martedì 10 settembre 2019

SESSANTAMILA PERSONE PER DIRE NO AL GOVERNO DEL PARTITO DI BIBBIANO


Per tutto il centro di Roma una lunghissima, interminabile teoria di persone, gruppi di ragazzi con bandiere, uomini e donne, giovani e anziani, tante famiglie con i loro bambini, si dirigono verso piazza Montecitorio, pacificamente: le botteghe sono tutte aperte la gente continua il proprio tran tran quotidiano: "Quando ci sono queste manifestazioni — ci dice l'edicolante dal quale abbiamo acquistato "La Verità" — in genere la città è in assetto di guerra, i negozi chiusi... si vive un clima di paura... ma oggi sapevamo già che questa sarebbe stata una manifestazione senza incidenti, con le persone che si presentano a volto scoperto e non insultano la polizia e la gente..."
Tante persone, tantissime... nessuno se lo sarebbe aspettato: a Firenze-Prato pensavano di organizzare al massimo due pullman e ne sono, invece, partiti quattordici... qualcuno non ha trovato posto..
È gente che vuole andare in piazza per esprimere la propria rabbia, il proprio disgusto per una classe politica che non ha più ideali ma pensa solo a difendere la propria poltrona... coalizzandosi, ben sapendo — come ci insegnava a scuola la vecchia maestra — che non si possono sommare mele e pere.
Un'ammucchiata per mantenere la poltrona, ma anche per insabbiare il più grande scandalo della storia della Repubblica: quello di Bibbiano.
"Non mi alleerò mai — aveva sentenziato Di Maio — con il partito di Bibbiano, con quella gente che difende chi rapiva i bambini alle famiglie e li torturava con le scosse elettriche... per lucrarci sopra..."
Già, ma ieri, Di Maio e Del Rio, erano tutti "pane e ciccia" e si "covavano con gli occhi" quando Conte, l'allievo del cardinale comunista Silvestrini, in Parlamento — in discontinuità con se stesso — con il sedere al posto della faccia, consacrava al dio Baal questo mostriciattolo, in nome del "Nuovo Umanesimo", ispirandosi ai dettami della Gran Loggia Massonica. Intanto fuori migliaia e migliaia di voci, all'unisono, scandivano: "Buffone... buffone... buffone..." diretto al cameriere italiano della Signora Merkel, di Macron, delle Banche, dei Bildelberg, della Trilateral...
Ma quella fiumana di gente pacifica, oltre sessantamila, quelle persone, molte delle quali erano partite, con i loro zainetti e il pranzo al sacco, durante la notte per venire a manifestare in piazza, davanti al Parlamento, è stata bloccata e nessuno è potuto entrare in piazza Montecitorio: migliaia e migliaia di manifestanti non riescono ad accedere alla piazza, mentre il Signor Nessuno, in grisaglia, sta tenendo il suo discorso per chiedere la fiducia... la gente è accalcata dietro alle transenne e ai blindati della polizia (costretta ad eseguire gli ordini del nuovo regime che si ispira al veterocomunismo sovietico a cui evidentemente mira il Nuovo Ministro degli Interni il Ministro Lamorgese) e riempie, fino all'inverosimile piazza Capranica, piazza di Pietra, il Pantheon... i manifestanti sono accalcati... vorrebbero entrare e quando, dopo ore, si apre un varco la piazza si riempie subito di persone, ma anche le altre piazze sono colme di persone...
Parla Giorgia Meloni acclamata dalla folla che denunzia questo inciucio, la "Democrazia rubata al popolo italiano", poi è la volta di Matteo Salvini, accolto da un vero e proprio boato, mentre la gente scandisce il suo nome. "Matteo... Matteo... Matteo..."; l'ex Ministro leghista stigmatizza il tradimento del "Partito della poltrona" e, poi, dà appuntamento a tutti, a Roma, il 19 ottobre per una grande manifestazione, per rendere la parola e il voto al popolo italiano.
Altri oratori si alternano sul palco... ancora c'è una grande folla e, tra la folla, un sacerdote, don Marco, un giovane parroco toscano insieme a un gruppo di giovani... ha la bandiera della Vandea... gli domandiamo il significato: "È il simbolo della rivolta del popolo vandeano contro il Giacobinismo (comunismo) della Rivoluzione Francese... i vandeani furono tutti sterminati... ottocentomila morti, fu il primo genocidio della storia... donne e bambini compresi... e oggi sono qui a protestare perché questa gente ci ruba l'avvenire... sono i nuovi giacobini, il totalitarismo che avanza sotto e mentite spoglie del buonismo..."
Come dar torto a don Marco, attorniato dalla sua gente, come non condividere il suo pensiero?

Francesco Atria – Matteo Gozzi

lunedì 9 settembre 2019

INSEDIATO IL GOVERNO VOLUTO DAL MONDIALISMO MASSONICO


Ho letto, in questo periodo, tutte le "ricostruzioni" e le "dietrologie" fatte sulla caduta del Governo gialloverde (Lega + M5S) e sulla costituzione del nuovo Gabinetto (è proprio il caso di scriverlo!) giallorosso (Partito Di Bibbiano PD + M5S) e, sinceramente, anch'io, in un primo momento, avevo pensato che Salvini — il cui gesto controcorrente di aver mostrato il S. Rosario e di aver affidato l'Italia al Cuore Immacolato di Maria ha conquistato il cuore di tutti i cattolici degni di questo nome, facendo perdere la bussola ai cattocomunisti — fosse stato colto da un attacco di megalomania quando, presentandosi in brache al Papete, praticamente, annunziò la fine del Governo Lega + Cinque Stelle... e, non lo nego, anch'io pensai che quel gesto fosse stato dettato più che da considerazioni politiche da un'occulta suggeritrice con radici — e che brutte radici! — in Firenze in quanto anche la Sacra Bibbia afferma che "attrae più un capello di femmina che un paio di bovi"... Sì, pensai veramente che il Macellaio fiorentino, ras indiscusso di Forza Italia, che aveva fatto, volutamente, perdere per un ventennio la Destra sia alla Regione Toscana che al Comune di Firenze avesse messo la sua "zampaccia" anche in questo frangente.
Ma Salvini — al quale, ripeto, noi cattolici dobbiamo gratitudine per aver rivendicato i nostri simboli religiosi e per aver mandato in tilt la vergognosa "sciarada" dei prelati della CEI — potrà o meno rimanere simpatico, ma nessuno oserebbe dire che sia uno sprovveduto e quindi, secondo me, aveva messo in conto il fatto che non saremmo andati a nuove elezioni, come il buon senso, avrebbe consigliato, ma che — grazie ai cascami di questo "parlamentarismo" — i partiti rimasti senza poltrona (e senza elettori) si sarebbero coalizzati e avrebbero fatto barricate pur di non andare al voto e alla vittoria della Lega... per restare con il sedere attaccato alle poltrone. Se i capponi potessero votare alla vigilia di Natale, sicuramente non voterebbero per andare in pentola!
E, infatti, per la quarta volta, i comunisti del Partito di Bibbiano, sono andati al potere dopo essere stati sonoramente "trombati": Letta, Renzi, Gentiloni e adesso Conte.
Eppure "tutti" intonano il "Crucifige" a Salvini a cominciare dai componenti del circo equestre di sempre: da Saviano fino a Gad Lerner che gioisce per il fatto che "Salvini si è impiccato da solo" (forse rimpiangendo di non potere esser stato lui il boia), per arrivare al giornale clerico-bibbianese "Avvenire" e a un Carneade in sedicesimo, tal Fabio Sanfilippo, caporedattore di RAI 1 e, quindi profumatamente pagato con i nostri soldi, il quale — evidentemente incoraggiato dallo sport del "Tiro al Salvini" che sembra accomunare tutto il rigurgito delle fogne del cattocomunismo che con il blocco dell'immigrazione clandestina e delle ONG si sono viste sfuggire milioni e milioni di introiti mafiosi — non solo invita al suicidio il benemerito ex Ministro dell'Interno ma lo assicura (in questo esponendo anche il programma di "rieducazione", in serbo per noi, del PD-Partito di Bibbiano) che "sua figlia (sei anni n.p.c.) avrà tempo di riprendersi. Basta farla seguire da persone qualificate" che, evidentemente, andranno ricercate tra gli adepti della setta del guru Foti e di quelle Assistenti sociali e psicologhe, insomma degli orchi rossi che falsavano la realtà, rapivano i bambini, torturandoli con le scosse elettriche, per affidarli a "Case famiglia" e a coppie LGTB, per rieducarli in quanto figli o figlie di "maschilisti" o "persone non controllabili"...
Ecco questo Fabio Sanfilippo, evidentemente oltre che fanatico, poco intelligente, ha dimostrato le intenzioni di questa nuova compagine governativa.
E sia chiaro a tutti il Governo non l'ha fatto cadere Salvini come ora stanno blaterando anche i falsi amici, i "guastatori" di Forza Italia — Alessandro Sallusti, direttore de "Il Giornale" e cameriere in servizio permanente effettivo della famiglia Berlusconi ci ha deliziato per un anno intero con i suoi editoriali leccaculisti che, ora con minacce, ora con blandizie, invitavano Salvini a lasciare il governo gialloverde — è caduto per il volere del Mondialismo Massonico che nel professor Conte, che si è messo in discontinuità con se stesso, e nel suo "Nuovo Umanesimo" di chiara marca massonica, ha il suo punto di riferimento. Il Governo gialloverde è caduto dunque per volere della BCE, della Bundesbank, di Soros, del Presidente Macron e del Cancelliere Angela Merkel, per volere del cattocomunismo bergogliano, della Massoneria in sintonia con questo Papa argentino, per volere del Bildelberg e della Trilateral, per volere di Ursola von der Leyen, la deputata abortista, favorevole alle adozioni sodomitiche... votata in Parlamento Europeo dalle Sinistre, dai 5 Stalle e da Forza Italia, contro il volere del popolo europeo che aveva chiesto davvero "discontinuità".
Sabino Cassese, Giudice emerito della Corte Costituzionale, sodale e "ispiratore" delle riforme istituzionali (trombate sonoramente) del Bullo fiorentino Matteo Renzi che ha voluto (dopo averlo avversato violentemente) l'inciucio tra PD e 5 Stalle, conferma quello che ho affermato in questo articolo: con questo Governo-inciucio, non voluto dal popolo "vanno in soffitta le idee antieuropeiste. L'Italia — scrive Cassese sul "Corriere della sera" dell'8 settembre 2019 — l'Italia non batterà i pugni sul tavolo a Bruxelles: passa direttamente da Paese anti-Europa a Paese europeista. Il segno è dato dai primi atti: lo scambio con Bruxelles , di Roberto Gualtieri che lascia la presidenza della Commissione per i problemi economici e monetari del Parlamento europeo per diventare ministro dell'Economia e delle finanze."
In altre parole il Cassese informa che l'Europa ha voluto garantirsi esigendo che, in Italia, al più importante ministero andasse un "adepto della setta" il professore comunista Roberto Gualtieri... per indicare, appunto, la discontinuità tra l'alleanza di due partiti (Lega e Cinque Stelle) che aveva come, unico collante, la lotta alle lobby e ai potentati europei... finché anche i 5 Stelle, al pari delle Sinistre e del partito delle escort di Berlusconi, non si sono allineati con i "poteri forti".
Insomma come chiosa un importante esponente della Chiesa cattolica, non allineato all'andazzo cattocomunista bergogliano, l'arcivescovo di Czestochowa S.E. Mons. Novak: "Ho l'impressione che in Italia sia nato un governo non del popolo e per il popolo, ma contro qualcuno... Dico che va contro qualcuno — prosegue il Presule Polacco — in quanto, mi par di capire, nasce in opposizione a chi cercava di fare qualcosa per la gente e per gli italiani, per esempio, proteggere, come è giusto, i confini. In Europa serpeggia un neocomunismo sotterraneo ispirato a una visione massonica."
Meglio non si poteva dire. Un neocomunismo con visione massonica che ci porterà al consolidamento del cambiamento antropologico voluto dal precedente governo Renzi, come proclama solennemente Monica Cirinnà su facebook: leggi di morte (fine vita - eutanasia), falsi "diritti", gender nelle scuole, adozioni sodomitiche, utero in affitto e porcherie simili... insomma una società "liquida" e totalitaria dove perfino il linguaggio diventa orweliano (lo "psicolinguaggio") e dove l'Ordine dei giornalisti impone ai suoi iscritti di partecipare a lezioni di buonismo (leggi: lavaggio del cervello)... mentre il Parlamento approverà (dopo aver tolto di mezzo i "Decreti sicurezza" e la sacrosanta legge sulla legittima difesa) la patrimoniale, l'aumento delle tasse, la fine della proprietà privata e la legge sulla Transfomofobia ovvero la legge che impedirà ai cattolici di proclamare la loro dottrina. Per volere del Mondialismo Massonico... con la benedizione del Vaticano.
Esprimiamo dunque il nostro "grazie" e la nostra riconoscenza a Salvini che, oltretutto, ha fatto venire allo scoperto i topi di fogna e ci ha chiaramente indicato i nemici da combattere. Con l'aiuto del Signore e della Vergine Santissima al cui Cuore Immacolato affidiamo le nostre persone e la nostra Patria.
Pucci Cipriani

