veneta fece scrivere sotto a un affresco destinato a ricordare la gloria di quella battaglia:
“Non vires, non arma, non ducem sed Maria Rosarii fecit nos esse victores”.
Tra nuvole d’incenso canto stupendo del “Magnificat”, l’esposizione Eucaristica e la benedizione con l’Ostensorio e ancora una “strizza” al cuore quando il sacerdote intona la laude finale, la stessa che cantavo, cantavamo, alla scuola dei salesiani e in cui, noi poveri peccatori, ci mettevamo, umilmente, tra le braccia della Madonna, con il desiderio di andare un dì a vederla in cielo:
Andrò a vederla un dì in cielo patria mia, andrò a veder Maria, mia gioia e mio amor.
Al ciel! Al ciel! Al ciel! Andrò a vederla un dì. Al ciel! Al ciel! Al ciel! Andrò a vederla un dì.

E intanto il sacerdote lascia l’altare e, poco dopo, ritorna per la celebrazione della Santa Messa con una meravigliosa pianeta del Settecento, di proprietà della famiglia della Contessa… insieme ad alcune reliquie di Santi (tra cui la “Sacra pantofola” del Beato Pio IX)… reliquie che non sono state vendute ai robivecchi, dopo l’iconoclastia conciliare, dai preti progressisti insieme a reliquiari, vasi sacri, turiboli, navette, acquasantiere…
Prima dell’inizio della Messa, Manlio distribuisce il messalino dove è spiegato, perfettamente, in poche righe l’importanza del Santo Sacrificio:
“Nella Messa celebrata nel rito romano antico si fa quella stessa azione che si fece sul Calvario; se non che allora si sparse il sangue di Gesù Cristo realmente, sull’altare invece misticamente; ma nella stessa Messa ci si applicano in particolare i meriti della Passione di Gesù:
Per sentire, dunque, con gran frutto la Santa Messa, bisogna attendere ai fini per cui fu istituita, cioè: 1) Per onorare Dio 2) Per ringraziarlo 3) per soddisfare i nostri peccati 4) Per ottenere le grazie.”
Il sacerdote inizia la celebrazione, in latino, come deve essere

Introibo ad altare Dei
Ad Deum qui laetificat juventutem meam
Judica me, Deus, et descerne causam meam de gente non sancta, ab homine iniquo et doloso eure me.
……………….


E continua la celebrazione della Messa, di questa Messa, con una bellezza che, solitamente, non viene evidenziata e cioè in essa vengono abolite le categorie del tempo e dello spazio. A un tratto ci troviamo ai piedi della Croce, insieme alla Madonna, a San Giovanni e alle pie donne…altro che “memoriale della cena”… altro che “mensa”….
Eccoci alla Consacrazione e al “Memento”:
“Memento etiam, Domine, famulorum, famularumque tuarum quae nos praecesserunt cum signo fidei,et dormiunt in somno pacis.
Ipsis, Domine, et omnibus in Christo, quiescentibus, locum refrigerii, lucis et pacis, ut indulges deprecamur. .”

In quell’attimo inteso siamo trasportati, abolite le categorie del tempo e dello spazio, insieme ai nostri cari defunti che aspettano dal Signore il “luogo del refrigerio, della luce e della pace…”
Mi sembra, seppur per un attimo, di poterli riabbracciare i miei cari defunti ….
Poi la S. Comunione, inginocchiati alla balaustra…Gesù che viene dentro di noi: “Corpus Domini nostri Jesu Christi custodiat animam tuam in vitam aetrnam. Amen.”
Dopo la benedizione finale e la lettura del Vangelo di San Giovanni, la preghiera a San Michele Arcangelo perché ci liberi dalle insidie del Diavolo, quindi le “Acclamazioni carolinge”.

Christus vincit,
Christus regnat,
Christus imperat. …………
Ecclesiae Sanctae Dei gentium magistrae pax, vita et salus perpetua.
Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat.

E dopo aver ricevuto da Manlio e Stefano questa sorpresa, il regalo più bello che si possa ricevere, “lieto e superbo” come la Bettina di manzoniana memoria, dal cielo ritorno in terra e domando all’amico camerte il perché di quel suo lungo ritardo. E lui mi narra l’episodio che lo ha tenuto impegnato per oltre due ore, così sintetizzando:
“Ero in piazza e stavo venendo da voi quando il segretario dell’arcivescovo mi ferma e mi dice: “Stefano dovresti andare subito in Episcopio…il vescovo ha urgente bisogno di parlarti.
Salgo la scalinata e mi presunto al Vescovo che mi accoglie amabilmente nel suo studio privato, dopo tanti convenevoli e dopo avermi chiesto notizie di quasi tutti i miei familiari…finalmente è venuto al “dunque”.

