martedì 7 giugno 2022

Presentazione del libro di Pucci Cipriani: "Napoli. Città del Trono e dell'Altare"



Domenica 5 giugno 2022 è stato presentato a Cecina, di fronte a un foltissimo pubblico, presso il Circolo culturale "Il Fitto", il libro di Pucci Cipriani: "Napoli città del Trono e dell'Altare: omaggio al Regno delle Due Sicilie"(Solfanelli). Alla presenza dell'Autore ha tenuto la sua relazione Vittorio Acerbi. Riportiamo di seguito il testo completo del suo intervento.





Probabilmente l’idea di questo libro nasce da parecchio tempo, ma certo posso affermare che in qualche misura abbiamo seguito la stesura (nonostante qualche preoccupazione durante il percorso).

Ricordo nitidamente quel 16 marzo, quando fu celebrata la Santa Messa in onore di Francesco II. Fatto questo che non passò inosservato al principe Carlo di Borbone; in quell’occasione volle personalmente ringraziare il professor Cipriani. La ricordo ancora l'emozione di quel giorno. Emozione che si è ripetuta pochi giorni fa quando il principe Carlo si è nuovamente congratulato per la pubblicazione di questo libro. Prima ricordavo quella Santa Messa del 16 marzo, celebrata in un momento dove, per le restrizioni dovute alla pandemia, non avremmo dovuto vederci. Nessuna aggregazione, nessuna evasione fuori dal proprio comune di residenza. Eppure noi ci siamo visti ugualmente e, come sempre, abbiamo ricevuto i sacramenti. Noi siamo irriducibili cristiani. Pur di ricevere i sacramenti siamo disposti a passare dalle persecuzioni e dalle catacombe. Dispiace constatare che queste ultime, purtroppo, sono spesso favorite dalla nostra Chiesa. Ma non veniteci a parlare di comunione spirituale, perché probabilmente avete sbagliato persone con cui parlarne.

 

Se volessi cercare di riassumere il senso di questo libro, sceglierei proprio una frase dell’autore che dice testualmente: “Oltre a conoscere la storia della città e del glorioso Regno Duosiciliano, bisogna cercare di comprendere Napoli, di viverla più che di guardarla e di giudicarla, tenendo conto che oramai tutto il mondo si va omologando in un livellamento giacobino, dal basso.

 

Benché io conosca sommariamente Napoli, benché ci abbia soggiornato in due sole occasioni, è tutto così estremamente bello quello che Pucci racconta. Dei suoi ricordi in una città che, per quanto si sia omologata alla società odierna infernale, esistono sempre quelle fondamenta che nemmeno la modernità è riuscita a distruggere.

E siccome io al caso non ci credo, non è un caso che quella che oggi si chiama Piazza Garibaldi sia stata rinominata da alcuni esponenti di Fratelli d'Italia (con tanto di striscione) “Piazza dell’Islam”. Non è nemmeno un caso che nella mia vicina Livorno “Piazza dei Mille” sia una delle piazze con più extracomunitari e con un alto tasso di criminalità.

 

Prontamente ecco che Pucci ci riporta al bene, ricordandoci il miracolo del sangue di San Gennaro che periodicamente si liquefà, in quella devozione popolare al martire cristiano protettore della città che oggi, come allora, continua a scandalizzare le eccelse menti moderniste.

Che scandalizzò persino Garibaldi quando, una volta entrato a Napoli, si recò a rendere omaggio a quelle ampolle portandosi al seguito Fra’ Pantaleo, frate rivoluzionario con la camicia rossa, con tanto di spada e due pistole ai fianchi che dall’ambone della chiesa annunciò Garibaldi come l’inviato da Dio dopo Gesù Cristo.

E lo stesso Garibaldi che dopo aver definito il Papa Beato “un metro cubo di letame”, che dopo aver chiamato il suo ciuco Pio IX, definirà quel sangue “un’umiliante composizione chimica, di cui dobbiamo frangere per sempre quell’ampolla contenente il veleno.

 

Ma gli eroi di Napoli non si fermano solo a coloro che si opposero al Risorgimento. Posto che questa “resurrezione” contenuta nell’etimologia del termine Risorgimento, trova difficilmente conferma nell’efferatezza e nell’invasione piemontese. Resurrezione per noi ha un significato ben preciso, di cui possiamo toccarne con mano la testimonianza negli 800 martiri della chiesa di Santa Caterina a Formiello. Gli 800 martiri di Otranto che nel 1480 furono uccisi dai turchi per non aver rinnegato la propria fede.

