mercoledì 6 marzo 2019

L'Altra letteratura (di Pucci Cipriani)


Ci sono vicende della storia o, addirittura periodi, sui quali — a causa dell'arroganza dei vincitori, dei totalitarismi liberale e marxista, del conformismo e della la paura di molti — è stato steso un velo, anzi una pesante coltre. La storia dovrebbe essere una perenne "revisione", nel senso che si dovrebbero accogliere con piacere gli studi seri e le nuove prove dei fatti per dare un quadro completo ed obiettivo degli avvenimenti.
Ricordate il Comunismo? Oggi sembra di essere in un'altra era: pubblicazioni di ogni genere sui crimini comunisti — specie dopo che il KGB aprì gli archivi dell'Unione Sovietica — a cominciare dal "Libro nero sul Comunismo Italiano" (Mondadori 2000 — ma fu pubblicato per la prima volta in Francia nel 1997 da Laffont) in cui autori ( Stéphan Courtois, Nicolas Werth, Jean-Louis Panné, Andrzej Paczkowski, Karel Bartosek, Jean-Louis Margolin — tutti studiosi e militanti (ex) comunisti, di quelli "duri e puri" aggiungerei io, alcuni allievi di François Furet — con una montagna di documenti reperiti in archivi, come abbiamo detto, fino allora inaccessibili e con una raccolta di tantissime testimonianze svelano quello che noi, andavamo dicendo dagli anni Cinquanta, ovvero che il Comunismo fu più efficiente nella produzione di Gulag e cadaveri che non in quella di grano e beni di consumo. La documentazione di cento milioni di morti nelle "purghe" comuniste (non solo staliniane), in Cina, in URSS, a Cuba, nell'America Latina, in Africa, in Europa...
C'è di più: il curatore del "Libro nero sul Comunismo", lo storico (ex) comunista Stéphan Courtois va oltre e — in questo non seguito solo da due dei coautori del libro: Nicolas Werth e Jean-Louis Margolin — paragona il Comunismo al Nazismo sostenendo addirittura che il Nazismo sarebbe "meno grave" in quanto ha causato "Meno vittime".
Quei crimini denunziati ora da tutti gli storici (a cominciare da quelli di sinistra) — difficile che qualcuno di loro difenda ancora il Comunismo — noi li denunziammo a cominciare dagli anni Cinquanta e ci prendevamo l'etichetta di "fascisti", faziosi, fanatici, fuori dalla storia: eppure c'era stato un cinquantennio di "Samizdat", di "Dissidenza"... ma i "dissidenti" allora, per il PCI, per il PSI... ma anche per la Democrazia Cristiana, erano sen non "fascisti", almeno "persone piene di risentimenti", "non credibili" e fanatiche che avrebbero ostacolato quel dialogo che, seppur attraverso fiumi carsici, c'è sempre stato tra comunisti e pseudocristiani ovvero militanti della setta degasperiana. Perfino il Vaticano con Paolo VI — se poi leggiamo i recenti documenti bergogliani comprendiamo che "al peggio non c'è mai fine" — sacrificò all'Ostplolitick del Cardinal Casaroli i "Martiri e i Confessori della Chiesa del Silenzio", primo fra tutti il Cardinale ungherese Joseph Minszenty che, con il suo lungo calvario, fu il vero Confessore (= testimone) della Fede in terra ungherese, che con le sue "Memorie" (pubblicate in Italia nel 1974 dall'editore Rusconi), fece rivelazioni sconvolgenti e scottanti sulle sopraffazioni, menzogne, atrocità del Comunismo ma soprattutto sulle ambigue connivenze dell'Occidente.
E non possiamo dimenticare che i libri del più grande scrittore russo, un vero profeta, colui che trascorse nel Gulag parte della sua vita, Alexander Solgeniztin, non potevano essere pubblicate in Italia per il veto messo dal culturalume radical-marxista e cattocomunista... perché Solgenitzin, il non dimenticato autore della trilogia "Arcipelago Gulag", come il Cardinal Mindzenty, era non solo fu un testimone del terrore rosso ma era anche un cristiano fedele alla Tradizione.
Oggi chi oserebbe parlare contro questo eccezionale personaggio, il rappresentante vero della "Santa Russia".
Se mi è permesso un episodio personale per capire il clima d'allora e l'impossibilità di affrontare qualsiasi tema con le sinistre e i loro reggicoda (talvolta assai peggiori delle sinistre stesse): ero consigliere comunale (eletto come "indipendente monarchico" nelle liste DC) a Borgo San Lorenzo e, durante una seduta del Consiglio Comunale, quando, allora, si condannava l'attacco americano in Vietnam, io lessi alcune pagine di un racconto di Solgenitzin: "Una giornata di Ivan Denissovic".
Eravamo nel 1970 e il libro di Sogenitzin era infatti formato da tre tre racconti (oltre a "Una giornata di Ivan Denissovic", "La Casa di Matriona" e "Alla Stazione") ed era fresco di stampa: apriti cielo e spalancati terra: la canea urlante, gli insulti, gli spintoni e... anche gli sputi: segno di estremo disprezzo.
Ma il "revisionismo" ovvero la storia vista in tutte le sfaccettature si è fatto avanti: perfino sulla "Guerra Civile", sulle stragi perpretrate dai partigiani comunisti..anche dopo la fine della guerra, si è fatto, o meglio si è cominciata a fare, seppur faticosissimamente, luce e anche qui grazie all'opera — più che di storici — di due giornalisti e scrittori (insomma due "cronisti della storia") Giorgiò Pisanò (di parte fascista) autore di quei tre volumi usciti negli Anni Sessanta e più volte ristampati: "Storia della Guerra Civile in Italia" e, dopo, molto dopo, Gian Paolo Pansa (di parte comunista) con alcuni romanzi o saggi storici tra cui "Il Sangue dei vinti"... Lo stesso dicasi per le "foibe" che, nei libri di testo delle scuole, ieri come oggi, o non sono ricordate, o altrimenti si arriva addirittura al grottesco quando vengono definite "Grande forre nelle quali i tedeschi gettavano i corpi dei cittadini uccisi nelle rappresaglie". Ricordo, negli anni Settanta, don Luigi Stefani — un sacerdote dalmata, al quale ero legato da profonda e cara amicizia — che, nel suo studio presso la Confraternita di Misericordia di Firenze, aveva posto una suggestiva foto di un "tramonto zaratino" e una croce con la scritta "Parce mihi Domine quia dalmata sunt", ricordando i suoi quattro alunni al Seminario di Zara, gettati, ancora vivi, in una foiba nudi, evirati, con i genitali in bocca, e una corona di spine in testa.
Dopo settant’anni la RAI, sia pur nei giorni del Festival di Sanremo, ha presentato, in prima serata, un bel film diretto, sceneggiato, e prodotto da Maximiliano Hernando Bruno, per ricordare, come ha sottolineato Fausto Biloslavo su "Il Giornale", una martire della bestialità dei partigiani comunisti, juguslavi e italiani: Norma Cossetto (e con lei tutte le migliaia e migliaia di vittime infoibate, fucilate, annegate in quel periodo), una studentessa di 23 anni la cui unica colpa era quella di essere la figlia del Podestà in un paese nel cuore dell'Istria.
Norma Cossetto fu stuprata ripetutamente, torturata e, quindi, gettata ancor viva in una foiba durante la "pulizia etnica" al seguito del vuoto di potere dell'otto settembre.
Insomma si comincia a vedere — e lasciamo stare se son passati settant'anni — anche l'altro lato della storia per quanto riguarda i grandi totalitarismi del XX Secolo come Comunismo e Nazismo e Fascismo e infatti sul Fascismo venne pubblicata, già negli anni Settanta, la monumentale opera di Renzo De Felice. Ma silenzio sulla Guerra Civile in Italia: era troppo presto per parlarne e, infatti, c'erano ancora, da ambo le parti, ferite aperte sulle quali, forse, non andava sparso altro sale.
Ci voleva il genio di uno scrittore come Giovannino Guareschi per poter parlare di quei fatti sanguinosi. E Giovannino — a cui si deve riconoscenza anche per aver grandemente contribuito alla sconfitta del Fronte Popolare, ovvero del Comunismo, nel 1948 ( forse per questo De Gasperi lo spedì in galera ) — che nei suoi libri ( lasciamo, ahimè, perdere i film "addomesticati" dal regime ) che io definirei addirittura "poetici" affronta anche il problema dei "morti", dell'una e dell'altra parte, ovvero delle "opposte sponde", quelli morti col fazzoletto rosso al collo o quelli con la camicia nera, non i "buoni" o i "cattivi", ma solo giovani che combatterono su opposte barricate e le cui intenzioni solo Dio conobbe.
"Fratelli — è Guareschi che parla attraverso il suo "Don Camillo" — si parla tanto di dialogo fra chi sta sulle opposte sponde. Queste anime che noi ricordiamo stanno sulla sponda della morte e parlano a noi che stiamo sulla sponda della vita. Ascoltiamo ciò che ci domandano e il nostro cuore troverà la giusta risposta. La terra purifica tutto, come la morte. La terra fine di ogni cosa e fonte eterna di vita" (Cfr: "Don Camillo e don Chichì" Ricordo di un novembre lontano)
E, nella sua breve vita (morì a Cervia il 22 agosto del 1968 ed era nato, sessant’anni prima, a Fontanelle di Roccabianca PR); alla vigilia del Sessantotto e alla vigilia della sua morte, aveva già capito tutto di quella Rivoluzione sessantottarda stupida e tremenda a un tempo; aveva capito che c'era chi "tirava i fili" di quel movimento per cui poteva allora ammonire i giovani (e questo ammonimento sembra scritto anche per i giovani d'oggi), e sentite con quanta profetica lungimiranza e lucidità:
"Protesto perché nessuno dice a questi giovani: "Diffidate di chi vi sorride e vi da' importanza eccezionale. Vuole rifilarvi un giornale, un libro, un disco, una rivista pornografica, un intruglio gassato, una chitarra, un allucinogeno, una pillola (... ) un cartello, un manganello, un mitra." Protesto perché sono stato giovane e buggerato come saranno buggerati i giovani d'oggi... " (Cfr. "Chi sogna nuovi gerani?" "... ai giovani")
Quale ammonimento e quale condanna ai vecchi "Cattivi maestri"... che nel Sessantotto montarono in cattedra e da quella cattedra non sono più scesi e pretendono di farci la morale... anche a Destra... e chi ha orecchi da intendere intenda.
E ancora Guareschi alle ragazze, comprendendo le conseguenze della "rivoluzione sessuale": "... come tanti giovani è dominata dalla paura di essere considerata una ragazza onesta. E' la nuova ipocrisia: un tempo i disonesti tentavano disperatamente di essere considerati onesti: Oggi gli onesti tentano disperatamente di essere considerati disonesti." (La Voce del Cristo in "Don Camillo e don Chichì" "E' di moda il ruggito della pecora")