Vescovo: – Stefano…mi hanno detto che oggi, celebrate la S. Messa presso la Cappella di famiglia…prima della conferenza all’Università.
Stefano: – Certo Eccellenza le hanno riferito bene celebriamo la Santa Messa prima del Convegno su Giovannino Guareschi all’Università.
Vescovo: – Non sono d’accordo, qui in diocesi le messe si dovrebbero celebrare non privatamente ma pubblicamente, aperte a tutti i fedeli.
Stefano : – Certamente Eccellenza, con molto piacere…spalancheremo le porte a tutti, suoneremo le “campanine”… se crede siamo disposti anche a far celebrare la Messa in duomo…se lei preferisce… Vescovo :- Mi hanno detto però che celebrerete in latino e tu, Stefano, lo sai, molti non conoscono il latino…
Stefano : – Non dubiti eccellenza abbiamo approntato dei messalini bilingue, per dare a tutti la possibilità di seguire…
Vescovo: – Beh… in latino…ma quale Messa fareste celebrare?
Stefano: – Eccellenza, ma non le hanno riferito? Quella in rito romano antico…come annunciato. Vescovo: – Allora vi concedo di celebrare in latino ma la Messa riformata, quella di Paolo VI…non posso autorizzare…

E tu, azzardo io, che cosa gli hai risposto?
“Ho fatto come mi insegnasti tu – mi dice – mi sono inginocchiato gli ho chiesto la benedizione e gli ho detto che celebreremo la Messa di San Pio V”
E lui?
Bon gré, mal gré…mi ha benedetto.”

 ***

Borgo San Lorenzo – Oggi 13 novembre 2021 alle ore 18,30 esco, con la gioia nel cuore, dalla Cappellina privata dello zio. Anche oggi, in tempi di bieca persecuzione, mi è stato regalato un “assaggio di Paradiso”: la Santa Messa solenne in rito romano antico, in suffragio dei nostri defunti, celebrata da un ancor giovane sacerdote di Camerino il M.R Prof. Don Stefano Carusi e, con me, insieme a tanti nuovi e vecchi amici, un ancor giovane giurista montecatinese L’avv. Manlio Tonfoni…
Ricordate i due Dioscuri …di vent’anni fa?
“Tradere quod et accepi”… vi tramandiamo ciò che abbiamo ricevuto.

PUCCI CIPRIANI

lunedì 28 giugno 2021

Contro l'egualitarismo (di Martino Mora)

 Al contrario di ciò che pensano gli spiriti superficiali, l’anelito all’uguaglianza anzi all’egualitarismo, non si è affatto spento con la fine del socialismo reale.

Il 1968 prima, la fine del comunismo sovietico (1991) poi, hanno semplicemente spostato la tentazione egualitaria dalla dimensione sociale ed economica a quella biopolitica. Il sesso e la razza sono divenute le nuove fronte dell’uguaglianza estrema , su cui si incentra la lotta contro ogni differenza naturale e costitutiva, e la negazione di ogni gerarchia.

In realtà la prima applicazione storica dell’egualitarismo si realizzò in ambito religioso. Se il “libero esame“ di Martin Lutero fu l’introduzione dell’individualismo nella religione, il concetto ad esso correlato di “sacerdozio universale” vi introdusse l’idea di uguaglianza tra tutti i fedeli, senza più distinzione sostanziali tra sacerdoti e laici. Ma poiché non esiste autentica gerarchia che non sia spirituale, questo primo passo luterano fu radicalmente sovversivo. E aprì lo spazio alle sovversioni successive.

Al contrario di ciò che comunemente si afferma, fu il liberalismo a riprendere, attraverso la dottrina dei diritti dell’uomo, l’anelito egualitarista. I diritti dell’uomo sono infatti l’attuazione dell’uguaglianza astratta tra individui concepiti come privi di qualità, le cui differenze costitutive e le cui appartenenze comunitarie passano costantemente in secondo piano, proprio come nel pensiero economico, che concepisce anch’esso solo individui astratti. È poi la stessa logica razionalista e livellante dello Stato moderno centralizzato e burocratico, dall’assolutismo in poi.