mercoledì 21 agosto 2019

SALVINI: "AFFIDO L'ITALIA AL CUORE IMMACOLATO DI MARIA", di Pucci Cipriani


Altri commenterà questa crisi di governo e il fatto ormai chiaro dell'inciucio che ci porterà indietro nella storia, ovvero a mandare a "legiferare" i fantasmi: M5 Stalle (che ormai conta nei sondaggi meno del 10%), la parte "renziana" del PD (Partito Di Bibbiano), i vetero comunisti e i rimasugli di Forza Italia.
Nessuno dei "perdenti" vuole andare a casa: provate a domandare al cappone, alla vigilia di Natale, di votare... per andare in pentola...
Riprenderà l'invasione islamica, passeranno le leggi di morte e del cambiamento antropologico, torneremo servi, proni a quattro zampe, dell'Europa delle banche, del Mondialismo massonico, dei vari Soros... e dell'ideologia terzomondista bergogliana che si rifà alla "teologia della Liberazione", ai miti del "Che" Guevara, di Fidel Castro e della rivoluzione barricadera.
Tutti a sparare contro Salvini che ha avuto il torto di fermare l'invasione islamica in Italia e di riportare sicurezza e speranza.
Ma quello per cui Salvini è odiato e combattuto da tutti, a cominciare dalla rossa CEI fino alla Gran Loggia, è la sua rivendicazione della Civiltà Cristiana, quel riaffermare il "diritto naturale", quel suo mostrare (che Iddio gliene renda merito!) i simboli religiosi e affidare la nostra Patria al Cuore Immacolato di Maria.
E ieri dopo che il Presidente del Consiglio (uscente) Conte si è lanciato, punta in resta, contro Salvini, insultandolo con ogni epiteto, ha gettato la maschera e ha rivendicato il suo asservimento all'Europa dei "poteri forti", il suo laicismo anticristiano (laido), il suo leccaculismo nei confronti di quelli che saranno i suoi nuovi padroni, per gettarsi, con mani, piedi e cu...o, tra le braccia del Partito Di Bibbiano (PD). Conte, inoltre, si è voluto togliere un "sassolone" dalla scarpa e ha rimproverato al politico della Lega quel suo dichiararsi "credente" e quel suo "ostentare" i simboli religiosi ricordando la "laicità dello Stato".
Insomma Conte si è dimostrato per quello che è: un servo della Setta la quale lo ha obbligato a prendere le distanze da Salvini e da quello che egli rappresenta.
Per tutta risposta il nostro Ministro degli Interni, il Capitano, ha rivendicato tutto il suo operato, ha rinnovato la sua devozione al Cuore Immacolato di Maria e ha voluto anche ribadire che ogni bambino ha bisogno di un papà e di una mamma: apriti cielo e spalancati terra!
Le sinistre, guidate da una Cirinnà, scarmigliata, hanno inscenato in Parlamento una danza tribale, una sorta di Sabba, urlando a squarciagola contro il leader leghista quasi tarantolati — segno evidente di possessione diabolica — al solo sentir rammentare il Cuore Immacolato di Maria e il bisogno di ogni bambino di una mamma e di un papà.
In attesa dell'esorcista sappiano i pidioti che — sia pur nel nostro piccolo — noi daremo battaglia e non lasceremo nulla d'intentato perché oltre a non voler andare a casa e a mantenere la cadrega, questa gente vorrebbe coprire lo scandalo dei criminali, rapitori e torturatori di bambini di Bibbiano e vorrebbe anche stendere un velo sull'opera immonda, al servizio dei nemici della famiglia, dei "servizi sociali" in tutta la penisola.
Bibbiano, insieme al "Forteto", è lo scandalo più schifoso di tutta la Storia della Repubblica.
Anche noi, come Capitan Salvini, non ci daremo pace finché l'ultimo bambino, torturato con le scosse elettriche e strappato all'affetto della famiglia, non verrò restituito ai genitori i quali hanno il sacrosanto diritto al risarcimento; non ci daremo pace finché gli orchi, i farabutti torturatori, i loro ideologi, i loro difensori, non avranno la pena che meritano. E che in una Nazione veramente cattolica sarebbe la pena di morte, come dimostrato nella sua "Summa" da san Tommaso.
Statene certi.
Grazie Matteo Salvini per aver averci ricordato che noi apparteniamo alla Civiltà Cattolica dell'Occidente (quella che una volta veniva chiamata la "Cristianità" o la "Civitas Cristiana"); anche noi, in questa nostra battaglia, contro quest'incombente, tremenda minaccia che tende a trasformare la nostra società in una "Fattoria degli animali" di Orweliana memoria, affidiamo le nostre vite e la nostra Patria al Cuore Immacolato di Maria.
E siamo anche sicuri della vittoria, in questa pugna contro le Tenebre, che vedrà la sconfitta dei nostri nemici, i figli del Male, perché proprio la Madonna questa vittoria ce l'ha promessa a Fatima: "Infine il mio Cuore Immacolato trionferà".