814 per la precisione che vennero tagliati in 2 parti e ricuciti metà uomo, metà donna e impalati lungo le mura della città.

E sempre contro i Turchi, quasi un secolo dopo, nel 1571, sarà consegnato, nella basilica di Santa Chiara, a don Giovanni d’Austria, il vessillo pontificio di papa Pio V che sventolerà vittorioso nella battaglia di Lepanto.

Santa Chiara che è anche l'edificio in cui si trovano le tombe del re Francesco II e della regina Maria Sofia, e dove si trova la tomba di un personaggio che molti di voi ricorderanno, perché più vicino ai giorni nostri. Il Servo di Dio Vicebrigadiere Salvo d’Acquisto che, pochi giorni prima di quel sacrificio aveva scritto alla madre “Bisogna rassegnarsi ai voleri di Dio a prezzo di qualsiasi dolore e di qualsiasi sacrificio.

Quando ho letto queste parole non ho potuto fare a meno di pensare ad un altro napoletano, il santo Giuseppe Moscati quando dice: “Se la verità ti costa la persecuzione, tu accettala; se tormento, tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, tu sii forte nel sacrificio.

 

Una cristianità napoletana che passa dal miracolo del sangue di San Gennaro, ma che passa anche dal sangue di un’altra santa di Napoli, Santa Patrizia di Costantinopoli, le cui spoglie si trovano a San Gregorio Armeno. La tradizione vuole che un cavaliere abbia passato la notte in preghiera per chiedere una grazia a Santa Patrizia e, al fine di poter venerare una sua reliquia, tolse un dente dal corpo di Patrizia di Costantinopoli da cui iniziò a sgorgare un fiume di sangue che fu raccolto in due piccole ampolle. E periodicamente, sempre a Napoli, anche quel sangue si liquefà, nello stupore del bigottismo odierno che tutto vorrebbe spiegare.

 

Una Napoli quindi che è fortemente legata ai suoi santi protettori. Il 22 maggio mi trovavo a Cascia in occasione della ricorrenza di Santa Rita e fui stupito dalla quantità di napoletani che vidi quel giorno; salvo poi scoprire che Santa Rita è copatrona di Napoli.

 

Questa fede non si concretizza soltanto nei suoi santi, ma anche nei suoi intellettuali, nei suoi scrittori, nei suoi politici. Un caso è quello di Ferdinando Russo, poeta dialettale che per venti anni aveva scritto su “Il Mattino” e che d’improvviso fu licenziato per il suo essere reazionario, borbonico, sanfedista. Medaglie al valore diremo noi. Aveva pagato il prezzo di stare dalla parte dei vinti e adesso veniva collocato nel ghetto degli intellettuali napoletani.

Molte sono le personalità legate alla Tradizione di Napoli di Pucci ricorda le gesta e, come giustamente egli stesso precisa: “la Tradizione non può che essere cattolica.

Mi ha particolarmente colpito la testimonianza di “Fede e Libertà”, realtà che non conoscevo; un movimento cattolico nato negli anni ’80 da un gruppo di giovani che non solo faceva politica a parole, ma faceva attivismo politico in nome della Tradizione Cattolica: Rosario ogni sera in sede, ogni primo venerdì del mese Adorazione Eucaristica, battaglie in difesa della famiglia, contro l’aborto e la droga.

Perché la fede è proprio questo: o è un avvento che investe ogni ambito della nostra vita, politica compresa, o è solo un’attività da svolgere in chiesa un’oretta tutte le domeniche.

 

 

Siccome questo libro non è solo un viaggio nei ricordi napoletani dell’autore, ma anche un omaggio alla capitale del Regno delle Due Sicilie; e siccome è peccato mortale parlar male del Risorgimento e di Garibaldi, biondo eroe con l’orecchio mozzato, non si sa se dovuto al morso di una donna che violentò o se fu una punizione inflittagli in America Latina, poiché questa era la sorte dei ladri di cavalli (sì perché Garibaldi nel 1835 si era rifugiato in Brasile dove all’epoca emigravano i piemontesi che in patria non avevano di che vivere).