Lo stesso stato di natura, condizione pre-sociale e pre-politica immaginata dal giusnaturalismo moderno (Hobbes, Locke, Kant e Rousseau) viene pensato come uno stato di libertà individuale e uguaglianza assolute, seppure problematiche.

Poi la Rivoluzione francese già da subito, nel 1789, afferma la sacre triade rivoluzionaria di “libertè, egalitè, fraternitè”. Subito dopo avviene però la prima frattura: l’egualitarismo democratico e sanguinario di giacobini e sanculotti rompe l’equilibrio iniziale con la libertà individualista e blasfema dei Lumi.

Successivamente, con l’affermarsi della Rivoluzione industriale e lo sfruttamento operaio su larga scala, la formazione del movimento socialista si presenta come un guanto di sfida al sistema capitalista. L’egualitarismo socialista e l’individualismo liberale entrano in opposizione. La borghesia che aveva predicato l’uguaglianza contro nobili e clero, si sente ora minacciata nella sua proprietà e persino nella sua esistenza. La borghesia capitalista si oppone con tutte le sue forze allo spettro del comunismo, che si manifesta concretamente a partire dalla Rivoluzione dell’ottobre 1917.

Questa apparente divaricazione tra l’individualismo liberal-borghese e l’egualitarismo della dottrina marxista (in realtà Louis Dumont mise genialmente in luce l’individualismo nascosto di Marx) viene superata a partire dal Sessantotto , marxista e insieme pseudolibertario: “vietato vietare” e “godere senza ostacoli“. Fu l’inizio di quella che il pensatore brasiliano Plinio Correa de Oliveira definì come la Quarta Rivoluzione: la Rivoluzione degli istinti contro la ragione, con conseguente ritorno alla barbarie, una barbarie civilizzata, ricca, tecnicizzata, ma pur sempre vera barbarie.

Il pensiero liberale così diventa liberal, riconciliandosi con l’egualitarismo che non minaccia più la proprietà privata dei mezzi di produzione. Così i plutocrati ritornano alla Sovversione (gli antesignani furono i Rockefeller, seguiti oggi dai Soros, Gates, Bloomberg, Bezos, Buffet, ecc) ora che non si sentono più minacciati nell’avere, la loro ragione di vita.

Così trionfano il pansessualismo, il femminismo l’omosessualismo, il transessualismo, il genderismo nell’ambito della sovversione sessuale; l’immigrazionismo e il meticcismo nell’ambito della sovversione etnica e razziale. Ogni differenza diventa così potenziale discriminazione, e ogni normalità secondo natura semplice costruzione sociale. Persino l’esistenza dei due sessi viene considerata un limite da superare (come si evince dal distruttivo e liberticida DDL Zan, in discussione in questi giorni al Parlamento italiano). Si sa che il motore di queste dottrine individualistico-egualitarie, ben lungi dall’essere la Russia o la Cina, è la civiltà dell’americanismo.

È facile constatare la distruttività di queste tendenze per qualsiasi tipo di ordine sociale, ed è facile intuirne la sottesa masochistica, decadente pulsione di morte, tipica di una civiltà occidentale americanizzata, sazia, opulenta, secolarizzata, desacralizzata, consumista, libertina, in rapida dissoluzione verso l’infero e il preternaturale. Fino alla possibile affermazione di quella spiritualità alla rovescia di cui vediamo già i segni.

Martino Mora

giovedì 17 giugno 2021

In memoria di Giacomo Bonacchi (di Pucci Cipriani)

 "...O morto giovinetto,

anch'io presto verrò sotto le zolle

là dove dormi placido e soletto...

 

Meglio venirci ansante, roseo, molle

di sudor, come dopo una gioconda

corsa di gara per salire un colle!

 

Meglio venirci con la testa bionda,

che poi che fredda giacque sul guanciale,

ti pettinò co' bei capelli a onda tua madre...

 

adagio, per non farti male. 

 

Mi vennero in mente questi versi de "L'Aquilone" di Giovanni Pascoli quando mi annunziarono la morte di mio nipote Gaddo... diciottenne, aveva appena iniziato l'ultimo anno di Liceo, " quando non intesa,quando non vista" sopra di lui si chinò improvvisa "la Morte con la sua lampada accesa"...