Pucci Cipriani

mercoledì 14 agosto 2019

SALVINI CON IL RICORDARE LA MADONNA RENDE FURIOSO IL PARTITO DI BIBBIANO (PD), di Giovanni Tortelli

Nel mese di maggio di quest’anno, il leader della Lega e ministro dell’Interno Matteo Salvini ha sorpreso il Pianeta Terra affidando le sorti dell’Italia e degli italiani al Cuore Immacolato di Maria: “Affido la mia e la vostra vita al Cuore Immacolato di Maria, che sicuramente ci porterà alla vittoria”.
L’annuncio fu preso in considerazione dalla quasi totalità dei media omologati al pensiero unico (parlo al passato perché sembra che siano passati secoli da quelle parole) solo come costitutivo di un disegno politico neoconservatore e filoxenofobo, da parte di un aspirante alla guida del paese come imminente presidente del Consiglio, alla testa – si disse e si scrisse - di falangi nazional-clericali recuperate dalle schiere dei delusi o degli scandalizzati da papa Francesco e da un episcopato prono a un Pontefice ambientalista con una strana fissazione senile per le biodiversità e ormai dimentico del suo mestiere. Quell’affidamento al Cuore Immacolato fu subito inteso anche come il segnale di un Salvini alla testa – anche se non troppo apertamente - di quelle forme di rinascente nazionalismo avanguardista come quello espresso da Forza Nuova che – si disse sempre in quel maggio 2019 da parte dei media omologati – osava sfilare per le strade di Milano facendo sberleffi alle forze antifasciste e del religiosamente corretto gridando “Bergoglio come Badoglio”. E lo si accusò anche di coprire Casapound, che osava andare in giro a distribuire pacchi viveri ai rom e agli “italiani poveri”, alla faccia dei buonisti a senso unico della Caritas e delle o.n.g. dediti solo agli immigrati. 
I media laici, abituati a registrare di tutto ma non un’invocazione mariana in bocca a un uomo politico, si scatenarono come degli ossessi per rintracciare trame segrete che spiegassero l’arcano mistero di Maria, non la sua Immacolata Concezione, ma come mai un capo popolo diviso fra il fronte dei porti e i selfie sulle spiagge l’avesse invocata. E furono tirate in ballo chissà quali trame fra Salvini e l’ex consigliere di Trump Steve Bannon e il collaboratore di Bannon in Italia, Benjamin Harnwell il quale, dall’abbazia di Trisulti in provincia di Frosinone curava e cura l’istituto Dignitatis humanae, è uomo di fede e di incrollabili principi morali, crede nel capitalismo, nel libero mercato e nel merito, un inglese che mette i principi non come corollario della politica, ma come base profonda e morale di essa e che usa firmare le sue pubblicazioni “nel nome Santissimo del Cuore di Gesù e del Purissimo Cuore di Maria e del Castissimo Cuore di Giuseppe”.
Troppo, per tutto quel polo di forze laiciste attorcigliate intorno agli ideali frusti di libertà-fraternità-uguaglianza, reimpastate dalla retorica risorgimentale ed anticlericale e rivitalizzate dagli ideali nullificanti del ‘68, forze che non mancarono di rinfacciare a Salvini la sua politica di chiusura dei porti come segno di massima contraddizione evangelica e che videro la devozione del leader leghista come massima provocazione nei confronti dell’ambientalismo natural-amazzonico, essenza della nuova ecclesiologia bergogliana.
Anche la stampa filocuriale non si lasciò scappare l’occasione per abbaiare contro Salvini arrivando a tacciare l’affidamento al Cuore Immacolato come uno slogan apocalittico ed enfatico, una manifestazione di “sovranismo feticista”, come si espresse il cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin su Famiglia cristiana del 19 maggio 2019.
Tutto il laicato – compreso l’ormai essiccato episcopato militante agli ordini di papa Francesco - censurò l’affidamento di Salvini come eco di un vieto conservatorismo d’altri tempi che riportava all’ingenua e poco credibile politica democristiana del dopoguerra. 
Insomma, si mostrava non solo di non credere all’autenticità delle parole di Salvini, ma anzi lo si accusava sul piano politico, fermandosi solo a quello, a prescindere da ogni approfondimento ulteriore.

Invece, la devozione al Cuore Immacolato di Maria manifesta non solo un grande significato religioso, ma anche un significato politico come poche altre devozioni hanno, essendo legata alle apparizioni di Fatima e alla richiesta della Vergine a Lucia dos Santos di farsi portatrice verso il Papa della consacrazione della Russia al Suo Cuore Immacolato, condizione perché tutta l’umanità possa approdare a uno stato durevole di pace. 

Quindi, una devozione dall’intenso significato mistico accompagnata però da un rilievo anche politico tutt’altro che secondario. 
Non potendo esplorare la coscienza di Salvini, non è dato sapere il motivo che l’ha spinto verso il Cuore Immacolato di Maria, ma appare credibile che al leader leghista e ministro dell’Interno non stesse tanto a cuore la sorte della Russia quanto il bene comune degli italiani. 

Perciò, a prescindere da ogni indagine sui motivi autentici o meno che indussero Salvini a quell’invocazione, a me interessa mettere in rilievo: a) il significato religioso e insieme politico di quell’affidamento, fatto da un uomo pubblico, come nessun altro politico aveva osato fare nemmeno in piena epopea democristiana; b) la assoluta normalità storica che un uomo di Stato affidi la sua missione politica, il suo popolo e l’intera nazione a Dio, alla Vergine e ai Santi.

a) Com’è noto, il Cuore Immacolato di Maria è una devozione cattolica, la cui memoria liturgica fu istituita nel 1805 ed estesa da Pio XII a tutta la Chiesa nel 1944, in ricordo della consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria da lui compiuta il 31 ottobre 1942 nel pieno della seconda guerra mondiale, in seguito alla richiesta della mistica portoghese Alexandrina Maria da Costa (beatificata il 25 aprile 2004), che si aggiungeva a quella fatta da suor Lucia di Fatima. 
Secondo la forma straordinaria, la memoria cade il 22 di agosto al termine dell’ottava dell’Assunta, mentre con la riforma del Vaticano II la memoria è mobile poiché è collocata il giorno dopo la solennità del Sacro Cuore di Gesù. 
Il Cuore Immacolato di Maria viene rappresentato come circondato da una corona di fiori, simbolo di purezza, e trapassato da una spada, in riferimento all’indicibile dolore che Maria provò per la morte del Figlio, come fu profetizzato da Simeone alla Presentazione al Tempio: “E anche a te una spada trafiggerà l’anima” (Luca 2, 35). 
La memoria al Cuore Immacolato di Maria ha sempre rivestito una rilevantissima importanza anche sul piano politico perché nell’apparizione del 13 luglio 1917 la Vergine aveva detto a Lucia dos Santos: “Verrò a chiedere la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato e la Comunione riparatrice nei primi sabati”. Si era in piena rivoluzione russa iniziata nel febbraio 1917 con Lenin e i bolscevichi che si apprestavano a conquistare il potere in Russia in un bagno di sangue. La Madonna adempì la sua promessa (“Verrò a chiedere”...) in due tempi diversi: il 10 dicembre 1925, mentre suor Lucia era a Pontevedra, in Spagna, la Madonna le apparve per chiedere la comunione riparatrice. Il 13 giugno 1929, mentre suor Lucia era a Tuy (sempre in Spagna), la Vergine le apparve di nuovo per chiedere la consacrazione della Russia: “È arrivato il momento in cui Dio chiede che il Santo Padre faccia, in unione con tutti i Vescovi del mondo, la consacrazione della Russia al mio Cuore Immacolato...”. Intanto comparve un’altra richiesta, inoltrata al Pontefice da parte della mistica Alexandrina Da Costa: la consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria. Questa richiesta camminò più in fretta di quella di Lucia. Il direttore spirituale di suor Lucia, le consigliò di aggregarsi alla richiesta che era partita da Alexandrina e Lucia accolse il suggerimento. Fu così che il 2 dicembre 1940 suor Lucia scrisse a Pio XII richiedendo la consacrazione del mondo “con menzione particolare della Russia”. La sensibilità di Pio XII fu molto sollecita, dal momento che consacrò il mondo al Cuore Immacolato di Maria nel 1942, con un chiaro accenno alla Russia (tuttavia si era in guerra e la menzione ebbe un effetto molto ridotto). Pio XII consacrò poi direttamente i popoli della Russia nel 1952. Un rinnovo della consacrazione operata da Pio XII avvenne da parte di Paolo VI, il 1 novembre 1964 di fronte all’assise del Concilio Ecumenico Vaticano II, ma si trattava sempre della consacrazione fatta a suo tempo da Pio XII. Oltretutto, in quell’occasione i rappresentanti della Chiesa ortodossa uscirono dall’aula. Poi più volte Giovanni Paolo II ha consacrato il mondo, ma non esplicitamente la Russia, fino alla forma più solenne, quella del 25 marzo 1984, in unione con tutti i vescovi. 
Fino ad oggi, da Pio XII a Giovanni Paolo II per ben otto volte si è rinnovato in forma solenne, senza contare gli atti secondari, la consacrazione del mondo richiesta dalla Madonna di Fatima anche se è controverso se la Russia sia stata o meno ufficialmente consacrata come richiesto dalla Vergine a Fatima.

b) Nella storia d’Italia, dal Regno alla Repubblica, non era mai successo che un personaggio politico laico invocasse apertamente e pubblicamente la protezione divina per le sorti dell’Italia e degli Italiani. 