Pensate a quanto quel Risorgimento ha stravolto l’Italia, fra un nord che era in forte miseria e un sud che, al contrario, era ricco e prospero. Inutile evidenziare quanto il Regno delle Due Sicilie fosse, in Italia, il regno più all’avanguardia nel progresso tecnologico.

Tutti voi conoscete la prima ferrovia in Italia che collegava Portici a Napoli. Tratto ferroviario che comprendeva anche il primato della prima galleria. Non solo: l’installazione del primo telegrafo tecnico; il primo osservatorio astronomico a Capodimonte; il primo osservatorio meteorologico e sismologico sul Vesuvio. Dopo Londra e Parigi, a Napoli fu installata la prima illuminazione elettrica su strada. La flotta borbonica, prima nel Mediterraneo e quarta nel mondo; la prima nave a vapore (italiana), la Ferdinando I, che faceva la tratta Napoli-Palermo in sole diciotto ore. In Sicilia il primo transatlantico, un piroscafo ad elica che attraversò l’Oceano per arrivare a New York.

Tutto questo depredato e cancellato da molti libri di storia.

 

Utilizzo le parole di un caro amico, il professor Regazzoni che definisce Garibaldi “un povero imbecille di fronte ad un Cavour, genio sì, ma genio del male.” E siccome questa potrebbe risultare un’opinione isolata, è indispensabile ricordare un rapporto scritto proprio dagli insegnanti di Garibaldi che dice testualmente: “un ragazzo di scarsissima intelligenza, forse un minorato mentale… quello che volgarmente si chiamerebbe un cretino. Ignorante come una talpa, nella nostra biblioteca non ha mai chiesto un libro da leggere.

C’è pure una lettera indirizzata a Cavour, dove Vittorio Emanuele descrive così il presunto eroe dei due mondi: “Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi. Questo personaggio non è affatto docile né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che si è circondato di canaglie, ne ha seguito i cattivi consigli e ha piombato questo paese in una situazione spaventosa.

 

E siccome questo individuo per noi non rientra nella categoria di patriota, alla nostra storia serve un “antagonista”, un eroe che stia dall’altra parte della barricata (per inciso: quella dove ci poniamo anche noi). E allora non basta Gaeta, non basta Civitella, non basta Francesco II, non basta la regina Maria Sofia che combatté eroicamente sugli spalti della fortezza di Gaeta insieme agli altri soldati; ecco giunge in nostro soccorso l’eroe romantico di questa pagina di storia: José Borjes che al grido di “Per Dio, la Patria e il Re” sposò la causa del Regno delle Due Sicilie.

Nel luogo in cui morì Borjes, e vi dirò fra poco come muore, fu fatta mettere una targa che recitava queste parole “soldati italiani che prodamente debellavano l’ardita banda mercenaria che, capeggiata da José Borjes, mirava a restaurare il nefasto regime borbonico.

Non spendo ulteriori parole per controbattere il finale perché sarebbe pleonastico; Borjes non arrivò in Italia con mille uomini, né con le finanze della corona d’Inghilterra. Borjes aveva con sé 22 uomini e 20 fucili. E questa targa lo chiamava mercenario. Uso l’imperfetto perché fortunatamente gli abitanti di Tagliacozzo sono riusciti a far togliere quella targa, mettendone una in favore di quegli eroi dove, ancora oggi, sventola la bandiera borbonica. Tra i tanti appellativi che leggerete di Borjes, troverete anche “brigante”. Inutile dire quanto nell’immaginario collettivo e nel sistema scolastico italiano si sia costruita “ad hoc” l’immagine del brigante come un malvagio tagliagole. Noi sappiamo benissimo che questi briganti combattevano contro un invasore e combattevano per una causa. Nel suo ultimo scontro a fuoco, a Borjes fu fatta la promessa di aver salva la vita, la sua e quella dei suoi soldati, se si fosse arreso. Una volta arresisi i ribelli, furono fatti spogliare delle divise per indossare degli stracci sporchi. Eccola qui creata ad arte l’immagine del brigante, non quello del soldato che conserva la divisa e l’onore di fronte all’imminente morte. Borjes morirà dopo essergli stata negata la confessione, invocando il nome di Dio e del re.