Già, Gaddo non ebbe il conforto, nei giorni dell'agonia, del padre - mio fratello "Gigetto" era scomparso in un tragico incidente stradale, quattordici anni prima, a 33 anni - non gli mancò, invece, la carezza della sua mamma su "i bei capelli a onda", quella carezza ultima che sembra voler affidare l'anima e il corpo all'eternità.

Ma Giacomo Bonacchi, trentacinque anni, Giacomino, "Il Piccino", come veniva chiamato in casa, deceduto ieri, dopo mesi di dolorosa agonia, affrontati con la forza di un leone, non ha potuto stringere la mano della sua mamma - Graziella De Matteis in Bonacchi è morta prematuramente, in pochi giorni, nel 2009, colpita da un male "cattivo", lo stesso che, poi, si è accanito sul figlio - mentre Piero, il padre, assisteva sgomento al compiersi di questa tragedia, "crocifisso", per il dolore, su una carrozzina.

E così Giacomino se n'è andato, circondato dalle premure dei suoi fratelli: Cecilia, Federico, Alessandro e Tommaso e dall'affetto dei suoi nipoti e degli altri parenti, non ultimo quello dei fratelli della mamma Graziella : Felice, Maria e Chiara...dei cugini, degli amici... e poi, dopo l'ora dell'abbandono, viene quella del raccoglimento...

"E allora - scrive Nino Salvaneschi - ci sentiamo soli, disperatamente soli...la vita fa paura (...)il letto diventa nemico. Tutti sono andati via...Soli con i pensieri, soli con i timori (...) "Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? " 

(...)In verità Dio non abbandona mai...ha sofferto anche per questo momento di dubbio e di paura...bisogna perdersi senza speranza per ritrovarsi nella fede"

Cerchiamo dunque di "addomesticare" la morte e di affidarci ai ricordi facendo rivivere nella nostra mente e nei nostri cuori il tempo e le persone care; io non avrei riconosciuto, incontrandolo, Giacomo, eppure con la sua scomparsa - negli ultimi mesi cercavo di interrompere velocemente le frequenti conversazioni telefoniche con il suo zio Felice De Matteis, perché, parlando del nipote e della sua lunga agonia, si commuoveva, sentivo i singulti nella sua voce,e anche a me veniva da piangere - sembra che anche a me si sia spezzato il filo della vita, per dirla col Poliziano : " E morte il filo di mia vita ispezza"

Felice ed io avremmo potuto scrivere - si parva licet componere magnis - le "Vite parallele": nell'anno degli esami di Maturità eravamo "inseparabili"...un' amicizia che dura, ininterrottamente, senza tentennamenti, da oltre cinquanta anni, un'amicizia che ha visto anche la storia delle nostre famiglie intrecciarsi nelle alterne vicende della vita. 

Dalle nottate trascorse, davanti ad abbondanti thermos di caffè (oltre allo studio passavamo le notti a "sognare" una società "a misura d'uomo", come dicevamo allora) "ripassando" le pagine antologiche, - e com'eran belli i classici da Catullo a Tibullo, da Cesare ad Orazio,da Sant'Agostino a San Girolamo - cercavamo di imprimere nella nostra mente e nei nostri cuori i più bei florilegi di quei testi, come quello di S. Agostino preso dalle "Confessioni" "Quia fecisti me ad Te et inquietum est cor nostrum donec requiescat in te" (l'ho fatto scolpire sulla tomba della mia mamma) e l'altro, l'apocrifo agostiniano di padre Perico: "Se mi ami non piangere" che Felice ha messo sul suo profilo di face book per annunziare la morte del nipote...e ambedue - ma Felice era molto più bravo - componevamo versi poetici "in rima", prendendoci gioco dei tanti poetastri che, non conoscendo la metrica, imbrattavano e imbrattano tuttavia tanti fogli, in versi sciolti, credendo di essere novelli Ungaretti o Quasimodo...

Il sabato il mio babbo ci accompagnava , in macchina,da Borgo alla Villa de "Gli Ochi" dove trascorrevamo, lontani dal paese e dalle "tentazioni", due giorni di studio...oppure il dottor De Matteis, un distinto signore del Sud, Direttore dell'Ospedale di Pistoia, ci accompagnava, nella casa estiva dei De Matteis, sull'Appennino pistoiese, nella silenziosa Piteglio...("speriamo - diceva - che la montagna vi ispiri ...e che vi venga davvero la voglia di studiare...")