Dunque, a poco a poco, dopo diecine e diecine di anni, si sta alzando la pesante coltre che ricopriva alcune vicende storiche e si possono — solo ora si badi bene — criticare ideologie come il Comunismo, addirittura, fare la comparazione con il Nazismo.
Si ricorda, ogni anno, — ed è giusto che sia così — il "genocidio" del popolo ebraico" quella che gli ebrei chiamano la "Shoah" — e anche qui c'è un bel libro: "Il Diario di Anna Frank" che ben, nel racconto adolescenziale di due giovani braccati dalla Gestapo, si riassume la tragedia di questo popolo, i campi di concentramento, le deportazioni, la morte.
Provate però a domandare se, nella storia, vi sia stato qualche altro genocidio tipo la Vandea: sicuramente vi risponderanno (parlo di molti docenti di scuola di ogni ordine e grado... ma anche di storici) che sì, in Vandea, ci fu "qualche morto" in quanto si cercò di reprimere una rivolta di un popolo riottoso (quello vandeano)... .ma non pragonabile allo sterminio del popolo ebraico... come numeri... ma scherziamo? Così ha risposto una professoressa di lettere alla domanda di un suo alunno liceale che domandava "lumi" sulla Vandea.
I libri di testo delle scuole fanno ancora prima: o ignorano il "genocidio vandeano" e i crimini della Rivoluzione o se la cavano con una mezza dozzina di righe: "Ci furono tumulti e ribellioni nella Regione della Vandea e in altre zone della Francia ma, presto, furono domati".
La Rivoluzione francese che fu essenzialmente anticristiana (divenne antimonarchica solo dopo il rifiuto di Luigi XVI di procedere nelle misure antireligiose. Come non ricordare le stragi sistematiche attraverso la ghigliottina e l'annegamento di diverse migliaia di cristiani, di preti, di monache. E come non ricordare i massacri di settembre commessi — e lo testimoniano addirittura i testi rivoluzionari dell'epoca — in nome di ideali pseudo spartani di eliminazione degli emarginati e dei più deboli (= analogamente aveva fatto il Nazismo quando si levò alta e stentore la voce del Cardinale Clemens August Von Galen, il "Leone di Munster", che il Reich voleva impiccare per dare un esempio). E bisogna ricordare anche i massacri commessi ovunque, specialmente nel Lionese e nel Mezzogiorno, la deportazione delle popolazioni di diversi villaggi Baschi e e soprattutto l'immenso genocidio della Vandea e delle province dell'Ovest. Un genocidio che fu freddamente e razionalmente deciso dalla Convenzione e che la sua esecuzione fu eseguita giorno per giorno, donne e bambini, da 300.000 a 400.000, e che fu accompagnato da terribili novità come la creazione di fonderie di grasso umano e della concia della pelle della stessa origine.
In questo genocidio premeditato come dimenticare altri orrori come le diecine di villaggi bruciati dalle truppe infernali del Generale Tureau, i fedeli bruciati vivi nelle chiese che venivano incendiate perché "rifugio dei ribelli" e gli annegamenti sui barconi a Nantes perpetrati nei vari mesi dal diabolico Carrier.
Del resto questa Rivoluzione sanguinaria, questo genocidio orrendo, sono stati esaltati da tutti
più grandi dittatori totalitari e massacratori della storia: Lenin, Trotski, Hitler, Stalin, Mao, senza dimenticare il cambogiano Pol Pot che rivelò alla Sorbona la sua ammirazione per Robespierre, di cui fun un grande e coerente ammiratore.
La Storia ha taciuto e tace tuttavia su questo immondo genocidio. Oggi la Rivoluzione con i suoi principi non può essere messa in discussione da nessuno: perfino una certa destra dice o diceva: "Siamo anche noi figli della Rivoluzione francese" Ebbi, proprio per questa affermazione, uno "scontro" per questo con il pur bravissimo Piero Buscaroli (si firmava Piero Santerno su "Il Giornale" di Montanelli).
Il poco che sappiamo sui crimini della Rivoluzione francese e sul terrore lo dobbiamo a qualche raro scrittore e ad una letteratura popolare, con in prima fila, Honoré de Balzac (1799-1850) il quale in alcuni suoi romanzi della Commedia Umana", su un veritiero sfondo storico, vi innesta una storia di fantasia come negli "Gli Sciuani", ovvero gli "uccelli della notte", i combattenti della Vandea e della Bretagna fedeli alla Monarchia e alla Religione ( XII Volume della Commedia umana) in cui racconta una storia d'amore tra due personaggi: l'aristocratica Maria de Vermeil e lo chouan monarchico Alphonse de Montauran, E poi "Un tenebroso affare", episodi e racconti, certo romanzati, ma che ricordano fatti realmente accaduti, romanzi in cui si rileva l'ammirazione dell'autore per il "genio" Napoleone ma anche l'obiettività della narrazione.
Da non dimenticare, poi, J:Barbey d'Aurevilly con "La Stregata", e "Il Cavaliere des Touches".
Perfino Hugo, uno degli scrittori simbolo della Rivoluzione e del "laicismo", in un suo romanzo, "Novantatré", descrive i crimini giacobini del "Genocidio vandeano".
Da non dimenticare "L'Ultima al Patibolo" della tedesca Gertrud Von Le Fort - ripresa poi dallo scrittore francese George Bernanos per una "riduzione teatrale" — nella quale l'autrice, pur mettendoci alcuni elementi fantastici, racconta la storia autentica del Martirio delle sedici carmelitane di Compiègne, ghigliottinate il 17 luglio 1794 a Parigi.
Ma, forse, ciascuno di noi, si ricorderà di quand'era ragazzo e si appassionava alle storie della "Primula Rossa"... era un personaggio immaginario frutto della fantasia di una fertile scrittrice ungherese: la Baronessa ORCZY (1865-1947) che esordi nel 1905 e pubblicò una serie di romanzi, appunto, ispirati alla "Primula Rossa", un imprevedibile personaggio, che, nei giorni del Terrore, insieme ad un gruppo di coraggiosi, si prodiga per far fuggire Oltre Manica gli aristocratici, altrimenti destinati alla ghigliottina.
I suoi libri ebbero immensa fortuna e furono pubblicati in Italia da Salani: "La Primula Rossa", "La Banda delle Primula Rossa", Il voto di sangue", "Il figlio della Rivoluzione" etc. e de "La Primula rossa" si ebbe anche la versione cinematografica.
Per quanto riguarda la Storia vorrei ricordare quello che non esito a definire il dramma di Reynald Secher: negli anni Ottanta, giovane ricercatore all'Università della Sorbona — discepolo del Professor Pierre Chaunu, protestante, Membro dell'Institute de France — dopo una ricerca sulla Vandea pubblica un libro, con una documentazione incalzante: "Il genocidio vandeano" con la prefazione di Jean Meyer e la presentazione dello stesso Pierre Chaunu.
Al giovane e promettente ricercatore — dopo quella pubblicazione — fu preclusa ogni via accademica... solo un piccolo editore in Francia ne tirò alcune copie... anche in Italia fu pubblicato dalle edizioni Effedieffe. L'Autore attualmente fa l'editore pubblicando, a sue spese, libri come il suo... . ovvero una sorta di "controstoria"...
Per quanto riguarda la Rivoluzione italiana ovvero il così detto Risorgimento, parlarne male significa finire nel "ghetto degli intoccabili"... e noi ci siam finiti con estremo piacere. Da noi, fin dalle scuole elementari, abbiamo sentito una continua esaltazione dell'invasione armata del Regno delle Due Sicilie, e abbiamo letto libri pseudo storici e un sottobosco di produzione letteraria (mi riferisco ad esempio agli scritti sconclusionati e grotteschi del nizzardo Giuseppe Garibaldi, improvvisatosi "letterato" o a quelli demenziali di Giovanni La Cecilia) portando sugli altari e celebrando le gesta dell'esercito piemontese: villaggi incendiati dalle orde "garibaldesche" e dai "prodi bersaglieri" del generale Alfonso Lamarmora, fucilazioni di massa per "briganti" o sospettati tali (chi non ricorda la Legge Peruzzi - Pica).
Denunziò tutto questo lo storico "controrivoluzionario" Giacinto De Sivo, di Maddaloni, che parlò anche dei tradimenti dei generali borbonici "compri dall'oro inglese e massonico", nel suo celeberrimo "Viaggio da Boccadifalco a Gaeta", un libro finalmente ristampato negli anni Ottanta, e a cui — sfidando il conformismo radicalcomunista — pose la prefazione Leonardo Sciascia, un grande scrittore non certo "reazionario". Ma il vero cantore del regno Duosiciliano è Carlo Alianello (1901-1981) con i suoi capolavori "Soldati del Re", "L'Alfiere", "La Conquista del Sud", "L'Eredità della Priora" e "L'Inghippo"... Alianello che Fausto Gianfranceschi definisce uno scrittore "cattolico" — e definirsi cattolico oggi appare difficile quando i cattolici fedeli alla tradizione sono perseguitati, oltre che dalla così detta società civile, persino dai vertici "peronisti" vaticani — per il quale "il principio di selezione etica trascende il calcolo del successo storico: gli uomini debbono svolgere il ruolo assegnato ad essi dal destino anche se è contro la StorIa, perché giudice è Dio non la Storia". Alianello dunque Scrive e scrive dalla parte dei vinti e sarà un personaggio del suo romanzo, forse il più bello, "L'Alfiere", un ufficiale, il Tenente Franco, morente sugli spalti di Gaeta a lasciare quel testamento di fedeltà e onore del popolo "napolitano".
"Altri combattono e muoiono per una conquista, una terra, un'idea di gloria, per un convincimento magari o un ideale: ma noi moriamo per una cosa di cuore: la bellezza. Qui non c'è vanità, non c'è successo non c'è ambizione. Noi moriamo per essere uomini ancora. Uomini che la violenza e l'illusione non li piega e che servono la fedeltà, l'onore, la bandiera e la Monarchia perché son padroni di se' e servitori di Dio. Ieri forse poteva sembrare più nobile, più alta la parte di là, ma oggi con noi c'è la sventura, e questa è la parte più bella. Perché sopra di noi ci possiamo scrivere senza speranza... " (Cfr. Carlo Alianello: "L'Alfiere" )
C'è un giornalista però a Napoli che racconta le vicende della sua città... seguitissimo, ed è Ferdinando Russo criticato da Benedetto Croce ma "amato" dal Carducci che lo volle incontrare, sempre in polemica con Salvatore di Giacomo che, però, in morte, scrisse su di lui versi bellissimi. Fu poeta il Russo e non cantò una Napoli oleografica, da cartolina, ma una "Napoli lunare", una Napoli dove le ore della notte sono scandite dalle gesta della povera gente. Fu anche il poeta dei vinti... per cui dopo aver diretto per vent'anni una rubrica letteraria sul "Mattino" fu licenziato: poeta reazionario, borbonico, sanfedista... aveva scocciato abbastanza.
Di lui vanno ricordati due "poemetti": 'O Luciano d' 'o Ree e 'O Surdate 'Gaeta 'O Surdate 'Gaeta ove un ex combattente, racconta gli episodi di eroismo nella difesa della Roccaforte di Gaeta, ricorda anche l'eroismo di re Francesco e piange sulla sua sorte, infatti, dopo aver combattuto per la sua Patria e per il suo Re, il nuovo regime gli ha tolto, con le tasse e i balzelli, ogni suo avere e, per lui, finita la vita lieta del Regno, non resta che il rimpianto e il dolore all'Ospizio dei Poveri.
Analogamente 'O Luciano d' 'o Ree che ha combattuto sulle navi della flotta borbonica in difesa della Patria Napolitana: ora trova la sua bella Napoli cambiata e distrutta ed è sottomesso a un tiranno che non conosce e che, sembra, lo abbia preso di mira con le sue leggi liberticide, quando invece:
'O Re me canusceva e me sapeva!
Cchiù de na vota, (coppola e denocchie!)
m'ha fatto capì chello che vuleva!
E me saglieno 'e llacreme ant'all'uocchie!
'A mano ncopp' 'a spalla me metteva:
"Tu nun si' pennarulo e nun t'arruocchie!
Va ccà! Va llà! Fa chesto! Arape 'a mano!"
E parlava accusì: napulitano!