 

Prima ho citato Fra’ Pantaleo, il frate rivoluzionario che accompagnava Garibaldi e lo annunciava come l’inviato da Dio, manco fosse Giovanna d’Arco.

Quindi non posso fare a meno di ricordare un altro ecclesiastico (lui sì) padre Leonardo Zilli, cappellano militare, francescano che con grande devozione ogni giorno celebrava alle ultime truppe di Civitella la Santa Messa. Quando cadde Civitella del Tronto, Fra Leonardo Zilli fu fucilato alla schiena e gli fu negata l’Eucarestia.

 

Ecco che non posso fare a meno di pensare al Risorgimento come ad un mistero dell’Iniquità; la grande Parodia che fa il deserto e lo chiama pace; che stabilisce l’arbitrio dei poteri forti e lo chiama libertà; che fonda il potere del profitto e lo chiama giustizia; che avvelena e distrugge il mondo e lo chiama progresso; che semina angoscia e disperazione e le chiama felicità.

 

L’ultima volta che siamo stati a Civitella è stato a novembre. Approfittando di una pausa dal nostro annuale convegno, vado a fare una passeggiata. Ormai sono pochi gli abitanti, un po’ perché è la triste realtà di tutti i borghi d’Italia, un po’ perché è zona sismica. Ad ogni buon conto, faccio la conoscenza di due anziane signore di Civitella. Visti i pochi abitanti, avranno già capito che sono uno straniero in quella terra. Ci scambio qualche parola sul motivo del mio soggiorno scatenando il loro entusiasmo e il loro giubilo. Prima di congedarci, dopo una battuta scherzosa sul tricolore, una delle signore mi disse: “Qua di tricolori non ne vedrai, eccetto il comune che deve salvare le apparenze; qua la bandiera ce l’hanno imposta, ma per noi c’è solo una bandiera.

Questo sentimento che vi ho raccontato non è solo di Civitella, è di molti altri paesi, di molte altre persone che rinnegano quell’unità, che fu forzata e forzosa.

A questo punto mi viene doveroso fare una considerazione personale. Se mi chiedete se sono contrario all’Unione (non Unità, che tra l'altro ricorda testate giornalistiche a me poco gradite) d’Italia nel senso di “italianità”, vi risponderò di no, non sono contrario. Ma è doveroso raccontare quello che fu commesso, a Civitella, come in tutto il sud Italia. E visto che ormai da quella unità sono passati più di 160 anni, mi sembra lecito esigere l’onestà intellettuale di raccontare i fatti.

Essere nostalgici non serve a niente. Essere nostalgici significa vivere col rimpianto di tempi che sono passati e che necessariamente non torneranno. Ho trentadue anni, quindi sono ben lontano da quei tempi che furono. A noi compete essere realistici nei tempi in cui siamo costretti a vivere; fasti o nefasti che siano. Ciò non toglie che possiamo guardare al nostro passato: conoscere, comprendere, finanche abbracciare quei valori per cui combatterono i nostri nonni e i nostri bisnonni. Questo sì, lo reputo virtuoso.

 

Concludo con le parole di Francois-René De Chateaubriand che illuminano la giusta via per capire il senso e lo spirito di questo libro che Pucci ha voluto scrivere:

Il mondo era stato sedotto dicendo che il cristianesimo era nato in seno alla barbarie, assurdo nei dogmi, ridicolo nelle cerimonie, nemico delle arti e delle lettere, della ragione e della bellezza; un culto che non aveva fatto che versare sangue, incatenare gli uomini, ritardare la felicità e i lumi del genere umano. Bisognava dunque cercare di provare il contrario, cioè che, di tutte le religioni mai esistite, quella cristiana è la più poetica, la più umana, la più favorevole alla libertà, alle arti e alle lettere; che il mondo moderno le deve tutto, dall’agricoltura fino alle scienze, dai ricoveri per i bisognosi fino ai templi progettati da Michelangelo e decorati da Raffaello. Era necessario dimostrare che nulla è più divino della sua morale, nulla è più amabile, più grandioso dei suoi dogmi, della sua dottrina e del suo culto. Si doveva dire che essa favorisce il genio, affina il gusto, sviluppa le passioni virtuose, dona vigore al pensiero, offre forme nobili allo scrittore, e stampi perfetti all’artista.