Ma a me dispiaceva lasciare il villino di viale Policarpo Petrocchi e soprattutto la compagnia dei suoi residenti e, soprattutto, quella della signora Elsa, dolcissima e amabile, Dama dei Gruppi della "Beata Maria Cristina" detta 'a Santa, la Regina di Napoli, madre di Francesco II, con la quale discutevo e mi confidavo volentieri, e Graziella, simpaticissima, sempre allegra e arguta, rispettivamente, la nonna e la mamma di Giacomo...la mamma e una delle sorelle di Felice.

Felice ed io avevamo le stesse "radici", culturali e politiche,e,seppur con sfumature diverse votavamo per la Destra; lui, che era (ed è) un "puro", un uomo coraggioso e coerente, che rappresentò il partito della fiamma, allora, quando molti si "nascondevano", nei tempi difficili della contestazione sessantottarda prima e degli Anni di Piombo, poi, quando si rischiava davvero la vita; dirigente del partito che fu del grande Arturo Michelini; consigliere comunale a San Marcello Pistoiese dove insegnò per anni (lessi lo scorso anno su "La Nazione" la lettera di un suo ex alunno che lo ricordava con affetto) quindi a Pistoia, unico consigliere di Destra...

Dicevo che fu un "puro", talmente puro da non sopportare alcune cialtronate dei dirigenti toscani di quel partito, rifiutando poi - posso ben dirlo - un sicuro seggio al Senato, e lasciandolo a uno dei tanti "servi" : "Perché - mi diceva - io con quella gentaglia, con i Girella, non voglio avere nulla a che fare" ripetendomi i versi del Giusti : "e buon sarà per me / se nella mia vita intera/ potrò dire d'aver meritato un sasso/ con sopra scritto : non cambiò bandiera "

Mi chiamò a Pistoia nel 1970, per una conferenza sui problemi della famiglia che tenni al Circolo San Pio X...prima della conferenza mi portò a "trovare" sua sorella Graziella che si era sposata con Piero Bonacchi, e che aveva avuto una figlia, Cecilia...che, quando arrivai, stava allattando. Fu per me una gran gioia.

Da quel momento anche Piero - che poi sarà sempre accanto a Felice (Cice) nelle sue battaglie politiche - divenne un carissimo amico... e fu con noi quando, sempre invitato da "Cice", chiusi, con due comizi,- insieme ai Presidi Romoli e Monteleone - la campagna elettorale del referendum "contro" il divorzio prima a Cutigliano e, poi, a Piteglio....con il passare degli anni, dopo la triste sconfitta del referendum, più volte tornai a Pistoia, a cominciare dalla presentazione, presso il caffè Valiani, del libro "Non sono un teologo" del cappellano militare Mons. Luigi Stefani e sempre una visita alla casa di viale Petrocchi e una alla casa di Piero e Graziella, benedetta da Dio, perché ogni volta trovavo un ragazzo in più: dopo Cecilia, Federico, Tommaso, Alessandro e Giacomino..come usava una volta nelle famiglie cristiane.

E poi, l'indissolubilità, nel dolore, delle nostre famiglie...la morte di mio fratello Luigi e quella di Graziella, la sorella di Felice...la morte di mio nipote Gaddo e quella del nipote di Felice, Giacomo.



Non sono andato ad accompagnare Giacomo all'estrema dimora tra i "poveri morti, soli / nei muti camposanti", ma quel ragazzo l'ho sentito e lo sento vicino, insieme alla sua mamma, quando per lui recito le mie preghiere e ieri sera all'ora in cui, padre Terenzio ha celebrato per lui, "ad memoriam", la S. Messa in latino, nel rito romano antico, la Messa della Chiesa, la Messa cattolica, la Messa di sempre e di tutti, sembrava che Giacomo mi sorridesse divertito per la mia polemica.

Da tempo ormai - e non solo per i "mali" che da due anni si sono abbattuti su di me - non partecipo ai funerali, dove tanti preti melensi, che, insieme alla talare hanno gettato alle ortiche la fede, hanno profanato e profanano tuttavia la sacralità della morte, trasformando quell'ultimo rito, un tempo solenne e tremendo ("Dies irae, dies illa/ Solvet saeculum in favilla:/ Teste David cum Sybilla/") in una Kermesse cialtrona, con tarantelle, schitarrate e musiche tribali, dove perfino il nero è stato abolito, come colore liturgico, perché...fa paura, e dove vanno verso il cielo inutili palloncini colorati da fiera paesana, invece delle nuvole dell'incenso bruciato davanti al Signore.