Ma questo solo perché la storia politica e civile dell’Occidente ha la memoria corta, perché non è stato sempre così. 
L’Antico Testamento è ad esempio pieno di uomini che lottano e governano in nome di Dio, basti pensare a Mosè, a Giosuè, a David, a Salomone. 
Da Aristotele fino a Tommaso d’Aquino la figura del perfetto governante è quella che ha per fine ultimo la beatitudine (Summa th., I-II q. 90 a. 2), cioè Dio e agisce e opera in nome di Dio rimettendo a Lui la societas di cui egli è il capo o che rappresenta. 
Scrittori ecclesiastici come Pier Damiani o il suo più giovane contemporaneo Deusdedit esaltavano variamente il re e il governante come salvator mundi, typus Christi, vicarius Dei, vicarius Christi. E i titoli non erano semplicemente onorifici ma rispecchiavano una reale aderenza di chi era chiamato alla responsabilità di governo alla figura di Cristo. Come Cristoforo Colombo, colui che segnò il trapasso ad una nuova era del mondo, che partì nel nome del Signore Gesù Cristo perché scopo dell’impresa “era portare nel nuovo mondo, l’immagine di Nostro Signore Gesù Cristo, inchiodato sull’albero della salute” (R. de Lorgues, Cristoforo Colombo, Storia de’ suoi viaggi, Milano 1857). Oppure come Tommaso Moro, che nella fedeltà al suo ufficio pubblico di Lord Cancelliere d’Inghilterra antepose Dio alla sua stessa vita e proprio invocando Dio, la Vergine e i Santi morì decapitato alla Torre di Londra.
E ciò non deve stupire perché l’uomo – dai primordi dell’antichità fino all’età moderna - si è sempre sentito creatura nelle mani del Creatore, un viator impegnato in un graduale ma costante ritorno a Dio, fino a scoprirsi come unità mistico-ontologica col Creatore in forza di una vocazione a Dio che portava in ogni atto della sua vita terrena, dal lavoro manuale agli uffici pubblici più elevati per l’espletamento dei quali l’invocazione pubblica della divina protezione era una necessità: pensiamo alle guerre e ai tanti cataclismi naturali di fronte ai quali l’umana debolezza poteva trovare conforto solo in un’unità di preghiera in Dio. Quando poi le scoperte geografiche e quelle scientifiche aprirono il gran libro della natura e l’uomo credette di poter accedere alla conoscenza nel disprezzo della Rivelazione e della Chiesa, iniziò quel processo di laicizzazione dello Stato che portò le istituzioni civili a separarsi sempre di più dalle istanze religiose ed asservire queste alle proprie esigenze utilitaristiche. 
Dopo l’eresia luterana fu facile arrivare alla rivoluzione francese, al risorgimento anticlericale, alla formazione dei primi Stati unitari europei formati sul principio della “libera Chiesa in libero Stato”, alla neutralizzazione del potere temporale della Chiesa e con esso al suo annichilimento politico. Dal Concilio Vaticano II in poi, la stessa Chiesa – in una distorta prospettiva di autoriforma come mai prima di allora era avvenuta – riduceva ancor di più la sua presenza nel mondo contemporaneo e lasciava la politica e gli uomini politici liberi di interpretare in modo sempre più utilitaristico sia la morale sia l’etica, che è la scienza delle regole e dell’ordine. Ne risulta una politica svincolata e dalla morale e dall’etica, col mondo che sempre più rigetta ogni forma di dipendenza dal sacro e dal divino e con l’uomo che – in una vertigine di onnipotenza – sembra dipendere solo da se stesso. Ma il se ipsum chiude l’orizzonte e spegne la speranza. 
Ne consegue una politica diventata interamente laica che guarda solo all’utile e non al bene, una politica che si pone solo sul piano dell’egoismo e dei bisogni e non è capace di porre le proprie azioni sul piano del divino e del soprannaturale, una politica di corta miranza. 
Per questo motivo all’orecchio di un laico ormai disabituato a concetti come ordine divino e naturale, bene comune, aspirazione alla santità, un’invocazione come quella di Salvini al Cuore Immacolato non poteva che suonare che come obsoleta, inattuale, falsa, irricevibile. Invece, quelle parole, al di là della loro intima autenticità sulla quale non è dato e non importa indagare, sono importanti perché parlano di una presenza di Dio nel mondo, nella politica e indicano un orientamento al bene sociale che è oggettivo. E tanto basta.
Che i denigratori di Salvini continuino pure a fare il loro mestiere, non è importante nemmeno la persona di Salvini che ha pronunciato quell’affidamento quanto il suo ufficio di uomo pubblico, perché è più importante che il mondo della politica sia stato in qualche modo scosso dal richiamo a una devozione altrimenti racchiusa nella nicchia di lontani cenobi o di sparuti cenacoli di fedeli e sia stata gridata in pubblico, sì da ricordare che ogni azione dell’uomo, soprattutto quando è compiuta nel nome di altri uomini, quindi quando è pubblica, non può vivere e morire come semplice atto umano fine a se stesso ma si inserisce in un preciso itinerarium ad Deum. 
Il discorso a questo punto potrebbe allargarsi al ruolo della Chiesa nel mondo contemporaneo, al rapporto della Chiesa con la politica, con l’Europa e le sue strutture, all’attuale dottrina sociale della Chiesa e ai suoi fraintendimenti, a quali livelli di laicità abbia portato la dottrina statalista di Kelsen imperante negli ordinamenti giuridici di tutta Europa da più di un secolo, ma si andrebbe troppo lontano. 
Concludo invece, rimanendo in tema, con le parole di T. S. Eliot (1888-1965) il quale si definiva “classicista in letteratura, monarchico in politica e cattolico in religione”, che sintetizza magnificamente la situazione politica di un Occidente profano e imbarbarito da vuoti e frusti slogan come “sovranismo”, “democrazia”, “accoglienza” ma che non può arrivare a profanare la sua essenza, cioè la sua natura ovvero non può rinnegare le proprie radici cristiane, quelle che innervarono l’Europa veramente unita fatta dai benedettini, dai francescani, dalla Chiesa tutta che fu mater et magistra di popoli e nazioni: 
“Un cittadino europeo può non credere che il cristianesimo sia vero e tuttavia quello che dice e fa scaturisce dalla cultura cristiana di cui è erede. Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura. E allora voi dovrete ricominciare faticosamente da capo e non potrete indossare una cultura già fatta. Dovrete attendere che l'erba cresca perché nutra le pecore che daranno la lana di cui sarà fatto il vostro nuovo vestito. Dovrete attraversare molti secoli di barbarie”.


Firenze, 14 agosto 2019


Giovanni Tortelli


mercoledì 6 marzo 2019

L'Altra letteratura (di Pucci Cipriani)