Vittorio Acerbi




giovedì 10 febbraio 2022

LA COMPARSATA (di Ascanio Ruschi)

In questi ultimi giorni ha suscitato un certo scalpore la “carrambata” televisiva di Papa Francesco, ospite del noto conduttore televisivo Fabio Fazio, epigono della migliore classe radical-chic italiana. Più che sui contenuti dell’intervista, il dibattito si è incentrato sul fatto che il papa sia stato ospitato ad un programma televisivo. Il papa, come qualcuno ha ironicamente (e acutamente) osservato, si è recato in udienza dal Fabio nazionale. D’altronde dopo Saviano e il Mago Forest, il papa non poteva mica essere da meno? E poi, vuoi mettere il gusto di partecipare ad una trasmissione che si chiama “Che tempo che fa”? Mai titolo fu più banale e ordinario…

E allora via all’intervista, annunziata a gran cassa come massimo esempio di umiltà e mitezza franceschiana. Un papa che si lascia intervistare da Fazio, dev’essere buono per forza, perché da Fazio si parla di buoni sentimenti, di ecologia, di rispetto, di immigrazione ed emarginazione. E papa Francesco allora ci sta come il cacio sui maccheroni (tanto per rimanere terra terra). E poi quale apertura mentale questo Santo Padre, che va ecumenicamente a parlare proprio da Fazio, dove la “valletta” Litizzetto non esita ad incalzare (e denigrare) la chiesa, ora sull’accoglienza degli immigrati, ora sulla questione dell’omosessualità. Non c’è che da rimanere stupiti (o sconcertati?).

Dunque, che avrà mai detto il Santo Padre in questa benedetta (si far per dire…) intervista? Il bello è che in realtà pare che nessuno l’abbia ascoltata. O quantomeno che nessuno abbia trovato il tempo per riportarne i contenuti. E per nessuno intendo i grandi media (Avvenire non conta… ho detto grandi media) che invece avevano fatto da cassa da risonanza dell’evento. Su internet si trova qualche articolo di critica, qualche sbavante incensazione, e poco altro. Qualcuno tenta di mettere in luce quanto detto dal regnante pontefice, in linea con quanto la chiesa da sempre esprime. Tuttavia i più hanno, correttamente, rilevato la peculiarità di un papa che va in televisione per essere intervistato. I contenuti dell’intervista, al pari degli altri eventi televisivi, sembrano essere già dimenticati il giorno dopo. Ciò che rimane, è appunto, il fatto.

Per non essere da meno, faccio anch’io coming out: l’intervista non l’ho vista né ascoltata. Avevo di meglio da fare (10 ore di sonno sono impareggiabili). Mi sono limitato a leggere qualche nota critica ex post, e qualche commento sagace ex ante. Ma allora, mi si opporrà, come fai a parlarne, non avendola vista? L’eccezione potrebbe sembrare anche puntuale, se non che parte da un errore di fondo: a nessuno interessa(va) cosa veramente avesse da dire papa Francesco. Quello che interessava, e in tal senso è stato messo in risalto, era la sua partecipazione al programma faziesco. Il messaggio, a ben vedere, risiedeva nella presenza stessa del pontefice al programma. Di quello che aveva da dire papa Francesco, aldilà di qualche frase banale riportata dai media (… la guerra è brutta), a nessuno interessava.

Una intervista ammantata di mistero (sarà in diretta o registrata? Il papa sarà collegato da remoto o andrà in studio?), annunziata urbi ot orbe quasi a voler alzare il livello di interesse per l’evento, evidentemente basso. Ed infatti, molto di più se ne è parlato prima, che dopo. A dimostrazione che dei contenuti (indipendentemente dal valore degli stessi) poco o nulla importasse. Il papa intervistato da un conduttore televisivo (peraltro su una rete televisiva un tempo nota come “teleKabul”) come un quisque de populo, ecco la novità, l’Evento (con la E rigorosamente maiuscola) quasi rivoluzionario. Il contenitore diventa contenuto. Il messaggio è dove vado, con chi parlo, non cosa dico.

Dunque, in tale prospettiva, anch’io sono assolutamente legittimato a parlarne, perché è sul piano comunicativo (e non religioso) che dev’essere inquadrato l’evento (con le e rigorosamente minuscola).

E il messaggio è semplice e chiaro: la figura del papa degradata a mero ospite televisivo, uno dei tanti. Siamo passati dal papa re al papa comparsa.