Ai morti non manchino le nostre preghiere, non manchi questa giaculatoria:

 

Siete stati come noi,

noi saremo come voi,

pregate Gesù per noi,

noi lo pregheremo per voi,

Iddio vi dia la pace e il riposo

nel Santo Paradiso. Amen

 

Ti assicuriamo le nostre preghiere, Giacomo, e anche tu non dimenticarci.

 

PUCCI CIPRIANI

sabato 1 maggio 2021

Cronache di Strapaese sulle orme di Mino Maccari e Giovannino Guareschi (di Franco Maestrelli)

 

Se fosse vissuto nei primi del Novecento Pucci Cipriani avrebbe fatto parte del gruppo di artisti e intellettuali che assieme a Mino Maccari diedero vita al movimento e alla rivista Strapaese. Li unisce l’essere toscani, anti-moderni e la frenetica attività culturale. Ma poiché è nato nel 1945, è vissuto in una Toscana feudo rosso in cui c’era spazio solo per chi operava nella cultura sotto l’egida del Partito Comunista. Come Maccari,  Cipriani è il cantore del “mondo piccolo” del suo borgo natio, delle famiglie patriarcali di un tempo, della buona tavola e dei riti liturgici ormai dimenticati. 

Attivo fin da adolescente nelle fondazioni di circoli e associazioni cattoliche e fieramente anti-comuniste è il meritorio fondatore dell’Anti89, associazione culturale dedicata alle contro-celebrazioni del bicentenario della nefasta Rivoluzione francese e direttore dell’organo dell’Anti89, la rivista quadrimestrale Controrivoluzione. Questo volume completa la trilogia iniziata nel 2005 con L’altra Toscana. Diario di un conservatore e proseguita nel 2013 con La memoria negata. Appunti per una storia della tradizione cattolica in Italia.               

 In questo libro Pucci Cipriani, dopo i precedenti che raccontano le sue memorie politiche, si dedica a quella che potremmo definire “un’operazione nostalgia” rivolta ai ricordi della sua infanzia e della sua gioventù. Ricordi che ripercorrono il calendario delle feste che un tempo, neanche tanto lontano, segnavano lo scorrere dell’anno. Sono i ricordi di un bambino di un piccolo borgo nel Mugello ma che appartengono anche a tutti i bambini dell’epoca: Ognissanti e la Commemorazione dei defunti con le visite al cimitero, le preghiere per i propri cari e, trovandoci in terra toscana, le Confraternite della Misericordia con le cappe nere, le buffe e le torce. La scuola di allora celebrava queste ricorrenze con delicate poesie che sottolineavano la comunione dei viventi con i trapassati abituando i bambini al pensiero della morte che oggi invece viene respinto in ogni sua manifestazione. Oggi le mamme si preoccupano di allontanare dai pargoli ogni pensiero lugubre ma, al contempo, li travestono da spettri e scheletri per festeggiare in scuole e oratori Hallowe’en. 

Si passa poi a ricordare il multicolore mondo dei mercati e delle feste di paese.  Centri commerciali e supermercati erano ancora da venire e per apparecchiare il desco famigliare, oltre alle poche botteghe, c’era il mercato con i suoi prodotti di stagione. Accanto alle bancarelle di frutta e verdura pittoresche figure di altri tempi che proponevano improbabili rimedi per calli e duroni, talvolta utilizzando come richiamo la scimmietta ammaestrata.

Cipriani descrive poi le sagre paesane con imbonitori e cantastorie. La televisione muoveva i primi passi e le fiction si vedevano sulla piazza del mercato attraverso il racconto di storie truci o comiche a seconda dell’estro dell’artista di strada. E dal “pianeta della fortuna” offerto dal pappagallino si passa poi agli spettacoli del circo oggi demonizzati dall’ideologia animalista. L’autore poi non dimentica il teatro vernacolare a cui lo stesso Cipriani in gioventù prestò la sua opera.