Alla fine termina amaramente 'O Luciano, il povero marinaio di Santa Lucia, su un letto all'Ospizio dei poveri:
Ca stammo tuttequante int' 'o spitale!
Tenimmo tutte ' a stessa malatia!
Simmo rummase tutte mmiezo 'e scale,
fora 'a lucanna d' 'a Pezzenteria!
Che me vuò dì? Ca simme libberale?
E addò l'appuoie, sta sbafanteria?
Quanno figlieto chiagne e vo' magnà,
ceca int' 'a sacca... e dalle a libertà!

Nostalgie... soltanto nostalgie... la Nuova Italia, liberale, liberista, laica, laicista, quella della "Libera chiesa in libero Stato", aveva già ormai consolidato il suo potere, e così come, poi, i fascisti formeranno i "Balilla" con il libro di stato e i comunisti formeranno "I Pionieri"; la Nuova Italia affiderà l'educazione della gioventù a uno scrittore, tra l'altro autore di una serie di piacevoli "Bozzetti di Vita Militare", che le persone della mia età conosceranno certo a menadito: Edmondo de Amicis con il suo libro "Cuore".
Dietro i buoni sentimenti, voi vedrete una classe torinese, dell'Italia unita, decritta nel Diario annuale di un alunno (Enrico Bottini); vedrete i bambini, i maestri, i genitori che non rammenteranno mai il nome di Dio, festeggeranno le imprese militari o gli eventi civili, ma non festeggeranno il Natale o la Pasqua ; non vedrete un simbolo religioso in classe o un famiglia.
perfino la carità è ridotta a filantropismo... è l'uomo nuovo" che va formato nell scuola pubblica — la scuola del plagio di adesso e quella dei "Todos caballeros" del Sessantotto e di don Milani è figlia di "Cuore" — Insomma il titolo cuore non è messo solo per indicare i buoni sentimenti il sentimentalismo sdolcinato ottocentesco ma è messo scientemente il "Cuore" laico, in
contrapposizione al Dogma del Cuore Carneo, alla devozione delle famiglie italiane che ancora resiste. Nell'Ottocento non c'era famiglia che non avesse in casa il simbolo del Sacro Cuore.
Ma veniamo al nostro "Maestro Domenico", veniamo al Granducato di Toscana, al nostro Granducato. L'Italia era fatta e guai a parlare degli Stati preunitari, dei sovrani, dei Re legittimi e, soprattutto "Del si stava meglio quando si stava peggio"
Figuriamoci con la "cacciata del Granduca e l'avvento dei piemontesi il Giusti ( sia chiaro, non è Dante) che pur bolla in una sua poesia Leopoldo II, il sovrano buono e paterno, come un re "Travicello"... ovvero, inetto, "minchione"... i "Girella" che pur il Giusti condanna in una sua poesia salteranno subito sul carro del vincitore.
Ma c'è un "poeta", un poeta di strada a Firenze, Mario Palazzi un pover'uomo ma con le idee chiare che, di fronte, ai tanti Girella, di fronte a questo nuovo regime totalitario che sta distruggendo tutta la storia antica e la tradizione della Toscana verga i suoi versi — per campare li vende ai passanti — che di fronte al nuove può ben dire, anzi scrivere in versi:
A noi par d'essere civilizzati / ma peggio d'ora / non siam mai stati...
E poi, in un dialogo tra padre e figlio:
Figlio: Dimmi papà, / ov'è il Granduca / sta rinserrato / dentro una buca? Padre Pur troppo è morto / Roma l'accoglie / esule andò / da queste soglie / quando qui stava / Ernesto mio / c'era in Palazzo / l'angiol di Dio / coi cari figli / la sua consorte / di Santi e Angeli formò la corte / Nè pel colera / né per la piena / ai cari sudditi voltò la schiena / e mai si videro / entro il suo regno /
farsi pei poveri / case di legno / trattare i popoli / con le prigioni / se in cuor racchiudono / altre opinioni / dare ai ragazzi / tante licenze / di fare ad altri / le impertinenze / Figlio Che Italia è bella / forte Nazione / Lo dicon sempre / molte persone. Padre Per chi ha rubato / le altrui sostanze / son tempi rosei per le finanze / se tenta il popolo dir sue ragioni / vi è Bersaglieri /
Linea e Cannoni / così ragione han sempre loro / Ecco la bella età dell'oro.
Se cercassi l'applauso dovrei — come avevo programmato — terminare citando la "chiusa" di un bell'articolo dell'amico Enrico Nistri che pubblicai su "Controrivoluzione" nel 1994 (e mi sembra ieri): "Quando scoppiarono i moti rivoluzionari che avrebbero trasformato Firenze da capitale di uno Stato a semplice prefettura del regno d'Italia, Leopoldo II avrebbe avuto facilmente ragione dei dimostranti se solo avesse voluto fare ricorso alla forza delle armi e in particolare ai cannoni ben piazzati a Forte Belvedere. Ma il suo amore per la pace, il suo affetto per i sudditi, la sua convinzione che il buon senso avrebbe finito comunque per prevalere lo indussero ad abbandonare senza spargimento di sangue la città e il granducato su cui aveva regnato da sovrano onesto, scrupoloso e paterno. I fatti com' è noto smentirono le sue speranze. Ma Leopoldo continua ugualmente ad essere ricordato con simpatia, affetto e una punta di rimpianto da tutti i fiorentini e i toscani di retto sentire."
E questa sarebbe stata una bella "chiusa" ma viene da domandarsi: Se quei cannoni ben piazzati a Forte Belvedere avessero sparato sulla canaglia, la Dinastia dei Lorena regnerebbe ancora e, forse, a noi ci sarebbero stati risparmiati gli odierni di governanti, senza onore e senza cervello, che ci hanno portato a questa Europa che ricalca, peggiorandolo, lo stampo della vecchia Unione Sovietica.