Ci sono vicende della storia o, addirittura periodi, sui quali — a causa dell'arroganza dei vincitori, dei totalitarismi liberale e marxista, del conformismo e della la paura di molti — è stato steso un velo, anzi una pesante coltre. La storia dovrebbe essere una perenne "revisione", nel senso che si dovrebbero accogliere con piacere gli studi seri e le nuove prove dei fatti per dare un quadro completo ed obiettivo degli avvenimenti.
Ricordate il Comunismo? Oggi sembra di essere in un'altra era: pubblicazioni di ogni genere sui crimini comunisti — specie dopo che il KGB aprì gli archivi dell'Unione Sovietica — a cominciare dal "Libro nero sul Comunismo Italiano" (Mondadori 2000 — ma fu pubblicato per la prima volta in Francia nel 1997 da Laffont) in cui autori ( Stéphan Courtois, Nicolas Werth, Jean-Louis Panné, Andrzej Paczkowski, Karel Bartosek, Jean-Louis Margolin — tutti studiosi e militanti (ex) comunisti, di quelli "duri e puri" aggiungerei io, alcuni allievi di François Furet — con una montagna di documenti reperiti in archivi, come abbiamo detto, fino allora inaccessibili e con una raccolta di tantissime testimonianze svelano quello che noi, andavamo dicendo dagli anni Cinquanta, ovvero che il Comunismo fu più efficiente nella produzione di Gulag e cadaveri che non in quella di grano e beni di consumo. La documentazione di cento milioni di morti nelle "purghe" comuniste (non solo staliniane), in Cina, in URSS, a Cuba, nell'America Latina, in Africa, in Europa...
C'è di più: il curatore del "Libro nero sul Comunismo", lo storico (ex) comunista Stéphan Courtois va oltre e — in questo non seguito solo da due dei coautori del libro: Nicolas Werth e Jean-Louis Margolin — paragona il Comunismo al Nazismo sostenendo addirittura che il Nazismo sarebbe "meno grave" in quanto ha causato "Meno vittime".
Quei crimini denunziati ora da tutti gli storici (a cominciare da quelli di sinistra) — difficile che qualcuno di loro difenda ancora il Comunismo — noi li denunziammo a cominciare dagli anni Cinquanta e ci prendevamo l'etichetta di "fascisti", faziosi, fanatici, fuori dalla storia: eppure c'era stato un cinquantennio di "Samizdat", di "Dissidenza"... ma i "dissidenti" allora, per il PCI, per il PSI... ma anche per la Democrazia Cristiana, erano sen non "fascisti", almeno "persone piene di risentimenti", "non credibili" e fanatiche che avrebbero ostacolato quel dialogo che, seppur attraverso fiumi carsici, c'è sempre stato tra comunisti e pseudocristiani ovvero militanti della setta degasperiana. Perfino il Vaticano con Paolo VI — se poi leggiamo i recenti documenti bergogliani comprendiamo che "al peggio non c'è mai fine" — sacrificò all'Ostplolitick del Cardinal Casaroli i "Martiri e i Confessori della Chiesa del Silenzio", primo fra tutti il Cardinale ungherese Joseph Minszenty che, con il suo lungo calvario, fu il vero Confessore (= testimone) della Fede in terra ungherese, che con le sue "Memorie" (pubblicate in Italia nel 1974 dall'editore Rusconi), fece rivelazioni sconvolgenti e scottanti sulle sopraffazioni, menzogne, atrocità del Comunismo ma soprattutto sulle ambigue connivenze dell'Occidente.
E non possiamo dimenticare che i libri del più grande scrittore russo, un vero profeta, colui che trascorse nel Gulag parte della sua vita, Alexander Solgeniztin, non potevano essere pubblicate in Italia per il veto messo dal culturalume radical-marxista e cattocomunista... perché Solgenitzin, il non dimenticato autore della trilogia "Arcipelago Gulag", come il Cardinal Mindzenty, era non solo fu un testimone del terrore rosso ma era anche un cristiano fedele alla Tradizione.
Oggi chi oserebbe parlare contro questo eccezionale personaggio, il rappresentante vero della "Santa Russia".
Se mi è permesso un episodio personale per capire il clima d'allora e l'impossibilità di affrontare qualsiasi tema con le sinistre e i loro reggicoda (talvolta assai peggiori delle sinistre stesse): ero consigliere comunale (eletto come "indipendente monarchico" nelle liste DC) a Borgo San Lorenzo e, durante una seduta del Consiglio Comunale, quando, allora, si condannava l'attacco americano in Vietnam, io lessi alcune pagine di un racconto di Solgenitzin: "Una giornata di Ivan Denissovic".
Eravamo nel 1970 e il libro di Sogenitzin era infatti formato da tre tre racconti (oltre a "Una giornata di Ivan Denissovic", "La Casa di Matriona" e "Alla Stazione") ed era fresco di stampa: apriti cielo e spalancati terra: la canea urlante, gli insulti, gli spintoni e... anche gli sputi: segno di estremo disprezzo.
Ma il "revisionismo" ovvero la storia vista in tutte le sfaccettature si è fatto avanti: perfino sulla "Guerra Civile", sulle stragi perpretrate dai partigiani comunisti..anche dopo la fine della guerra, si è fatto, o meglio si è cominciata a fare, seppur faticosissimamente, luce e anche qui grazie all'opera — più che di storici — di due giornalisti e scrittori (insomma due "cronisti della storia") Giorgiò Pisanò (di parte fascista) autore di quei tre volumi usciti negli Anni Sessanta e più volte ristampati: "Storia della Guerra Civile in Italia" e, dopo, molto dopo, Gian Paolo Pansa (di parte comunista) con alcuni romanzi o saggi storici tra cui "Il Sangue dei vinti"... Lo stesso dicasi per le "foibe" che, nei libri di testo delle scuole, ieri come oggi, o non sono ricordate, o altrimenti si arriva addirittura al grottesco quando vengono definite "Grande forre nelle quali i tedeschi gettavano i corpi dei cittadini uccisi nelle rappresaglie". Ricordo, negli anni Settanta, don Luigi Stefani — un sacerdote dalmata, al quale ero legato da profonda e cara amicizia — che, nel suo studio presso la Confraternita di Misericordia di Firenze, aveva posto una suggestiva foto di un "tramonto zaratino" e una croce con la scritta "Parce mihi Domine quia dalmata sunt", ricordando i suoi quattro alunni al Seminario di Zara, gettati, ancora vivi, in una foiba nudi, evirati, con i genitali in bocca, e una corona di spine in testa.
Dopo settant’anni la RAI, sia pur nei giorni del Festival di Sanremo, ha presentato, in prima serata, un bel film diretto, sceneggiato, e prodotto da Maximiliano Hernando Bruno, per ricordare, come ha sottolineato Fausto Biloslavo su "Il Giornale", una martire della bestialità dei partigiani comunisti, juguslavi e italiani: Norma Cossetto (e con lei tutte le migliaia e migliaia di vittime infoibate, fucilate, annegate in quel periodo), una studentessa di 23 anni la cui unica colpa era quella di essere la figlia del Podestà in un paese nel cuore dell'Istria.
Norma Cossetto fu stuprata ripetutamente, torturata e, quindi, gettata ancor viva in una foiba durante la "pulizia etnica" al seguito del vuoto di potere dell'otto settembre.
Insomma si comincia a vedere — e lasciamo stare se son passati settant'anni — anche l'altro lato della storia per quanto riguarda i grandi totalitarismi del XX Secolo come Comunismo e Nazismo e Fascismo e infatti sul Fascismo venne pubblicata, già negli anni Settanta, la monumentale opera di Renzo De Felice. Ma silenzio sulla Guerra Civile in Italia: era troppo presto per parlarne e, infatti, c'erano ancora, da ambo le parti, ferite aperte sulle quali, forse, non andava sparso altro sale.
Ci voleva il genio di uno scrittore come Giovannino Guareschi per poter parlare di quei fatti sanguinosi. E Giovannino — a cui si deve riconoscenza anche per aver grandemente contribuito alla sconfitta del Fronte Popolare, ovvero del Comunismo, nel 1948 ( forse per questo De Gasperi lo spedì in galera ) — che nei suoi libri ( lasciamo, ahimè, perdere i film "addomesticati" dal regime ) che io definirei addirittura "poetici" affronta anche il problema dei "morti", dell'una e dell'altra parte, ovvero delle "opposte sponde", quelli morti col fazzoletto rosso al collo o quelli con la camicia nera, non i "buoni" o i "cattivi", ma solo giovani che combatterono su opposte barricate e le cui intenzioni solo Dio conobbe.
"Fratelli — è Guareschi che parla attraverso il suo "Don Camillo" — si parla tanto di dialogo fra chi sta sulle opposte sponde. Queste anime che noi ricordiamo stanno sulla sponda della morte e parlano a noi che stiamo sulla sponda della vita. Ascoltiamo ciò che ci domandano e il nostro cuore troverà la giusta risposta. La terra purifica tutto, come la morte. La terra fine di ogni cosa e fonte eterna di vita" (Cfr: "Don Camillo e don Chichì" Ricordo di un novembre lontano)
E, nella sua breve vita (morì a Cervia il 22 agosto del 1968 ed era nato, sessant’anni prima, a Fontanelle di Roccabianca PR); alla vigilia del Sessantotto e alla vigilia della sua morte, aveva già capito tutto di quella Rivoluzione sessantottarda stupida e tremenda a un tempo; aveva capito che c'era chi "tirava i fili" di quel movimento per cui poteva allora ammonire i giovani (e questo ammonimento sembra scritto anche per i giovani d'oggi), e sentite con quanta profetica lungimiranza e lucidità:
"Protesto perché nessuno dice a questi giovani: "Diffidate di chi vi sorride e vi da' importanza eccezionale. Vuole rifilarvi un giornale, un libro, un disco, una rivista pornografica, un intruglio gassato, una chitarra, un allucinogeno, una pillola (... ) un cartello, un manganello, un mitra." Protesto perché sono stato giovane e buggerato come saranno buggerati i giovani d'oggi... " (Cfr. "Chi sogna nuovi gerani?" "... ai giovani")
Quale ammonimento e quale condanna ai vecchi "Cattivi maestri"... che nel Sessantotto montarono in cattedra e da quella cattedra non sono più scesi e pretendono di farci la morale... anche a Destra... e chi ha orecchi da intendere intenda.
E ancora Guareschi alle ragazze, comprendendo le conseguenze della "rivoluzione sessuale": "... come tanti giovani è dominata dalla paura di essere considerata una ragazza onesta. E' la nuova ipocrisia: un tempo i disonesti tentavano disperatamente di essere considerati onesti: Oggi gli onesti tentano disperatamente di essere considerati disonesti." (La Voce del Cristo in "Don Camillo e don Chichì" "E' di moda il ruggito della pecora")