In questo viaggio nel tempo da buongustaio non manca di ricordare la cucina di quegli anni. Una cucina povera, di ingredienti a chilometro zero, come si dice oggidì, Una cucina legata al periodo dell’anno e alle festività liturgiche. In autunno si ammazzava il porco e sulle tavole di famiglie allora felicemente numerose era un trionfo di capocotto, salame, ciccioli e salsicce. Nulla dell’animale andava sprecato. A Pasqua c’era l’agnello coi piselli: ora è arrivata Maria Vittoria Brambilla e l’agnellino finirà ad avere diritti costituzionali…  I bambini attendevano le feste per gustare i dolciumi genuini: castagnaccio, ballotte e cenci. 

Un capitolo anche in questo libro è dedicato ai ricordi politici borghigiani dell’autore: l’adesione alla Giovane Italia negli anni Sessanta, l’innamoramento per la Monarchia, gli scontri con il PCI allora egemone nella zona. Scontri però come quelli di don Camillo e Peppone. Le aggressioni violente verranno dopo il Sessantotto. La cronaca di quegli anni è anche intervallata da ritratti di figure che paiono tratte dai libri di Giovannino Guareschi, di cui Pucci Cipriani è appassionato lettore, come il vecchio prete tradizionalista del piccolissimo borgo arrampicato sulla montagna ai confini con l’Emilia o la vecchia Desolina che ebbe, in morte, le sue campane a morto e il rito in latino.  Poiché Cipriani è stato insegnante non mancano nel volume le poesie che venivano fatte imparare a memoria nelle scuole elementari, quelle di Pascoli, Carducci e Gozzano, anch’essi cantori di quel mondo piccolo. Pucci Cipriani è editore, organizzatore di convegni e di impegno politico ma qui rivela la sua vena di malinconica nostalgia per il tempo in cui “ancora c’era la fede e si pregava in latino.”

Franco Maestrelli

https://www.destra.it/home/cronache-di-strapaese-sulle-orme-di-mino-maccari-e-giovannino-guareschi/



Pucci Cipriani

Dal Natio borgo selvaggio. Quando ancora  c’era la fede e si pregava in latino

Presentazione di Massimo de Leonardis

Postfazione di Cosimo Zecchi

Edizioni Solfanelli

Pagine 271 - Euro 19,00

https://www.edizionisolfanelli.it/dalnatioborgoselvaggio.htm

lunedì 20 luglio 2020

“DIO LO VUOLE!” (di Pucci Cipriani)


A dicembre 2020 il Convegno della Tradizione della “Fedelissima” Civitella del Tronto

Si erano già visti i prodromi: molto prima degli arresti domiciliari a milioni di italiani, sospendendo i diritti costituzionali ed esautorando il Parlamento, il Pd, mediante i suoi Amministratori rossi o quei Presidi che si mettono a 90° davanti al Potere, aveva iniziato una battaglia per far tacere le voci del dissenso che osavano parlare di Bibbiano o del Forteto. In particolare ricordo l’ormai “famoso” Convegno che si tenne e Bergamo il 30 novembre 2019 dal titolo “Da Barbiana a Bibbiano” – a cui parteciparono Filippo Bianchi, Jacopo Marzetti, Francesco Borgonovo, Lorenzo Gasperini e il sottoscritto – che fece scatenare tutti i diavoli dell’inferno: perfino un cardinale di Santa Romana Chiesa (e non della città di Bergamo), probabilmente timoroso delle imprevedibili rappresaglie bergogliane, prese posizione contro quell’Assise senza neanche conoscere i contenuti delle relazioni... seguirono a ruota, nello starnazzamento, sindaci rossi, segretari di partito, cellule e logge, e si accodarono i “pennaruli” della grande stampa e vari “cazzerellini tutto pepe e sale” (Cfr. Carducci) in servizio permanente effettivo.