Pucci Cipriani

martedì 5 marzo 2019

PELOSINI E IL MAESTRO DOMENICO (di Ascanio Ruschi)


Il nome di Narciso Feliciano Pelosini è oggi sconosciuto ai più. Eppure egli fu, nella seconda metà dell’ottocento, una figura di un certo rilievo, a livello toscano e anche nazionale, sia come politico, che come avvocato, ma anche come uomo di cultura e letterato. Oggi grazie alla preziosissima opera dell’editore Marco Solfanelli si deve la riscoperta della sua opera maggiore, e più conosciuta, il “Maestro Domenico” appunto. In questa novella, il protagonista, fedele suddito del Granduca, si assopisce sotto un albero e si risveglia dopo l’unificazione italiana, in una società che fatica a riconoscere, in aperta rottura con la vecchia societas granducale.
Ma chi era il Pelosini? Narciso Feliciano — questi i nomi di battesimo — nasce a Fornacette di Calcinaia, provincia di Pisa, nel 1833, da una famiglia benestante, ma certamente non ricca e non nobile. Instradato alla vita ecclesiastica nel seminario di Montepulciano, scopre ben presto di non avere la vocazione sacerdotale (un fratello invece si farà prete), e si iscrive all’Università di Pisa per studiare diritto. Si laurea all’Università di Siena nel 1854, non prima di aver dato alle stampe una prima raccolta di poesie, dal titolo “Poesie italiane”. Già dal titolo dell’opera, si evince il clima culturale e sociale in cui è immerso il Pelosini, di cui egli stesso risente. Pisa è al centro dei fermenti unitari, e certamente il Pelosini non è estraneo a questo fermento politico. Infatti in questo periodo entra in contatto con i circoli culturali di tendenza liberale, grazie ai quali conosce e stringe amicizia, tra gli altri, anche con il Carducci, il quale lo ricorda nelle sue memorie come un “giovane d'idee avanzate, non fervente cattolico come dipoi”.
Dopo una breve parentesi di docenza alla scuola di Scienze Aziendali di Firenze “Cesare Alfieri”, ove insegna diritto penale, si dedica definitivamente alla professione forense. Grazie alla sua ars oratoria, alla battuta pronta e sagace, diviene in breve un avvocato penalista piuttosto conosciuto anche oltre i confini toscani, e partecipa ad importanti processi, arrivando anche a difendere Giacomo Puccini. Peraltro l’episodio è spassosissimo: il Puccini, appassionato cacciatore, si recava spesso in riva al lago di Massaciuccoli a sparare nella riserva del Marchese Ginori Lisci, col permesso del proprietario ovviamente. Se non che, con l’aiuto di un boscaiolo del posto, iniziò a cacciare di frodo, fino a che una sera non fu fermato da due carabinieri. Instaurato il giudizio per il reato di caccia di frodo e porto d’armi abusivo avanti al Pretore di Bagni San Giuliano, il Pelosini ne assunse la difesa e, con un’accorata arringa difensiva, sostenne che non essendo stato trovato il corpo del reato, e cioè l’anatra contro cui il colpo di fucile del Puccini era diretto, mancava la prova del fatto, e che il suo assistito si era recato in riva al lago solo per provare delle nuove cartucce per il fucile. Fu così che il Puccini fu assolto. In cambio, oltre ad un lauto pranzo offerto, il Pelosini ricevette in regalo uno spartito con dedica autografa dell’illustre musicista.
Ma torniamo alla vita del Pelosini. Intorno agli anni sessanta egli si riavvicina al cattolicesimo e assume posizioni sempre più critiche nei confronti del liberalismo e dell’unificazione. Evidentemente gli avvenimenti cui egli assiste, lo influenzano fortemente, tanto da fargli rivedere le sue posizioni di liberale moderato. Questo periodo di forte conversione e di critica al liberalismo, culmina nel 1871 con la pubblicazione – a proprie spese - della “fiaba” Maestro Domenico, che stasera abbiamo il piacere di presentare. L’opera, apertamente antirisorgimentalista, dà il via a nuovi contrasti con il Carducci e con i circoli liberali toscani. Contrasti che, anche a causa del carattere piuttosto burbero e oltremodo schietto del Pelosini, negli anni successivi si acuiranno sino ad una rottura netta.
Tra il 1882 e il 1890 è per due volte Deputato nel gruppo della Destra, e poi diviene Senatore del Regno; in tale ambito la sua attività politica è principalmente orientata nella riforma del diritto penale. Muore a Pistoia nel 1896, ove si è ritirato nell’ultimo periodo, profondamente sfiduciato per l’evoluzione, o meglio l’involuzione, della società italiana post unificazione.
Tratteggiata così brevemente la vita del Pelosini, se ne ricava una figura piena di sfaccettature, variegata, complessa nei modi ma schietta e sincera nei pensieri. Certamente egli non fu un pensatore della Restaurazione, uno strenuo difensore legittimista, un esponente di quel connubio tra Trono e Altare che ispirò tanti intellettuali ottocenteschi (il grande Monaldo Leopardi tra tutti). Ma questa particolarità non lo rende meno interessante, anzi. E proprio questo suo percorso, intellettuale e religioso, dal liberalismo a posizioni più tradizionalmente orientate, ne fa una figura di rilievo, e degna di attenzione.
Il percorso di conversione, e la radicalizzazione della critica risorgimentalista, ci fanno capire come il Pelosini si trovò a confrontarsi con la realtà, che evidentemente non era quella tanto vagheggiata e auspicata da chi si era fatto promotore dell’unificazione. Egli si mosse lungo binari di assoluto realismo, scevri di connotati ideologici, anche se ovviamente pieni di idealità e di sentimenti. Il riavvicinamento al cattolicesimo più profondo, gli permise di aprirsi ad una visione della societas tradizionalmente orientata, fondata sui sani principi cristiani del buon vivere e dell’unicuique suum.
Egli da liberale moderato, non ostile per partito preso al processo di unificazione, si spostò su posizione politiche di difesa delle piccole patrie, fondate sulla comunione delle credenze e degli affetti. Non una idealizzazione del bel tempo che fu (inteso come luogo astratto, come aveva fatto l’illuminismo con la teoria del buon selvaggio), bensì la concreta e triste constatazione che l’invenzione dell’Italia risorgimentale aveva distrutto quel collante fondamentale costituito dall’appartenenza alla stessa terra (la Toscana lorenese e granducale) e alla stessa fede, così come trasmessa dalla Chiesa Cattolica. Quel che descrive il Pelosino, e soprattutto quel che egli contesta, è frutto dell’esperienza diretta, di chi addirittura, in quegli anni tormentati, fu protagonista della vita culturale toscana e poi di quella politica nazionale. Un osservatore dunque assolutamente in medias res, testimone oculare di quella rivoluzione politica e sociale della seconda metà dell’ottocento.
Egli contesta alacramente la “Nuova Italia” fatta di repubblicani anticlericali, di massoni e di politicanti di mestiere che aveva portato alla caduta di Roma e alla fine dello Stato della Chiesa. La descrizione del tempo che fu che il Pelosini fa in una lettera dedicatoria al Guerrazzi — anch’egli uno dei grandi delusi del post risorgimento —, è mirabile: “Erano buona gente que’ nostri vecchietti della campagna toscana. Avevano de’ pregiudizi, e di molti; crescevano ed invecchiavano un po’ alla carlona: ma il cuore era buono, il costume severo, la vita semplice, tranquilla ed agiata (…). Lavoravano per sé e per i figliuoli: davano ordine alle cose della famiglia e del Comune; temevano più Dio del Codice penale; e, ignari anco del nome non che dell’ufficio e degli arnesi del boia, lasciavano inoperosi gli sbirri ed i carcerieri”. Ecco dunque i principi immortali ai quali si richiama il Pelosini, e che sono poi quelli sostanzialmente espressi dal Maestro Domenico.
Il racconto, non privo di elementi autobiografici (si pensi al padre del Pelosini, che come il protagonista della fiaba, svolge al contempo l’attività di artigiano e quella di insegnante) sembra rispecchiare il travaglio interiore dei cattolici italiani ottocenteschi che, assopitisi nel periodo della Restaurazione, non si erano resi conto che nel frattempo l’auctoritas e la Fede nella Chiesa avevano lasciato il campo a nuove istanze illuministiche, che si erano diffuse, come una pandemia nascosta, tra la classe dirigente dell’epoca. E’ ben rappresentato lo sbalordimento e la pena di chi assistette, impotente, a così rapide mutazioni di eventi, che solo pochi anni prima parevano impossibili. Travagli e sbalordimenti che, probabilmente, furono dello stesso Pelosini. Un cambiamento repentino fodnato sulla rottura col passato: rottura col padre, con la religione, con le tradizioni. Non è una caso che nella agiografia ottocentesca e novecentesca della figura di Garibaldi, il garibaldino è spesso indicato come una persona che lascia la famiglia o il convento per unirsi ai mille. La rottura con il passato è l’elemento fondante dell’adesione spirituale e materiale alle nuove forze rivoluzionarie. Non dissimilmente con quanto accaduto con il ’68, laddove l’abbattimento, o meglio la cancellazione, delle radici rappresenta l’elemento fondante della ideologia sessantottarda. Cancellazione delle radici che in realtà non era differente da quella politica di depredazione e saccheggio applicata dall’esercito francese nel corso dell’invasione in Italia nel periodo 1796-1799. Allora la popolazione toscana insorse al grido di Viva Maria, contro l’invasore francese; ma insorse soprattutto non perché l’invasore era straniero, ma perché invasore anticattolico, deciso ad annullare le antiche consuetudini. Come detto, dunque, l’elemento determinante delle insorgenze deve essere ravvisato nella difesa della religione. Difesa in primo luogo da quelle istanze razionalizzatrici e anticristiane che si erano diffuse in un primo momento tra la borghesia grazie alle idee illuministiche, e che successivamente, grazie alla calata dell’esercito francese, si erano andate imponendosi con la forza delle armi negli stati conquistati. Dopo neanche sessant’anni la situazione in Italia era radicalmente cambiata, e la fiaba del Pelosini ci mostra una società oramai abituata, assopita, e uniformata, alle novità illuministiche. Al maestro Domenico, di fronte a questa nuova società, non rimane che auspicare un nuovo sonno, stavolta perenne.
Il nostro compito, prima dell’eterno riposo, rimane quello di combattere il bonum certamen, rimanere fedeli e coerenti, e vivere, come faceva il Maestro Domenico, “da buon cristiano e da galantuomo di stampo antico”.
Ascanio Ruschi


lunedì 4 marzo 2019

Saluto di Daniel Vata alla presentazione del libro di Pelosini "Maestro Domenico"