Il disegno è chiaro. La desacralizzazione della figura del papa e di conseguenza della Chiesa. Il che è certamente coerente con chi, da sempre, tesse le proprie trame per distruggere la Chiesa. E’ meno lecito, a ben vedere, se a farlo è il papa. La banalizzazione della figura del pontefice parrebbe costituire il leit motiv del pontificato di Bergoglio e dei suoi lacchè. A partire da quel “Buona sera”, proclamato solennemente dalla finestra nel marzo del 2013, alle telefonate a sorpresa a casa dei fedeli (forse concluse con un “Buon pranzo”?), le comparsate mediatiche del papa argentino hanno avuto un unico risultato (involontario?): sminuire la figura del papa, de-romanizzarlo, eliminarne ogni residuo di sacralità e trascendenza. Il papa è mostrato come uno di noi, uno del popolo, non più come re.

Ed ecco, coerentemente, il papa che invece di risiedere negli appartamenti vaticani, se ne va a dormire nella più umile domus Santa Marta. Eccolo a tavola con gli amici che ride e mangia spensierato: due bordolesi aperte e bottiglie d’acqua di plastica (ma la sua amica Greta che dirà?). Ecco il papa che da solo si porta la sua valigetta di pelle nera, come un qualsiasi agente di commercio (con tutto il rispetto per gli agenti di commercio). Ecco il papa che se ne va a comprare un disco di musica nel negozietto di quartiere, rigorosamente in cinquecento. Eccolo al negozio di ortopedia per comprarsi un bel paio di scarpe ortopediche (rigorosamente nere, che forse sono più eleganti…). Parrebbe quasi di aspettarselo la mattina a prendere il caffè al bar sotto casa: “A Francè allora, che lo voi semplice o macchiato?”, oppure dal salumiere (“Santo Padre sono due etti e trenta, che faccio lascio?”).

Tutto conduce alla farsa, alla riduzione a macchietta. Il papa sminuito a opinionista, la sua persona equiparata a quella di un cantante del momento. Oggi il papa, domani magari il dalai lama. Che differenza c’è? Trovo, a caso, su internet un titolo significativo: “A un Che tempo che fa 2021/22: anticipazioni puntata 6 febbraio 2022, ci sono Papa Francesco e Mahmood e Blanco”. Capito l’antifona? E allora che c’è di meglio per sentirsi alla pari, che ne so, di un Gigi Marzullo de noartri, di partecipare a Che tempo che fa? L’anno prossimo si spera San Remo…

Una quotidianità ostentata (e accuratamente documentata e propagandata), da cui ne esce una figura banalizzata, che sembra rifuggire da ogni sacralizzazione che lo status imporrebbe. Niente inchini e baci alle mani, via la pompa, cerimoniali ridotti all’osso. Il papa mostrato nella sua quotidianità per sminuirne la funzione sacrale e per accentuarne la quotidianità. Il papa inter pares con il pizzicagnolo e il rapper. Un papa che piace alla gente che piace.

Che poi, in tutta onestà, a qualcuno questa “carrambata” sembrerà normale, qualcun altro dirà, con fare snobista, che non c’è nulla da stupirsi. Qualcuno si sfregherà le mani… Ma a noi si stringe il cuore, e la rabbia è pari solo all’umiliazione che proviamo.

Un caro amico, anch’egli indignato, mi ha scritto un messaggio: “Il Papa va ospite da Fazio a dire che il male della Chiesa è lo spirito mondano… un vero paradosso!”.

Un banalissimo paradosso. Come questo pontificato.

 

Ascanio Ruschi

domenica 21 novembre 2021

HOTEL CONVENZIONATI al XXXIV CONVEGNO DELLA TRADIZIONE CATTOLICA (3-4-5 dicembre 2021)

 HOTEL CONVENZIONATI

 

Tutti i pasti si terranno presso l’Hotel Fortezza al costo, a persona, di Euro 25,00 a pasto.

 

Hotel Fortezza

(Civitella del Tronto – Corso Mazzini 26)

Tel. 0861/91321 – email: hotelfortezza@virgilio.it

Pernottamento con prima colazione inclusa:

Camera singola € 40,00 a notte

Camera doppia/matrimoniale € 50,00 a notte

Camera tripla € 60,00 a notte

Camera quadrupla € 70,00 a notte

 

Hotel Zunica 1880

(Civitella del Tronto – Piazza Filippi Pepe 14)

Tel. 0861/91319 – email: info@hotelzunica.it

Solo pernottamento con prima colazione inclusa

Singola/ Doppia Euro 99,00 a notte.