Il Convegno si tenne comunque con grande successo, nonostante le intimidazioni e le minacce (è già stata pubblicata la relazione del dottor Lorenzo Gasperini nel precedente numero di “Controrivoluzione” e, in questo numero, potrete leggere quella del sottoscritto oltre a un intervento del prof. Carlo Manetti). 
Il candidato del Pd a Governatore della Regione, Eugenio Giani, impedì la presentazione del libro del Vice Direttore de “La Verità” Francesco Borgonovo, presso l’Auditorium della Regione Toscana mentre il sindaco di Borgo San Lorenzo e la Preside del Liceo “Giotto Ulivi” fecero altrettanto a Borgo San Lorenzo: il libro di Antonio Rossitto e Francesco Borgonovo, Bibbiano: i fabbricanti di mostri, non andava presentato nell’Auditorium del Liceo Mugellano “né ora, né mai”.
Naturalmente cito solo pochi episodi in quanto sul Forteto e su Bibbiano le Sinistre fecero muro.
Il Coronavirus, gli arresti domiciliari di milioni italiani, le leggi draconiane che impedivano (e in tanti casi impediscono) alla gente di uscire di casa, di lavorare, di andare a trovare i propri parenti, che hanno assassinato l’economia italiana, bloccarono la presentazione a Firenze del nuovo libro di Francesco Borgonovo, Contro l’onda rossa che sale: perché le sardine e gli altri pesci rossi della sinistra sono un bluff (Piemme)...
Il resto è cronaca: il governo, coadiuvato da una “Task force” di “raccattati”, ovvero 400 persone profumatamente pagate per la loro incompetenza, tra cui tre o quattro “virologi” che da mattina a sera facevano pagatissime comparsate in tutti i canali TV, cercando di scatenare il terrore, dicendoci tutto e il contrario di tutto; le leggi liberticide in combutta con la CEI (Commissioni Episcopale Italiana) che per mesi ci hanno impedito di assistere al Santo Sacrificio della Messa anche nella Settimana Santa, cosa che, persino i nazisti si erano ben guardati di fare... ora viviamo in una Italia in manette, con l’economia a rotoli, i cittadini costretti a portare l’inutile bavaglio (la mascherina).
Ora si stanno varando leggi liberticide che porteranno a termine quella “trasformazione antropologica” a cui tende quello che fu un tempo «il PCI che non è cambiato ma ha fatto una sua metamorfosi trasformandosi in un grande partito radicale di massa» (Augusto Del Noce) 
Ora Conte – l’Omino del Sonno che non è mai stato eletto – ha fatto quello che ormai molti si aspettavano: ovvero, senza passare dal Parlamento, ha annunciato la proroga della stato d’emergenza (che con il 30 di luglio avrebbe dovuto mettere la parola Finis) addirittura fino al 31 dicembre facendo così una assicurazione sulla vita del Governo; del resto «Le sole ragioni – scrive Sgarbi – sono, ad evidenza, di tornaconto politico: controllare (e manipolare) attraverso la paura la restrizione delle libertà personali»
Purtroppo quando dovemmo rinviare il Convegno annuale della Tradizione della “Fedelissima” Civitella del Tronto, che avrebbe dovuto tenersi a marzo, immaginavamo che, come ci facevano credere allora, le misure di restrizione della libertà fosse cosa di poche settimane...
Ora che vediamo come questa “Dittatura sanitaria” si protragga e si protrarrà ancora cercando di impedire o di ridurre al minimo il libero svolgersi dei “Comizi elettorali”, del confronto politico, delle manifestazioni di dissenso alla politica governativa, e soprattutto della manifestazione del pensiero, abbiamo deciso di effettuare comunque il Convegno della Tradizione cattolica nei giorni venerdì 11, sabato 12 e domenica 13 dicembre 2020 rispondendo così anche all’appello di tanti che ci avevano invitato a continuare la buona battaglia.
Rendo nota una lettera della dottoressa Giulia Bianco, del 7 marzo 2020, che avrebbe dovuto essere a Civitella per presentare la scuola parentale San Pancrazio di cui è docente e che, certamente, sarà tra noi a metà dicembre:

Carissimo Direttore, con tristezza apprendo del rinvio del Convegno. È davvero difficile esprimere il mio rammarico per questa decisione non sua, ma io personalmente, che a Civitella sono cresciuta e maturata nella Fede e nella militanza, porterò nel cuore il ricordo delle tante giornate passate insieme nella “Fedelissima”.
Io, la scuola, gli amici tutti ci stringiamo al Trono e ancor più all’Altare di Nostro Signore e assicuriamo le nostre preghiere: Civitella è la nostra bandiera di tradizionalisti impenitenti e saremo lì quando Dio lo permetterà.
In Corde Jesu
Giulia Bianco.

Certamente. Perché non solo Dio lo permetterà ma “Dio lo vuole”; ci ritroveremo tutti a Civitella, i vivi e i morti, dove sventolò sugli spalti quella Bandiera biancogigliata dell’Onore, nonostante i soldati eroici della guarnigione sapessero di combattere ormai “senza speranza”, e che, mai come ora, rappresenta il simbolo della Resistenza, monarchica e cattolica, all’apostasia del mondo.

Pucci Cipriani