Sabato 2 marzo 2019 a Borgo San Lorenzo (Fi), alle ore 17:00, presso la Sala Comunale "Pio La Torre", di fronte a un folto e interessato pubblico, è stato presentato il libro di Narciso Feliciano Pelosini: "Maestro Domenico" (Edizioni Solfanelli).
Dopo il saluto del Consigliere Regionale della Lega Jacopo Alberti, Portavoce dell'Opposizione presso la Regione Toscana e promotore dell'Incontro, del Consigliere Comunale della Lega Matteo Gozzi e dello studente Daniel Vata hanno svolto le relazioni Alessandro Scipioni su "Gli Stati preunitari alla vigilia dell'Unità d'Italia", Ascanio Ruschi su "Narciso Feliciano Pelosini e il "suo" Maestro Domenico" e Pucci Cipriani: "L'altra letteratura".
Riportiamo di seguito il testo del saluto dello studente Daniel Vata.


Cari amici,
sono grato agli organizzatori della serata per avermi invitato a portare la mia testimonianza.
Sono uno studente del Liceo di Borgo San Lorenzo e sono legato a questo paese, a questa regione, la Toscana, a questa terra, l'Italia. Infatti non è stato per me difficile l'integrazione grazie a elementi che uniscono indissolubilmente l'Albania con l'Italia, primo fra tutti la fede cattolica nella quale sono stato educato in famiglia e che mi è stata trasmessa dai miei avi e che ho ritrovato, qui in Italia, grazie ad alcuni sacerdoti che, per fortuna, non hanno ancora rinnegato la Fede per cui, con loro e con voi, posso dire "Fidem servavi" ho conservato la fede  che — mi sembra — non voglia più trasmettere questa attuale gerarchia ecclesiastica che tende a trasformare la Santa Chiesa di Dio, ovvero la Sposa Immacolata del Cristo, in una sorta di "frateria" filantropica e immigrazionista...
Mi  lega a voi una stessa visione della società fondata sulla famiglia e non sull'"harem", come auspicata dalla società musulmana che l'Italia sconfisse con la flotta della Lega Santa a Lepanto. Noi cristiani di origine albanese, nella nostra nazione, invece — nonostante l'epopea della guerra contro l'Islam rappresentata dal nostro eroe nazionale Scanderberg — abbiamo subito con l'occupazione turca che preparò con la barbarie la presa del potere da parte dei comunisti.
Soltanto da pochi anni la nostra società si è scossa di dosso il gioco comunista come testimonia un grande confessore della Fede: il Cardinale albanese Ernest Simoni che ho avuto l'onore di conoscere proprio qui nel Mugello e che ha trascorso trent'anni nei Gulag albanesi del Comunismo.
Ecco dunque perché mi sento, dando la mia testimonianza, di raccomandare a ciascuno di noi di tenere gelosamente le proprie tradizioni, la propria libertà, le proprie radici, proprio qui nella nostra Italia dove deve essere scongiurata un'invasione dell'Islam che proclamerebbe la legge della Shari'a  e metterebbe fine alla nostra civiltà occidentale, per cui le chiese sarebbero sostituite dalle moschee e dai minareti mentre il suono delle campane sarebbe sostituito dalla voce petulante di un muezzin... La famiglia tradizionale — perché non esiste altra famiglia che quella uomo donna — sarebbe sostituita dall'harem e dalla poligamia.
Mi fa particolarmente piacere essere qui oggi a rendere omaggio a un autore che, con il suo libro "Maestro Domenico", rende giustizia al glorioso Granducato di Toscana e ai suoi Granduchi che, con onestà, competenza, lungimiranza, assicurarono alla nostra Toscana centocinquanta anni di pace nel progresso materiale e morale.
Sono grato agli organizzatori e al promotore, il Consigliere Regionale della Lega e portavoce dell'Opposizione, Jacopo Alberti, che già ho conosciuto in altre occasioni a Firenze, durante manifestazioni organizzate insieme alla Comunione Tradizionale alla quale mi onoro di appartenere. Ringrazio anche il consigliere comunale Matteo Gozzi che rappresenta a Borgo San Lorenzo la difesa dei valori identitari della nostra società. 
Infine ringrazio Ascanio Ruschi e Pucci Cipriani — con loro mi sento in famiglia! — pronto ad affrontare le prossime battaglie in difesa della libertà, e in difesa della nostra identità, come abbiamo fatto e facciamo sempre.
Ringrazio il Signore per avermi dato la possibilità di poter combattere la "buona battaglia" in nome di un trinomio intramontabile: DIO - PATRIA - FAMIGLIA.

Daniel Vata

martedì 26 febbraio 2019

Maestro Domenico nella sua paradisiaca Toscana

Sabato 2 marzo 2019, a Borgo San Lorenzo, alle ore 17:00, presso la Saletta Comunale "Pio La Torre" - Via Giotto (davanti alla Misericordia) - verrà presentato il libro di Narciso Feliciano Pelosini (1823-1896) "Maestro Domenico" (Edizioni Solfanelli). Dopo i saluti di Jacopo Alberti, Consigliere Regionale e Portavoce dell'Opposizione alla Regione Toscana, Matteo Gozzi Consigliere Comunale di Borgo San Lorenzo e di Daniel Vata, studente interverranno il pubblicista Alessandro Scipioni, il Giurista Ascanio Ruschi, Condirettore di "Soldati del Re" e il giornalista e scrittore Pucci Cipriani.



* * *

Per chi abbia avuto la fortuna di trascorrere parte della propria vita con i nonni (io sono stato fortunatissimo, infatti, fino ad oltre vent'anni ho conosciuto due nonne (una ha vissuto sempre nella mia famiglia) e un'amabilissima e saggia bisnonna ("Nonna Maria") non può non ricordare i tanti "Amarcord", i racconti di "quando s'era giovani", i "l'andava meglio allora con la fame che oggi con l'abbondanza", insomma oggi si perde tempo con l'anagrafe i nomi e cognomi e non ci si capisce più nulla, ma un tempo, diceva sempre la nonna, bastava un "soprannome" e avevi davanti agli occhi non solo il personaggio, ma tutta la sua " genia": Micione, Cavapelle, Culo, la Dina di Culo, Piolo, Piolino, Porventa, Sughero, i' Cinci, Meline, Chiappone, Rieccolo, i' Mela  ...e poi tante altre pillole di saggezza antica: ad esempio, a differenza delle "mammine" d'oggi , le nonne mi insegnavano a non aver paura della morte ("è solo un passaggio e, poi, il Cielo...") e ricordo che la nonna paterna mi portò una volta nella cappellina delle Monache, quella all'inizio dello "sdrucciolo", dove giaceva - vestita con l'abito bianco da sposa, una suora che, mi disse la nonna, "era una cara amica e, fin da piccola, era la più buona...stava sempre in preghiera e allegra, a un tempo...finché non "prese il velo" e si chiuse in convento facendo suo sposo, per amore, Gesù... al secolo si chiamava Teresa, Suor Angela dopo i voti..."


Borgo S. Lorenzo - Ingresso del paese - 1900

Ecco, io allora avevo cinque anni, e con quella visita, di fronte al volto cereo di Suor Angela, imparai tante cose : prima di tutto ad "esorcizzare la morte" accettandola come naturale conclusione della vita terrena e inizio di quella celeste, e che, nella vita, oltre al matrimonio , sia negli uomini che nelle donne, c'è anche un altro "stato", quello "clericale", ovvero la "vocazione" che altro non è che una "chiamata" e imparai anche - come mi disse la nonna - che se in una famiglia c'è una chiamata, una "vocazione", un sacerdote o una suora, vuol dire che il Signore ha mandato la più grande delle benedizioni...


Borgo S. Lorenzo - Via G. Della Casa - 1900

E poi le "veglie"... sì le veglie quando era la mamma che ci leggeva le "Novelle della Nonna" di Emma Perodi… mentre la "Nonna Assunta" ci raccontava — e nonostante quei racconti di "disgrazie" e di miserie — per noi (e anche per lei) quel mondo restava sempre mitico e allora ci citava una famosa canzone "Tutti mi dicon Maremma, Maremma/ ed a me pare una maremma amara..." e ci raccontava di quando, ai suoi tempi ( "quando ci si accontentava di un tozzo di pane")  i giovani erano costretti a migrare in Maremma e ci descriveva, colorandole con la sua fantasia, quelle terre - per lei comunque "mitiche" - rese famose dalle terzine del Purgatorio di Dante allorché narra le nozze infelici tra la senese Pia, della famiglia dei Tolomei, con Nello Pannocchieschi:

"Deh quando tu sarai tornato al mondo,
e riposato della lunga via"
seguitò il terzo spirito al secondo,

"Ricordati di me che son la Pia,
Siena mi fé, disfecemi Maremma:
salsi colui che 'nnanellato pria

sposandomi m'avea con la sua gemma"
(Pur. vv. 130 - 136)

Ma di una cosa potevi star tranquillo che a "quei tempi" il mondo andava meglio e malvolentieri tutte le nonne e in particolare le mie nonne - tutte e tre - accettavano le novità a cominciare dalle medicine: "Un si sa icché ci mettan dentro... quante diavolerie..." per finire al gelato: "Un tu vorrai mica paragonare le porcherie d'oggi con il gelato di Ciaccheri..."