Dunque, a poco a poco, dopo diecine e diecine di anni, si sta alzando la pesante coltre che ricopriva alcune vicende storiche e si possono — solo ora si badi bene — criticare ideologie come il Comunismo, addirittura, fare la comparazione con il Nazismo.
Si ricorda, ogni anno, — ed è giusto che sia così — il "genocidio" del popolo ebraico" quella che gli ebrei chiamano la "Shoah" — e anche qui c'è un bel libro: "Il Diario di Anna Frank" che ben, nel racconto adolescenziale di due giovani braccati dalla Gestapo, si riassume la tragedia di questo popolo, i campi di concentramento, le deportazioni, la morte.
Provate però a domandare se, nella storia, vi sia stato qualche altro genocidio tipo la Vandea: sicuramente vi risponderanno (parlo di molti docenti di scuola di ogni ordine e grado... ma anche di storici) che sì, in Vandea, ci fu "qualche morto" in quanto si cercò di reprimere una rivolta di un popolo riottoso (quello vandeano)... .ma non pragonabile allo sterminio del popolo ebraico... come numeri... ma scherziamo? Così ha risposto una professoressa di lettere alla domanda di un suo alunno liceale che domandava "lumi" sulla Vandea.
I libri di testo delle scuole fanno ancora prima: o ignorano il "genocidio vandeano" e i crimini della Rivoluzione o se la cavano con una mezza dozzina di righe: "Ci furono tumulti e ribellioni nella Regione della Vandea e in altre zone della Francia ma, presto, furono domati".
La Rivoluzione francese che fu essenzialmente anticristiana (divenne antimonarchica solo dopo il rifiuto di Luigi XVI di procedere nelle misure antireligiose. Come non ricordare le stragi sistematiche attraverso la ghigliottina e l'annegamento di diverse migliaia di cristiani, di preti, di monache. E come non ricordare i massacri di settembre commessi — e lo testimoniano addirittura i testi rivoluzionari dell'epoca — in nome di ideali pseudo spartani di eliminazione degli emarginati e dei più deboli (= analogamente aveva fatto il Nazismo quando si levò alta e stentore la voce del Cardinale Clemens August Von Galen, il "Leone di Munster", che il Reich voleva impiccare per dare un esempio). E bisogna ricordare anche i massacri commessi ovunque, specialmente nel Lionese e nel Mezzogiorno, la deportazione delle popolazioni di diversi villaggi Baschi e e soprattutto l'immenso genocidio della Vandea e delle province dell'Ovest. Un genocidio che fu freddamente e razionalmente deciso dalla Convenzione e che la sua esecuzione fu eseguita giorno per giorno, donne e bambini, da 300.000 a 400.000, e che fu accompagnato da terribili novità come la creazione di fonderie di grasso umano e della concia della pelle della stessa origine.
In questo genocidio premeditato come dimenticare altri orrori come le diecine di villaggi bruciati dalle truppe infernali del Generale Tureau, i fedeli bruciati vivi nelle chiese che venivano incendiate perché "rifugio dei ribelli" e gli annegamenti sui barconi a Nantes perpetrati nei vari mesi dal diabolico Carrier.
Del resto questa Rivoluzione sanguinaria, questo genocidio orrendo, sono stati esaltati da tutti
più grandi dittatori totalitari e massacratori della storia: Lenin, Trotski, Hitler, Stalin, Mao, senza dimenticare il cambogiano Pol Pot che rivelò alla Sorbona la sua ammirazione per Robespierre, di cui fun un grande e coerente ammiratore.
La Storia ha taciuto e tace tuttavia su questo immondo genocidio. Oggi la Rivoluzione con i suoi principi non può essere messa in discussione da nessuno: perfino una certa destra dice o diceva: "Siamo anche noi figli della Rivoluzione francese" Ebbi, proprio per questa affermazione, uno "scontro" per questo con il pur bravissimo Piero Buscaroli (si firmava Piero Santerno su "Il Giornale" di Montanelli).
Il poco che sappiamo sui crimini della Rivoluzione francese e sul terrore lo dobbiamo a qualche raro scrittore e ad una letteratura popolare, con in prima fila, Honoré de Balzac (1799-1850) il quale in alcuni suoi romanzi della Commedia Umana", su un veritiero sfondo storico, vi innesta una storia di fantasia come negli "Gli Sciuani", ovvero gli "uccelli della notte", i combattenti della Vandea e della Bretagna fedeli alla Monarchia e alla Religione ( XII Volume della Commedia umana) in cui racconta una storia d'amore tra due personaggi: l'aristocratica Maria de Vermeil e lo chouan monarchico Alphonse de Montauran, E poi "Un tenebroso affare", episodi e racconti, certo romanzati, ma che ricordano fatti realmente accaduti, romanzi in cui si rileva l'ammirazione dell'autore per il "genio" Napoleone ma anche l'obiettività della narrazione.
Da non dimenticare, poi, J:Barbey d'Aurevilly con "La Stregata", e "Il Cavaliere des Touches".
Perfino Hugo, uno degli scrittori simbolo della Rivoluzione e del "laicismo", in un suo romanzo, "Novantatré", descrive i crimini giacobini del "Genocidio vandeano".
Da non dimenticare "L'Ultima al Patibolo" della tedesca Gertrud Von Le Fort - ripresa poi dallo scrittore francese George Bernanos per una "riduzione teatrale" — nella quale l'autrice, pur mettendoci alcuni elementi fantastici, racconta la storia autentica del Martirio delle sedici carmelitane di Compiègne, ghigliottinate il 17 luglio 1794 a Parigi.
Ma, forse, ciascuno di noi, si ricorderà di quand'era ragazzo e si appassionava alle storie della "Primula Rossa"... era un personaggio immaginario frutto della fantasia di una fertile scrittrice ungherese: la Baronessa ORCZY (1865-1947) che esordi nel 1905 e pubblicò una serie di romanzi, appunto, ispirati alla "Primula Rossa", un imprevedibile personaggio, che, nei giorni del Terrore, insieme ad un gruppo di coraggiosi, si prodiga per far fuggire Oltre Manica gli aristocratici, altrimenti destinati alla ghigliottina.
I suoi libri ebbero immensa fortuna e furono pubblicati in Italia da Salani: "La Primula Rossa", "La Banda delle Primula Rossa", Il voto di sangue", "Il figlio della Rivoluzione" etc. e de "La Primula rossa" si ebbe anche la versione cinematografica.
Per quanto riguarda la Storia vorrei ricordare quello che non esito a definire il dramma di Reynald Secher: negli anni Ottanta, giovane ricercatore all'Università della Sorbona — discepolo del Professor Pierre Chaunu, protestante, Membro dell'Institute de France — dopo una ricerca sulla Vandea pubblica un libro, con una documentazione incalzante: "Il genocidio vandeano" con la prefazione di Jean Meyer e la presentazione dello stesso Pierre Chaunu.
Al giovane e promettente ricercatore — dopo quella pubblicazione — fu preclusa ogni via accademica... solo un piccolo editore in Francia ne tirò alcune copie... anche in Italia fu pubblicato dalle edizioni Effedieffe. L'Autore attualmente fa l'editore pubblicando, a sue spese, libri come il suo... . ovvero una sorta di "controstoria"...
Per quanto riguarda la Rivoluzione italiana ovvero il così detto Risorgimento, parlarne male significa finire nel "ghetto degli intoccabili"... e noi ci siam finiti con estremo piacere. Da noi, fin dalle scuole elementari, abbiamo sentito una continua esaltazione dell'invasione armata del Regno delle Due Sicilie, e abbiamo letto libri pseudo storici e un sottobosco di produzione letteraria (mi riferisco ad esempio agli scritti sconclusionati e grotteschi del nizzardo Giuseppe Garibaldi, improvvisatosi "letterato" o a quelli demenziali di Giovanni La Cecilia) portando sugli altari e celebrando le gesta dell'esercito piemontese: villaggi incendiati dalle orde "garibaldesche" e dai "prodi bersaglieri" del generale Alfonso Lamarmora, fucilazioni di massa per "briganti" o sospettati tali (chi non ricorda la Legge Peruzzi - Pica).
Denunziò tutto questo lo storico "controrivoluzionario" Giacinto De Sivo, di Maddaloni, che parlò anche dei tradimenti dei generali borbonici "compri dall'oro inglese e massonico", nel suo celeberrimo "Viaggio da Boccadifalco a Gaeta", un libro finalmente ristampato negli anni Ottanta, e a cui — sfidando il conformismo radicalcomunista — pose la prefazione Leonardo Sciascia, un grande scrittore non certo "reazionario". Ma il vero cantore del regno Duosiciliano è Carlo Alianello (1901-1981) con i suoi capolavori "Soldati del Re", "L'Alfiere", "La Conquista del Sud", "L'Eredità della Priora" e "L'Inghippo"... Alianello che Fausto Gianfranceschi definisce uno scrittore "cattolico" — e definirsi cattolico oggi appare difficile quando i cattolici fedeli alla tradizione sono perseguitati, oltre che dalla così detta società civile, persino dai vertici "peronisti" vaticani — per il quale "il principio di selezione etica trascende il calcolo del successo storico: gli uomini debbono svolgere il ruolo assegnato ad essi dal destino anche se è contro la StorIa, perché giudice è Dio non la Storia". Alianello dunque Scrive e scrive dalla parte dei vinti e sarà un personaggio del suo romanzo, forse il più bello, "L'Alfiere", un ufficiale, il Tenente Franco, morente sugli spalti di Gaeta a lasciare quel testamento di fedeltà e onore del popolo "napolitano".
"Altri combattono e muoiono per una conquista, una terra, un'idea di gloria, per un convincimento magari o un ideale: ma noi moriamo per una cosa di cuore: la bellezza. Qui non c'è vanità, non c'è successo non c'è ambizione. Noi moriamo per essere uomini ancora. Uomini che la violenza e l'illusione non li piega e che servono la fedeltà, l'onore, la bandiera e la Monarchia perché son padroni di se' e servitori di Dio. Ieri forse poteva sembrare più nobile, più alta la parte di là, ma oggi con noi c'è la sventura, e questa è la parte più bella. Perché sopra di noi ci possiamo scrivere senza speranza... " (Cfr. Carlo Alianello: "L'Alfiere" )
C'è un giornalista però a Napoli che racconta le vicende della sua città... seguitissimo, ed è Ferdinando Russo criticato da Benedetto Croce ma "amato" dal Carducci che lo volle incontrare, sempre in polemica con Salvatore di Giacomo che, però, in morte, scrisse su di lui versi bellissimi. Fu poeta il Russo e non cantò una Napoli oleografica, da cartolina, ma una "Napoli lunare", una Napoli dove le ore della notte sono scandite dalle gesta della povera gente. Fu anche il poeta dei vinti... per cui dopo aver diretto per vent'anni una rubrica letteraria sul "Mattino" fu licenziato: poeta reazionario, borbonico, sanfedista... aveva scocciato abbastanza.
Di lui vanno ricordati due "poemetti": 'O Luciano d' 'o Ree e 'O Surdate 'Gaeta 'O Surdate 'Gaeta ove un ex combattente, racconta gli episodi di eroismo nella difesa della Roccaforte di Gaeta, ricorda anche l'eroismo di re Francesco e piange sulla sua sorte, infatti, dopo aver combattuto per la sua Patria e per il suo Re, il nuovo regime gli ha tolto, con le tasse e i balzelli, ogni suo avere e, per lui, finita la vita lieta del Regno, non resta che il rimpianto e il dolore all'Ospizio dei Poveri.
Analogamente 'O Luciano d' 'o Ree che ha combattuto sulle navi della flotta borbonica in difesa della Patria Napolitana: ora trova la sua bella Napoli cambiata e distrutta ed è sottomesso a un tiranno che non conosce e che, sembra, lo abbia preso di mira con le sue leggi liberticide, quando invece:
'O Re me canusceva e me sapeva!
Cchiù de na vota, (coppola e denocchie!)
m'ha fatto capì chello che vuleva!
E me saglieno 'e llacreme ant'all'uocchie!
'A mano ncopp' 'a spalla me metteva:
"Tu nun si' pennarulo e nun t'arruocchie!
Va ccà! Va llà! Fa chesto! Arape 'a mano!"
E parlava accusì: napulitano!