 

Hotel Miami

(Viale Vibrata, 2, Villa Lempa)

Tel. 0861 919183 – Email: info@hotelmiami.it

Solo pernottamento con prima colazione inclusa

Singola Euro 50,00 a notte

Doppia Euro 70,00 a notte

Tripla Euro 90,00 a notte

 

Hotel Ermocolle

(Civitella del Tronto -Via Provinciale – Frazione Ponzano)

Tel. 0861 91120 e 3296334662 – Email: info@hotelermocolle.it

Solo pernottamento

Per i prezzi si prega di contattare direttamente la struttura.

 

Per informazioni:

Pucci Cipriani 3339348056 – pucciovannetti@gmail.com

Ascanio Ruschi 349 4657869 – avv.ruschi@libero.it

 

NOTE IMPORTANTI

I giovani studenti che non abbiano superato il 27° anno di età, potranno usufruire di un trattamento di favore: per i tre giorni – pernottamento e consumazione pasti presso l’Hotel “Fortezza”, tutto compreso (cena e pernottamento del venerdì – prima colazione, pranzo, cena e pernottamento del sabato, prima colazione e pranzo della domenica + biglietto per la visita al Museo della Rocca) a soli 75,00 Euro. In tal caso la prenotazione non va fatta in albergo ma direttamente a avv.ruschi@libero.it tel. 3494657869 o a pucciovannetti@gmail.com tel. 3339348056

 Tutti coloro che non rientrino nella categoria dovranno prenotarsi direttamente agli alberghi – grati se vorranno comunicare anche a noi la loro presenza – tenendo presente che i lavori del Convegno si svolgeranno all’Hotel Fortezza e presso la Sala Consiliare del Comune di Civitella.

I libri possono essere messi in vendita dall’Editore Solfanelli e dalla Fraternità San Pio X. Per vendita oggettistica o altro va richiesto il permesso.


Per accedere al Convegno occorre il tampone e maschera

secondo le vigenti leggi anti Covid.

sabato 20 novembre 2021

XXXIV CONVEGNO DELLA TRADIZIONE CATTOLICA (3-4-5 dicembre 2021)

 PROGRAMMA

 

Venerdì 3 dicembre 2021 (Hotel Fortezza)

Ore 18,30 - S. Messa in rito romano antico “Ad memoriam” di Alessandro N. Giunti, Conte Giovanni Vannicelli Casoni, Marchese Francesco Dal Pozzo d’Annone

Ore 21,40 - Via Crucis con le fiaccole per le vie della “Fedelissima” Civitella del Tronto

Ore 23:00 - Solenne benedizione con la croce nella piazza di Civitella.

 

Sabato 4 dicembre 2021 (Hotel Fortezza e Sala Consiliare del Comune di Civitella)

Ore 9:00 - S. Messa in rito romano antico “Ad memoriam” di tutti i defunti dei partecipanti al Convegno.

Ore 10:00 - Inizio lavori con il canto del “Salve Regina”

Ore 13:00 - Fine lavori.

Ore 15,30 - Inizio dei lavori

Ore 20:00 - Termine dei lavori con il canto del “Credo”

 

Domenica 5 dicembre 2021 (Hotel Fortezza – Rocca della “Fedelissima”)

Ore 10:00 - S. Messa solenne in rito romano antico “Ad memoriam” dei Martiri della Tradizione.

Ore 11:30 - Partenza della processione verso la Rocca con recita del S. Rosario. Nella Piazzaforte della Fortezza Alzabandiera con il canto del “Christus vincit” ricordo dei Caduti della Tradizione (Ascanio Ruschi). Saluto alla voce (Pucci Cipriani) presso la Chiesa di S. Jacopo alla Rocca benedizione con recita del “De Profundis” del Sacello contenente le spoglie dei soldati caduti in difesa di Civitella.

Ore 12:30 - Visita alla Rocca e al museo di Civitella del Tronto

Ore 13:30 - Riunione conviviale e Arrivederci al marzo 2022.