Borgo S. Lorenzo - Pieve - 1900

Il borghigiano Mons. Carlo Celso Calzolai ha lasciato, nell'introduzione a uno dei suoi tanti capolavori  "Borgo San Lorenzo nel Mugello" (Ed. LEF 1974), un quadro mirabile, allorché ci fa, con quel suo bello stile, pulito e toscano, un la descrizione (siamo nel 1974) del suo e nostro paese che mi par di ascoltare la mia nonna ("Annunziata Berretti") che abitava proprio in "Via del Pero" nel centro palpitante del nostro paese:
"Anche se nuove costruzioni hanno dilatato il paese (...) l'aspetto è sempre quello: col Castelvecchio, col Pozzino, con S.Lucia e Malacoda.
In questo istante sembra di risentire la voce della Moggina  che annunzia le pere cotte e quelle del Ciaccheri e di Ciabarrino che fanno reclame ai loro gelati gustosi.
In pieve suonano ad agonia (anche se — dico io — ora, in nome dell'aggiornamento conciliare, non suonano più neanche a morto n.p.c.): tutto il paese si fa serio, le donne lasciano i loro lavori, gli uomini si strisciano le mani al grembiule e si affrettano alla chiesa: sta morendo un borghigiano, uno di casa.
Per la festa del Crocifisso  sono venuti anche dall'estero. Per un anno intero hanno sognato questo giorno, ansiosi di sedersi a tavola con tutti i parenti, per bere un buon bicchiere e inzuppare nel vinsanto il ciambellone, uscito fumante dal forno del Viliani."

* * *

Quando lessi le prime righe del libro di Narciso Feliciano Pelosini "Maestro Domenico" mi baluginarono subito alla mente questi ricordi...e non solo mi piacque ma rivissi, o almeno mi parve di rivivere, in quelle pagine, anche la mia vita, insieme con i nonni...

Già, il Pelosini (1823-1896) nacque a Fornacette, frazione di Calcinaia di Pisa, e morì a Pistoia nel 1896, a settantrè anni, è un brillante avvocato (fu anche avvocato di Puccini), Docente di Diritto Penale all'Università di Firenze, Accademico della Crusca; di idee "risorgimentalista" ma conservatore , fu deputato dal 1882 al 1890, poi Senatore del Regno d'Italia ma fortemente critico non dell'Unità di Italia, ma di come quest'unità era stata concepita e portata a termine; rimpianse dunque il buon tempo antico dell'età "leopoldina"  e utilizzò la letteratura popolare proprio per rappresentare in termini semplici le "disgrazie" arrivate con i "tempi nuovi".
"Maestro Domenico", che il Pelosini pubblicò a sue spese, è una fiaba, una bella fiaba, ma non per i ragazzi ma per gli "adulti". Il protagonista del libro ci viene così presentato nell'Incipit del libro  "Maestro Domenico era una gran pasta di campagnuolo senza grilli, né frasche: con poche idee ma precise: buon cristiano e galantuomo di stampa antica. Sapeva a mente la Gerusalemme Liberata del Tasso con aggiunte del Signor Cammillo Cammilli; narrava con garbo le Novelle morali del padre Francesco Soave, e non avrebbe mai immaginato  che fra i perditempo di questo mondo ci fosse quello della politica. Da giovane imparò un mestiere, e, quel che più conta, lo imparò bene : e quando si accorse che lo sapeva a dovere, ne studiò altri due; cosicché da uomo fatto si trovava alle mani nulla meno che tre mestieri, da quali cavava dei belli e buoni francesconi che metteva in serbo per la vecchiaia"
Un bel giorno Maestro Domenico si incammina per la montagna e, dopo aver mangiato pane e cacio, si addormenta ai piedi una grossa quercia  e dorme "magicamente" per almeno un decennio addormentatosi prima del 1859 si sveglia nel 1870...immaginiamoci si svegliasse ora, nell'era di Internet, un nostro avo...
Al suo risveglio Maestro Domenico: "(vede che) la sua paradisiaca Toscana — si legge nell'introduzione al libro pubblicato dall'Editore Solfanelli — è diventata una provincia del Grande Piemonte, che si fa chiamare Regno d'Italia e per lui, onesto falegname, nonché, dato che sa leggere e scrivere , insegnante privato e all'occorrenza scrivano, inizia l'inferno (...) Il nostro Autore, con pochi tratti, mette bene in evidenza il contrasto tra la semplicità dell'antico costume e il consumismo dell'era unitaria, riuscendo a far intendere ai propri lettori il senso della caduta da un magnifico passato fatto di pratiche religiose, sano lavoro e culto della famiglia ad un presente che consiste in un caos organizzato, frutto di una rivoluzione (...) così il racconto diventa messaggio e denunzia(..) Pelosini mette in guardia dai mali presenti (Allora? ma non li ritroviamo ancor oggi?) che identifica nell'oppressione del potere , nella stoltezza della burocrazia, nella superficialità della stampa (...) nella volgarità dei costumi, nella diffamazione della religione."
Già, cose d' ieri e cose di oggi... proprio come dicevano i nostri nonni.
Ma ora metto la parola FINIS a questo mio scritto, altrimenti sciuperei la sorpresa, a voi, potenziali lettori di questa bellissima "favola"  nostalgica e amara... e tante volte penso che bello sarebbe anche per me addormentarmi sotto una grande quercia per risvegliarmi dopo tanto tempo, ma, a differenza di quel che accadde a Maestro Domenico, in tempi migliori...

Pucci Cipriani

mercoledì 20 febbraio 2019

ROMA. IN SILENZIO IN PIAZZA PER ABBATTERE IL SILENZIO DEI VESCOVI (di Marco Tosatti)



NEL CIELO DEI PADRI: L'EROICA DIFESA DELLA "FEDELISSIMA" CIVITELLA DEL TRONTO (Racconto di GIROLAMO TAGLIAPIETRA)