Alla fine termina amaramente 'O Luciano, il povero marinaio di Santa Lucia, su un letto all'Ospizio dei poveri:
Ca stammo tuttequante int' 'o spitale!
Tenimmo tutte ' a stessa malatia!
Simmo rummase tutte mmiezo 'e scale,
fora 'a lucanna d' 'a Pezzenteria!
Che me vuò dì? Ca simme libberale?
E addò l'appuoie, sta sbafanteria?
Quanno figlieto chiagne e vo' magnà,
ceca int' 'a sacca... e dalle a libertà!

Nostalgie... soltanto nostalgie... la Nuova Italia, liberale, liberista, laica, laicista, quella della "Libera chiesa in libero Stato", aveva già ormai consolidato il suo potere, e così come, poi, i fascisti formeranno i "Balilla" con il libro di stato e i comunisti formeranno "I Pionieri"; la Nuova Italia affiderà l'educazione della gioventù a uno scrittore, tra l'altro autore di una serie di piacevoli "Bozzetti di Vita Militare", che le persone della mia età conosceranno certo a menadito: Edmondo de Amicis con il suo libro "Cuore".
Dietro i buoni sentimenti, voi vedrete una classe torinese, dell'Italia unita, decritta nel Diario annuale di un alunno (Enrico Bottini); vedrete i bambini, i maestri, i genitori che non rammenteranno mai il nome di Dio, festeggeranno le imprese militari o gli eventi civili, ma non festeggeranno il Natale o la Pasqua ; non vedrete un simbolo religioso in classe o un famiglia.
perfino la carità è ridotta a filantropismo... è l'uomo nuovo" che va formato nell scuola pubblica — la scuola del plagio di adesso e quella dei "Todos caballeros" del Sessantotto e di don Milani è figlia di "Cuore" — Insomma il titolo cuore non è messo solo per indicare i buoni sentimenti il sentimentalismo sdolcinato ottocentesco ma è messo scientemente il "Cuore" laico, in
contrapposizione al Dogma del Cuore Carneo, alla devozione delle famiglie italiane che ancora resiste. Nell'Ottocento non c'era famiglia che non avesse in casa il simbolo del Sacro Cuore.
Ma veniamo al nostro "Maestro Domenico", veniamo al Granducato di Toscana, al nostro Granducato. L'Italia era fatta e guai a parlare degli Stati preunitari, dei sovrani, dei Re legittimi e, soprattutto "Del si stava meglio quando si stava peggio"
Figuriamoci con la "cacciata del Granduca e l'avvento dei piemontesi il Giusti ( sia chiaro, non è Dante) che pur bolla in una sua poesia Leopoldo II, il sovrano buono e paterno, come un re "Travicello"... ovvero, inetto, "minchione"... i "Girella" che pur il Giusti condanna in una sua poesia salteranno subito sul carro del vincitore.
Ma c'è un "poeta", un poeta di strada a Firenze, Mario Palazzi un pover'uomo ma con le idee chiare che, di fronte, ai tanti Girella, di fronte a questo nuovo regime totalitario che sta distruggendo tutta la storia antica e la tradizione della Toscana verga i suoi versi — per campare li vende ai passanti — che di fronte al nuove può ben dire, anzi scrivere in versi:
A noi par d'essere civilizzati / ma peggio d'ora / non siam mai stati...
E poi, in un dialogo tra padre e figlio:
Figlio: Dimmi papà, / ov'è il Granduca / sta rinserrato / dentro una buca? Padre Pur troppo è morto / Roma l'accoglie / esule andò / da queste soglie / quando qui stava / Ernesto mio / c'era in Palazzo / l'angiol di Dio / coi cari figli / la sua consorte / di Santi e Angeli formò la corte / Nè pel colera / né per la piena / ai cari sudditi voltò la schiena / e mai si videro / entro il suo regno /
farsi pei poveri / case di legno / trattare i popoli / con le prigioni / se in cuor racchiudono / altre opinioni / dare ai ragazzi / tante licenze / di fare ad altri / le impertinenze / Figlio Che Italia è bella / forte Nazione / Lo dicon sempre / molte persone. Padre Per chi ha rubato / le altrui sostanze / son tempi rosei per le finanze / se tenta il popolo dir sue ragioni / vi è Bersaglieri /
Linea e Cannoni / così ragione han sempre loro / Ecco la bella età dell'oro.
Se cercassi l'applauso dovrei — come avevo programmato — terminare citando la "chiusa" di un bell'articolo dell'amico Enrico Nistri che pubblicai su "Controrivoluzione" nel 1994 (e mi sembra ieri): "Quando scoppiarono i moti rivoluzionari che avrebbero trasformato Firenze da capitale di uno Stato a semplice prefettura del regno d'Italia, Leopoldo II avrebbe avuto facilmente ragione dei dimostranti se solo avesse voluto fare ricorso alla forza delle armi e in particolare ai cannoni ben piazzati a Forte Belvedere. Ma il suo amore per la pace, il suo affetto per i sudditi, la sua convinzione che il buon senso avrebbe finito comunque per prevalere lo indussero ad abbandonare senza spargimento di sangue la città e il granducato su cui aveva regnato da sovrano onesto, scrupoloso e paterno. I fatti com' è noto smentirono le sue speranze. Ma Leopoldo continua ugualmente ad essere ricordato con simpatia, affetto e una punta di rimpianto da tutti i fiorentini e i toscani di retto sentire."
E questa sarebbe stata una bella "chiusa" ma viene da domandarsi: Se quei cannoni ben piazzati a Forte Belvedere avessero sparato sulla canaglia, la Dinastia dei Lorena regnerebbe ancora e, forse, a noi ci sarebbero stati risparmiati gli odierni di governanti, senza onore e senza cervello, che ci hanno portato a questa Europa che ricalca, peggiorandolo, lo stampo della vecchia Unione Sovietica.