La tiepida brezza del vespro entrava dalla quadra finestrella della cella, dolce, portando con sé lievi profumi della incipiente primavera del 1861.
Girolamo, lì rinchiuso, dimenticato da quasi tre mesi con l'imputazione di spionaggio aveva mutato il suo risentimento, in rabbia, per questa assurda storia, in una indifferenza verso il futuro come se avesse compreso d'essere una foglia impotente, fatta cadere dal vento proprio là, ma in procinto di ripartire per chissà quale altro volo che, purtroppo, non poteva dirigere.
Effettivamente solo 10 mesi prima non avrebbe potuto ipotizzare di trovarsi lì nella fortezza di Civitella. Solo, chiuso in cella, aveva avuto il tempo di pensare alla sua vita passata. Aveva quasi trent'anni, ma aveva avuto modo di venire in contatto con uno svariato numero di persone di ogni estrazione sociale, aveva attraversato nuovi territori e stati che non esistevano più, dissolti e ricostruiti in altre forme, in uno dei periodi storici più turbolenti derivati dalla Rivoluzione francese.
Giovanni, suo padre, ed il nonno e il bisnonno e per chi sa quanto tempo indietro, erano nati nell'isola di Burano, fiore dell'arcipelago Veneziano. Suo padre, sua madre ed i fratelli erano stati fuggiaschi a Ravenna (era ancora sicuro, pensava suo padre, lo Stato della Chiesa) per non morire, con tutta la famiglia, da anonimo suddito del giacobino di turno, prestanome di un demone rivoluzionario che danzava sulla testa di un popolo che ricordava con rimpianto di aver avuto ordine e benessere. Lì, a Ravenna, dopo qualche anno nacque lui, ultimo rampollo di quattro figli di un padre quarantacinquenne e contemporaneamente vedovo perché la madre perché la madre morì per le complicazioni del parto. I racconti del genitore, bevuti come un naufrago assetato, si erano stampati nel suo animo e, come un emigrante si sente legato alle proprie origini più di qualsiasi altra persona vissuta in un paese, così lui, seppur nato fuori dall'ormai inesistente Repubblica di Venezia, si sentiva figlio della sua terra e quasi di essa ambasciatore.
A quel tempo la Rivoluzione aveva già sparso copioso il suo seme che purtroppo attecchì anche nelle Legazioni Pontificie della Romagna. La sua famiglia malvista in quanto fuggiasca da un territorio "redento dai lumi della rivoluzione", lumi che evidentemente non gradiva e che aveva preferito il buio di una tranquillità nell'ordine, ritenne giustamente, prima di essere in lista di proscrizione, riprendere il mare seppure con il padre gravemente malato, per giungere nel regno del Re Borbone.
Il mare era la via più sicura in quei tempi di rivolgimento sociale, anche se tuttavia più lunga e più soggetta agli eventi atmosferici.
Sulle coste del Tronto una violenta tempesta danneggiò gravemente il battello dalmata che, insieme a varie merci, trasportava la sua famiglia e altre 12 persone verso il porto di Bari. Se il danno al battello è riparabile seppur con una perdita di circa una settimana, il fisico già minato del padre non resse oltre le fatiche del viaggio e si spense tra le braccia dei figli, guardando a Nord, verso Venezia, ringraziando Dio di averli vicino ed esortandoli ad avere sempre fiducia e speranza nel loro Creatore. I figli scossi, ma sereni avendo visto come era morto il loro padre, quasi fortificati da una forza d'animo e dall'amore per le sue radici, quasi fortificati dalla sua forza d'animo e dall'amore per le sue radici, decisero di dividersi momentaneamente e mentre i due maggiori avrebbero ripreso la via del dividersi momentaneamente e mentre i due maggiori avrebbero ripreso la via del mare su di un battello che di lì a qualche ora sarebbe partito per Chioggia per riportare la salma del genitore a Burano, i due più giovani avrebbero atteso lì il suo ritorno. Fu lì che suo fratello, dopo qualche giorno, si ammalò, probabilmente di vaiolo, e venne curato presso le suore della Misericordia che in un'ala del loro convento avevano un piccolo ospedale. le suore gli indicarono che, presso un frate del convento di Campli, era possibile avere un farmaco miracoloso per tale malattia. Girolamo, mosso da spirito d'avventura e dall'entusiasmo tipico dei giovani volle aggregarsi ad una carovana di mercanti che si sarebbe diretta verso l'interno e passava per Campli, dove, nel convento del Duomo, fra' Lodovico, noto erborista e taumaturgo, era dispensatore del farmaco miracoloso per quella malattia. Il momento storico era il peggiore mai visto da sempre. Coloro che cercavano e difendevano delle certezze consolidate da generazioni di buon governo erano perseguiti come "ribelli" alla nuova "luce" sparsa dai giacobini che illudevano gli animi con nuove e vuote parole. Parole affascinanti come solo può fare il più grande seduttore del genere umano, parole che riempivano la bocca, ma non il cuore. San Benedetto era in mano alla casta giacobina locale, serva dei piemontesi che rapacemente ghermivano ogni impeto di reazione dall'alto del loro falso zelo di fratellanza redentrice per quel povero popolo vessato da una Monarchia "non illuminata e tirannica". La tortuosa strada postale che risaliva con lieve pendio verso l'interno della valle del fiume Tronto diventava erta da S. Egidio alla Vibrata e, tra le guardinghe pattuglie piemontesi e gruppi di contadini in fuga, all'orizzonte apparve, come una sentinella stesa, sopra un picco roccioso, una formidabile fortezza. I piemontesi timorosi di affrontare dei gruppi organizzati senza prima spiare la loro esatta consistenza lasciarono libera la strada alla carovana, mantenendo comunque un controllo visivo del gruppo.
Girolamo non aveva mai visto una cosa simile, così affascinante, e staccatosi dalla carovana che era accampata a circa 5 Km. sulle rive del fiume Salinello si avventurò sin quasi sotto le mura della fortezza stessa. Era inconsapevolmente passato tra le fila dei piemontesi che non sapeva stessero tenendo d'assedio la città.
Venne visto e catturato dalle milizie borboniche sotto le mura di quella incredibile fortezza che voleva ammirare da vicino, forse troppo vicino, in quel periodo di guerra, al punto che le milizie borboniche in ricognizione ai piedi del colle lo scambiarono per una spia dei piemontesi e per ordine dell'ufficiale di giornata venne affidato al carcere. A nulla valsero le sue rimostranze, il suo accento era del Nord e lì nessuno lo conosceva e poteva garantire per lui. Ecco come era finito lì, chi poteva immaginare un simile epilogo? Ora i suoi giorni scorrevano lenti, tra il poco rancio e gli appelli delle guardie e, ogni tre giorni, le visite del cappellano padre Leonardo Zilli.
Aveva modo di vivere in prima persona e di vedere come si muoveva il "mondo" della città e della fortezza e della sensazione di apatia e di scoramento che si stava impadronendo di lui, come, per altro, di tutta la città. In quel mese aveva imparato ad apprezzare quelle piccole sensazioni, mai valutate prima, che derivavano da una vita in quella situazione e a comprendere quella gente che seppur fosse ai suoi occhi straniera sentiva spiritualmente affine.Anche loro, come lui, erano fedeli a una bandiera e a un onore che non poteva essere barattato con nessuno nuova effimera illusione. Si stava rendendo conto che lui era stato fatto arrivare lì perché Dio voleva renderlo partecipe di un momento storico da lui voluto per dargli la possibilità e l'onore di renderGli gloria.
L'assedio rendeva grandi tutte le più umili necessità della giornata perché ogni giorno di più si affievoliva la speranza. E' la speranza nel proprio io che rende non umano l'uomo, lo snatura, lo distacca dal filo che lo guida sin dalla sua idea di embrione. Ecco, lì, l'uomo si stava svuotando di speranza in se stesso e si stava riempiendo di serena consapevolezza del senso della vita che è il ben morire cioè il morire per una causa "giusta", per qualcosa che ancora avesse senso agli albori di un tempo che imponeva con la forza ciò che la gente non chiedeva e rigettava.
Nei primi giorni di marzo di quel 1861, il paese e la fortezza, segnata dall'assedio per altro ben sopportato, erano passati dal comando del colonnello Ascione, che aveva perso le motivazioni per perseverare nella resistenza, a quello, a quello dell'ex tenente, ed ora comandante, Angelo Messinelli, amato dalla truppa e dal maggior numero di popolo per il suo coraggio e la purezza del suo ideale amore per l'ordine monarchico, condiviso dal popolo stesso. Il colonnello Ascione meditava in cuor suo una resa per aver salva la vita e per continuare a fare il suo lavoro magari anche con i piemontesi poi....e questa resa, che comprendeva la capitolazione di Civitella, venne palesemente scoperta.
I soldati tentarono di ucciderlo e solo i sottufficiali lo salvarono, destituendolo e tenendolo prigioniero nella sua casa. Tutto ciò Girolamo sentì dalle guardie e apprezzò il senso dell'onore di quegli uomini.
Di persone come il colonnello Ascione ne aveva conosciute poche, grazie a Dio, ma in cuor suo sentiva come quella razza di traditori, che detestava, era in aumento ed era apprezzata dagli invasori piemontesi. Dio aveva permesso quei frangenti per mostrare nel mezzo delle piazze ciò che si celava nel segreto dei cuori. Chi si accontenta di qualcosa di materiale, di visibile, grado, potere, ricchezze, cerca con ogni mezzo di mantenere il bene, anche a costo di tradimenti e indifferenza verso chi, invece, ha qualcosa di più grande, di invisibile, ma in verità più nobile dei loro beni, limitati, deperibili e per ciò più invidiabili ma, per loro, irraggiungibili.
Era arrivato il tempo per rendere pubblico ciò che si era veramente agli occhi di Dio.
Nella città di Civitella pochi erano ricchi di beni materiali e moltissimi ricchi di beni invisibili, per questo erano arrivati fino a quel modello di resistenza.
Fuori dalla cortina delle mura, nelle contrade sparse i così detti "briganti",, onesti ed analfabeti contadini, ricchi di coraggio e altruismo, merce rara per i piemontesi, cercavano con i mezzi che avevano, bastoni, forche, qualche fucile, cercavano di tenere lontani dalle loro borgate e dalle strade secondarie i piemontesi che davano prova gratuita di ruberie e stupide violenze. Nulla è più stupido di voler imporre con la violenza il declamare slogan e idee non venute dal cuore, il voler far gridare alle masse "Viva Vittorio Emanuele", "Morte al re Borbone", "Morte al Papa Re",ma era quello che i Savoia erano e volevano essere, contrariamente a chi in quella terra aveva conosciuto un solo re in terra e un solo Re in cielo.
Nelle sue regolari visite fra' Leonardo aveva parlato con lui e aveva apprezzato il fatto che era subito aperto all'uomo di Dio, che rispettava, ma non ancora vedeva in lui uno strumento dello Spirito Santo. Andando con i suoi ricordi rammentava di aver sentito nominare da suo padre Fra' Giobbe da San Francesco alla Vigna, convento francescano di Venezia. Egli andava a predicare il Quaresimale a Burano e Torcello. Il frate viveva con i pescatori, qualche volta li accompagnava a pesca e al vespero nella chiesa del luogo, teneva il fervore e poi celebrava la S, Messa.