Pucci Cipriani

martedì 5 marzo 2019

PELOSINI E IL MAESTRO DOMENICO (di Ascanio Ruschi)


Il nome di Narciso Feliciano Pelosini è oggi sconosciuto ai più. Eppure egli fu, nella seconda metà dell’ottocento, una figura di un certo rilievo, a livello toscano e anche nazionale, sia come politico, che come avvocato, ma anche come uomo di cultura e letterato. Oggi grazie alla preziosissima opera dell’editore Marco Solfanelli si deve la riscoperta della sua opera maggiore, e più conosciuta, il “Maestro Domenico” appunto. In questa novella, il protagonista, fedele suddito del Granduca, si assopisce sotto un albero e si risveglia dopo l’unificazione italiana, in una società che fatica a riconoscere, in aperta rottura con la vecchia societas granducale.
Ma chi era il Pelosini? Narciso Feliciano — questi i nomi di battesimo — nasce a Fornacette di Calcinaia, provincia di Pisa, nel 1833, da una famiglia benestante, ma certamente non ricca e non nobile. Instradato alla vita ecclesiastica nel seminario di Montepulciano, scopre ben presto di non avere la vocazione sacerdotale (un fratello invece si farà prete), e si iscrive all’Università di Pisa per studiare diritto. Si laurea all’Università di Siena nel 1854, non prima di aver dato alle stampe una prima raccolta di poesie, dal titolo “Poesie italiane”. Già dal titolo dell’opera, si evince il clima culturale e sociale in cui è immerso il Pelosini, di cui egli stesso risente. Pisa è al centro dei fermenti unitari, e certamente il Pelosini non è estraneo a questo fermento politico. Infatti in questo periodo entra in contatto con i circoli culturali di tendenza liberale, grazie ai quali conosce e stringe amicizia, tra gli altri, anche con il Carducci, il quale lo ricorda nelle sue memorie come un “giovane d'idee avanzate, non fervente cattolico come dipoi”.
Dopo una breve parentesi di docenza alla scuola di Scienze Aziendali di Firenze “Cesare Alfieri”, ove insegna diritto penale, si dedica definitivamente alla professione forense. Grazie alla sua ars oratoria, alla battuta pronta e sagace, diviene in breve un avvocato penalista piuttosto conosciuto anche oltre i confini toscani, e partecipa ad importanti processi, arrivando anche a difendere Giacomo Puccini. Peraltro l’episodio è spassosissimo: il Puccini, appassionato cacciatore, si recava spesso in riva al lago di Massaciuccoli a sparare nella riserva del Marchese Ginori Lisci, col permesso del proprietario ovviamente. Se non che, con l’aiuto di un boscaiolo del posto, iniziò a cacciare di frodo, fino a che una sera non fu fermato da due carabinieri. Instaurato il giudizio per il reato di caccia di frodo e porto d’armi abusivo avanti al Pretore di Bagni San Giuliano, il Pelosini ne assunse la difesa e, con un’accorata arringa difensiva, sostenne che non essendo stato trovato il corpo del reato, e cioè l’anatra contro cui il colpo di fucile del Puccini era diretto, mancava la prova del fatto, e che il suo assistito si era recato in riva al lago solo per provare delle nuove cartucce per il fucile. Fu così che il Puccini fu assolto. In cambio, oltre ad un lauto pranzo offerto, il Pelosini ricevette in regalo uno spartito con dedica autografa dell’illustre musicista.
Ma torniamo alla vita del Pelosini. Intorno agli anni sessanta egli si riavvicina al cattolicesimo e assume posizioni sempre più critiche nei confronti del liberalismo e dell’unificazione. Evidentemente gli avvenimenti cui egli assiste, lo influenzano fortemente, tanto da fargli rivedere le sue posizioni di liberale moderato. Questo periodo di forte conversione e di critica al liberalismo, culmina nel 1871 con la pubblicazione – a proprie spese - della “fiaba” Maestro Domenico, che stasera abbiamo il piacere di presentare. L’opera, apertamente antirisorgimentalista, dà il via a nuovi contrasti con il Carducci e con i circoli liberali toscani. Contrasti che, anche a causa del carattere piuttosto burbero e oltremodo schietto del Pelosini, negli anni successivi si acuiranno sino ad una rottura netta.
Tra il 1882 e il 1890 è per due volte Deputato nel gruppo della Destra, e poi diviene Senatore del Regno; in tale ambito la sua attività politica è principalmente orientata nella riforma del diritto penale. Muore a Pistoia nel 1896, ove si è ritirato nell’ultimo periodo, profondamente sfiduciato per l’evoluzione, o meglio l’involuzione, della società italiana post unificazione.
Tratteggiata così brevemente la vita del Pelosini, se ne ricava una figura piena di sfaccettature, variegata, complessa nei modi ma schietta e sincera nei pensieri. Certamente egli non fu un pensatore della Restaurazione, uno strenuo difensore legittimista, un esponente di quel connubio tra Trono e Altare che ispirò tanti intellettuali ottocenteschi (il grande Monaldo Leopardi tra tutti). Ma questa particolarità non lo rende meno interessante, anzi. E proprio questo suo percorso, intellettuale e religioso, dal liberalismo a posizioni più tradizionalmente orientate, ne fa una figura di rilievo, e degna di attenzione.
Il percorso di conversione, e la radicalizzazione della critica risorgimentalista, ci fanno capire come il Pelosini si trovò a confrontarsi con la realtà, che evidentemente non era quella tanto vagheggiata e auspicata da chi si era fatto promotore dell’unificazione. Egli si mosse lungo binari di assoluto realismo, scevri di connotati ideologici, anche se ovviamente pieni di idealità e di sentimenti. Il riavvicinamento al cattolicesimo più profondo, gli permise di aprirsi ad una visione della societas tradizionalmente orientata, fondata sui sani principi cristiani del buon vivere e dell’unicuique suum.
Egli da liberale moderato, non ostile per partito preso al processo di unificazione, si spostò su posizione politiche di difesa delle piccole patrie, fondate sulla comunione delle credenze e degli affetti. Non una idealizzazione del bel tempo che fu (inteso come luogo astratto, come aveva fatto l’illuminismo con la teoria del buon selvaggio), bensì la concreta e triste constatazione che l’invenzione dell’Italia risorgimentale aveva distrutto quel collante fondamentale costituito dall’appartenenza alla stessa terra (la Toscana lorenese e granducale) e alla stessa fede, così come trasmessa dalla Chiesa Cattolica. Quel che descrive il Pelosino, e soprattutto quel che egli contesta, è frutto dell’esperienza diretta, di chi addirittura, in quegli anni tormentati, fu protagonista della vita culturale toscana e poi di quella politica nazionale. Un osservatore dunque assolutamente in medias res, testimone oculare di quella rivoluzione politica e sociale della seconda metà dell’ottocento.
Egli contesta alacramente la “Nuova Italia” fatta di repubblicani anticlericali, di massoni e di politicanti di mestiere che aveva portato alla caduta di Roma e alla fine dello Stato della Chiesa. La descrizione del tempo che fu che il Pelosini fa in una lettera dedicatoria al Guerrazzi — anch’egli uno dei grandi delusi del post risorgimento —, è mirabile: “Erano buona gente que’ nostri vecchietti della campagna toscana. Avevano de’ pregiudizi, e di molti; crescevano ed invecchiavano un po’ alla carlona: ma il cuore era buono, il costume severo, la vita semplice, tranquilla ed agiata (…). Lavoravano per sé e per i figliuoli: davano ordine alle cose della famiglia e del Comune; temevano più Dio del Codice penale; e, ignari anco del nome non che dell’ufficio e degli arnesi del boia, lasciavano inoperosi gli sbirri ed i carcerieri”. Ecco dunque i principi immortali ai quali si richiama il Pelosini, e che sono poi quelli sostanzialmente espressi dal Maestro Domenico.
Il racconto, non privo di elementi autobiografici (si pensi al padre del Pelosini, che come il protagonista della fiaba, svolge al contempo l’attività di artigiano e quella di insegnante) sembra rispecchiare il travaglio interiore dei cattolici italiani ottocenteschi che, assopitisi nel periodo della Restaurazione, non si erano resi conto che nel frattempo l’auctoritas e la Fede nella Chiesa avevano lasciato il campo a nuove istanze illuministiche, che si erano diffuse, come una pandemia nascosta, tra la classe dirigente dell’epoca. E’ ben rappresentato lo sbalordimento e la pena di chi assistette, impotente, a così rapide mutazioni di eventi, che solo pochi anni prima parevano impossibili. Travagli e sbalordimenti che, probabilmente, furono dello stesso Pelosini. Un cambiamento repentino fodnato sulla rottura col passato: rottura col padre, con la religione, con le tradizioni. Non è una caso che nella agiografia ottocentesca e novecentesca della figura di Garibaldi, il garibaldino è spesso indicato come una persona che lascia la famiglia o il convento per unirsi ai mille. La rottura con il passato è l’elemento fondante dell’adesione spirituale e materiale alle nuove forze rivoluzionarie. Non dissimilmente con quanto accaduto con il ’68, laddove l’abbattimento, o meglio la cancellazione, delle radici rappresenta l’elemento fondante della ideologia sessantottarda. Cancellazione delle radici che in realtà non era differente da quella politica di depredazione e saccheggio applicata dall’esercito francese nel corso dell’invasione in Italia nel periodo 1796-1799. Allora la popolazione toscana insorse al grido di Viva Maria, contro l’invasore francese; ma insorse soprattutto non perché l’invasore era straniero, ma perché invasore anticattolico, deciso ad annullare le antiche consuetudini. Come detto, dunque, l’elemento determinante delle insorgenze deve essere ravvisato nella difesa della religione. Difesa in primo luogo da quelle istanze razionalizzatrici e anticristiane che si erano diffuse in un primo momento tra la borghesia grazie alle idee illuministiche, e che successivamente, grazie alla calata dell’esercito francese, si erano andate imponendosi con la forza delle armi negli stati conquistati. Dopo neanche sessant’anni la situazione in Italia era radicalmente cambiata, e la fiaba del Pelosini ci mostra una società oramai abituata, assopita, e uniformata, alle novità illuministiche. Al maestro Domenico, di fronte a questa nuova società, non rimane che auspicare un nuovo sonno, stavolta perenne.
Il nostro compito, prima dell’eterno riposo, rimane quello di combattere il bonum certamen, rimanere fedeli e coerenti, e vivere, come faceva il Maestro Domenico, “da buon cristiano e da galantuomo di stampo antico”.
Ascanio Ruschi