L'aveva descritto bene, suo padre, da uomo robusto era diventato una figura esile a seguito delle penitenze ma dava tutti una forza d'animo veramente sovrumana, Dio stesso, parlava con la sua voce alle loro anime e queste lo riconoscevano come il loro Pastore. Rincuorava, pregava, ammoniva e con mano misericordiosa perdonava le loro debolezze mostrandosi tuttavia più soggetto di loro a quelle stesse debolezze. Parecchi di quegli uomini non temevano la battaglia e non temevano di perdere la vita contro i turchi ma anelavano a guadagnarsi la visione di Dio.
Gli venne alla memoria che, dopo una battaglia navale con i Turchi, dopo la sua S. Messa nella chiesetta del porto di Perasto, il Capitano Generale da Mar, Comandante della flotta Veneziana, si era rivolto ai suoi marinai dicendo : "Chi di voi è pauroso o ha altre cose nel cuore vada, non è qui il suo posto, a chi resta non prometto salva la vita, ma salvo sarà il suo onore e grande la misericordia di Dio onnipotente sulle sue colpe" e nessuno dei centocinquanta uomini scelse di non imbarcarsi. Ricordando le parole e i racconti di suo padre la notte passò e venne l'alba del mattino. Quella mattina era la vigilia della festa di San Giuseppe, appena svegliatasi dal torpore Girolamo chiamò a se' l'Ufficiale di giornata che quel giorno comandava anche il corpo di guardia e chiese un colloquio con il comandante della Fortezza Messinelli.
Dopo un'ora era nella stanza del Comandante, le guardie attendevano fuori, il quadro del Re campeggiava sotto la bandiera appesa alla parete, il Comandante lo accolse con affabilità.
Il Comandante aveva avuto modo di parlare più volte di lui nei due mesi precedenti con fra' Leonardo e illuminato dalle parole del religioso si era convinto che non fosse una spia, ma non sapeva cosa fare di lui e non se la sentiva di mandarlo via. Il Messinelli, profondamente religioso. aveva chiesto all'uomo di Dio di pregare, affinché si manifestasse la volontà di Dio su quel prigioniero.
Perché Iddio glielo aveva mandato? La richiesta di colloquio del prigioniero era la prova che il comandante aspettava e Girolamo in cuor suo si sentì di chiedere di essere parte della guarnigione della Fortezza per combattere con le sue milizie contro la Rivoluzione e per la gloria di Dio. Era Girolamo stesso a chiedergli ciò. La guarnigione era purtroppo a corto di uomini e una persona in più era sempre gradita, il Comandante fece presente che la situazione era quasi disperata e che se fosse rimasto avrebbe avuto poche possibilità di uscirne vivo ma in cuor suo ormai sapeva che Girolamo non si sarebbe tirato indietro. Non si sbagliava. Girolamo riconobbe in quel mondo la continuità con il mondo dei suoi padri, il mondo che aveva lasciato là nel Golfo di Venezia, in quella splendida e gloriosa Repubblica di cui si sentiva l'ultimo ambasciatore in terra borbonica. Anche i suoi padri avevano dato testimonianza del loro onore e della loro fede contro i Turchi.
Rivide in fra' Leonardo lo spirito e l'esempio di fra' Giobbe, il Comandante Messinelli era come il Capitano General da Mar, Bortoli Priuli, i soldati borbonici come le milizie venete di terra, i popolani e i contadini che passavano nelle strade sottostanti non avevano un senso dell'onore ed una fede diversa dai pescatori e degli abitanti della Repubblica Veneta. Quando il Comandante lo affidò alle dipendenze del sergente Cascione, Girolamo si sentì quasi sollevato da un fardello interiore chein quel tempo di cella aveva accumulato.
Egli si sentiva quasi riconosciuto come rappresentante, l'ultimo rappresentante di un mondo che già a Nord era scomparso e che di lì a poco sarebbe scomparso con Civitella stessa, indipendentemente dall'esito di quell'assedio e di quell'ultima battaglia. La sua prima mattina nell'azzurrina divisa borbonica passò sugli spalti della fortezza che dovevano essere mantenuti integri e atti a resistere al connoneggiamento piemontese, scatenato come rabbiosa rappresaglia per la mancata resa della città nonostante degli infiltrati piemontesi spargessero a piene mani le notizie di scioglimento della stato maggiore borbonico.
Il giorno di San Giuseppe le focose parole che fra' Leonardo pronunziò nell'omelia della S. Messa e poi nella visita alla fortezza rincuorarono gli animi e tennero alto il morale a soldati e popolo. Anche Girolamo si rincuorò e si affidò completamente a Dio, volle diventare indifferente alla sua sorte, che vivesse o che morisse voleva essere testimone in terra della Fede che univa l'Orbe cattolico, che univa i diversi popoli che erano sparsi nella penisola italica nei mari solcati dalle galee venete e lì avrebbe avuto modo di essere messo alla prova.
Purtroppo quella giornata non fu solo importante per lui, ma per un altro e fatale accordo e, a differenza del suo, un patto scellerato come lo sono tutti i tradimenti, si stava compiendo.
I pochi infiltrati della setta giacobina avevano sparso a piene mani le assicurazioni che i piemontesi avrebbero usato magnanimità con la popolazione e i soldati se si fossero arresi e tali argomenti ronzavano nella testa di persone fisicamente provate da tanto tempo e questo sporco lavoro dava i suoi frutti. Quei pochi infiltrati e un manipolo di disonorati aveva nottetempo minato i portoni di Porta Napoli e si era portato alla dimora dell'ex Comandante, il Colonnello Ascione, per liberarlo e costituire una frangia interna filopiemontese che con la scusante di liberare la popolazione da quell'ormai inutile resistenza consegnasse la città ai Savoia e alla libertà rivoluzionaria.
Al segnale convenuto diedero seguito alle loro nefande intenzioni e, divelti i portoni, permisero ad un'avanguardia di piemontesi, precedentemente contattati, di prendere possesso della porta e di penetrare nelle case attigue costituendo così una testa di ponte che divenne l'appoggio per il prosieguo della battaglia.
L'alba del 20 marzo 1861 sarebbe stata l'ultima per Civitella borbonica e l'inizio della Civitella "liberata".
Il Comandante Messinelli fece dislocare delle truppe nelle strade attorno a Porta Napoli e parecchi padri di famiglia si unirono a loro per difendere i propri parenti sparando dalle finestre delle loro case. I piemontesi richiamati in forze attraverso gli spazi conquistati attorno a Porta Napoli penetrarono casa per casa, con l'aiuto di infami traditori riuscirono ad impossessarsi di armi nascoste nelle case i cui abitanti vennero uccisi a sangue freddo. Girolamo venne destinato con la truppa al comando del sergente Cascione a difesa della porta carraia della fortezza mentre nelle case a ridosso della strada che conduceva alla porta stessa due donne che avevano visto morire i loro mariti qualche minuto prima presero le armi per sostituirsi a loro e difendere i figli.
Si sentirono urla e spari, si sparse nell'aria un acre odore di fumo, il pianto dei bambini.
I piemontesi puntarono dei cannoni verso la porta carraia e fecero fuoco, dopo alcune scariche di fucileria caricarono.
Intorno a Girolamo ci furono dei vuoti, dei soldati caddero colpiti a morte ed egli sentì chiaramente il lamento del sergente Cascione affievolirsi sempre più fino a scomparire avvolto dalla morte, ma non aveva tempo di vedere dove era caduto perché, richiamato dalla voce del Messinelli dovette risalire gli spalti immediatamente sopra la porta ormai divelta. Il gruppo di militi di cui faceva parte fu accerchiato ed altri piemontesi passarono oltre sin sulla sommità della fortezza dove si trovava il comando. Senza più munizioni, il sergente, Girolamo e gli altri otto militi superstiti si arresero.Dopo poco vennero portati sugli spalti della rocca dove trovarono degli altri sopravvissuti che si erano arresi assieme al comandante Messinelli.
Tra loro risaltava la figura di Fra' Leonardo. Si improvvisò un tribunale presieduto dal Comandante piemontese, che con malcelata rabbia e falso dispiacere li accusò di aver cagionato perdite all'esercito piemontese "liberatore" con una resistenza pertinace ed inutile unitamente all'aggravante di aver rifiutato ed addirittura aver combattuto con le armi i valori di libertà, fratellanza e progresso che loro stessi portavano e di difendere l'ignoranza e la superstizione religiosa.
Tali reati che fomentavano anche la resistenza di un popolo da troppo tempo tenuto nelle tenebre e nelle catene della Monarchia meritavano la morte; e così venne di lì a pochi minuti sentenziato dall'improvvisato tribunale con pena immediatamente eseguibile. Girolamo e gli altri espressero la volontà di confessarsi prima ma il comandante piemontese negò questa dilazione a quella esemplare esecuzione e divise i condannati in due gruppi, uno in alto e uno in basso.
Fra' Leonardo dando le spalle al plotone di esecuzione chiese al Comandante Messinelli ed ai soldati di recitare tutti insieme il Confiteor con il Crocifisso tenuto a due mani e a loro rivolto recitò, benedicendo, la formula dell'assoluzione: "Indulgentiam, absolutionem et remissionem peccatorum nostrorum tribuat nobis omnipotens et misericors Dominum". Pochi di quei 32 uomini riuscirono a terminare la risposta "Amen!".
Una scarica di fucileria li falciò. Girolamo non morì subito ma nel minuto che ancora Dio gli lasciò, con il comandante Messinelli alla sinistra e Fra' Leonardo a pochi metri, sentì una grande, serena pace con una gioia interiore che gli faceva pregustare l'essere di lì a poco alla vista beatifica di Dio, d'essere suo coerede, assieme al mondo da cui veniva e che nessun "Progresso" poteva portargli via, che avrebbe goduto per sempre, un mondo fatto di Fedeltà ed onore, assieme ai suoi avi, a fra' Leonardo, a fra' Giobbe, al Comandante Angelo Messinelli, a Bartolo Priuli, assieme ai suoi compagni d'armi borbonici, a tutti i soldati veneti morti nella storia, assieme agli abitanti di Civitella e ai pescatori veneti della sua laguna.
Con lui tutto il suo passato e il presente veniva assunto nella Gloria di Dio. Con il suo esempio personale e quello delle persone che Iddio gli aveva messo intorno in quel preciso momento della Storia aveva unito in un unico sacrificio l'ordine del mondo cattolico, l'aveva offerto a Dio stesso e alla Storia:
La tiepida brezza vespertina del 20 marzo 1861 scorreva quasi accarezzando quei corpi insepolti e riportava gioiosamente con sé trentadue anime, al cospetto dell'Eterno, nel cielo dei padri.

Girolamo Tagliapietra


Racconto inedito di Girolamo Tagliapietra vincitore di una Borsa di Studio al Concorso Letterario "Terra d'Abruzzo 2004" con la Giuria composta dall'On. Fabrizio Di Stefano (Presidente), Massimo de Leonardis (Ordinario di Storia delle Relazioni Internazionali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore), Roberto de Mattei (Docente Universitario - Presidente della Fondazione "Lepanto"), Pucci Cipriani (giornalista e scrittore), Enrico Nistri (storico, giornalista).