L’Assistenza spirituale per le tre giornate (celebrazione S. Messa, confessioni, guida della Via Crucis e della Processione) è affidata al M.R. don Gabriele D’Avino della FSSPX


Per accedere al Convegno occorre il tampone e maschera

secondo le vigenti leggi anti Covid.

venerdì 19 novembre 2021

XXXIV CONVEGNO DELLA TRADIZIONE CATTOLICA DELLA “FEDELISSIMA” CIVITELLA DEL TRONTO

 Nel 450° Anniversario della Vittoria di Lepanto e nel 160° Anniversario dell’Invasione rivoluzionaria e massonica degli Stati preunitari.

 


Ricorderemo dunque, alla luce della Rivelazione Divina, due avvenimenti assai importanti come la vittoria della flotta della “Cristianità” sull’Islam, il 7 ottobre 1571, nelle acque di Lepanto, fu infatti il grande pontefice san Pio V a volere e ad animare questa “Crociata” guidata dal prode don Giovanni d’Austria. Il “Papa di Lepanto” era convinto che la vincitrice di quella epocale battaglia fosse la Beatissima Vergine Maria e ordinò che nelle litanie lauretane si aggiungesse l’invocazione: “Auxilium Christianorum, ora pro nobis”.

Il Senato Veneto fece scolpire nella Sala delle Riunioni: “Non virtus, non arma, non duces, sed Maria Rosarii, victores nos fecit.” (“Non il valore, non le armi, non i condottieri, ma la Madonna del Rosario ci ha fatto vincitori”)

Ricorderemo anche gli Stati preunitari, con particolare riferimento alla “Conquista del Sud” e al valore dei due Sovrani Francesco II (nei cui confronti la Chiesa ha aperto il processo di beatificazione) e Maria Sofia di Wittelsbach.

Hanno, finora, dato la loro adesione come conferenzieri:

M.R don Gabriele D’Avino FSSPX – Vittorio Acerbi, musicologo – Pucci Cipriani, giornalista, Direttore di “Controrivoluzione” – Massimo de Leonardis, Ordinario di Storia Università Cattolica – Roberto de Mattei, Docente Universitario, Presidente della Fondazione Lepanto – Alessandro Elia scrittore e saggista – Patrizia Fermani, Docente emerito di Filosofia del Diritto, Università di Padova – Lorenzo Gasperini, Docente di Storia e Filosofia nei Licei, saggista – Massimo Granata, giornalista – Carlo Regazzoni, teologo, scrittore – Ascanio Ruschi, giurista, Condirettore di “Soldati del Re” – Marco Solfanelli, Editore.

 

 

PROGRAMMA, Hotel e Informazioni importanti

 

ETIAMSI OMNES EGO NON!

 

PROGRAMMA

Venerdì 3 dicembre 2021 (Hotel Fortezza)

Sabato 4 dicembre 2021 (Hotel Fortezza e Sala Consiliare del Comune di Civitella)

Domenica 5 dicembre 2021 (Hotel Fortezza – Rocca della “Fedelissima”)

 

ACCOGLIENZA

Hotel Fortezza

Hotel Zunica 1880

Hotel Miami

Hotel Ermocolle



Per accedere al Convegno occorre il tampone e maschera

secondo le vigenti leggi anti Covid.


giovedì 18 novembre 2021

LA MESSA CLANDESTINA (di Pucci Cipriani)


 Reverendo, spero che questa mia raggiunga il remoto esilio montano (qui nella sua vecchia chiesa si è insediato il nuovo pretino). Balaustra, angeli, candelieri, ex voto, statue di Santi, Madonnine, quadri e quadretti, Tabernacolo e tutti gli altri arredi sacri sono stati venduti (…) Anche il suo famoso Cristo è stato venduto perché troppo ingombrante, incombente, spettacolare e profano. Però metta il cuore in pace; tutta la sua roba non è andata lontano. L’ha comprata il vecchio notaio Piletti che l’ha portata e sistemata nella cappella privata nella sua villa di Brusadone. Don Camillo Lei troverà tutte le Sue care cianfrusaglie perfettamente sistemate nella chiesetta del notaio e potrà celebrare una Messa Clandestina per pochi suoi amici privati. Una Messa in latino, si capisce, con tanti oremus e kireleison.
Una Messa all’antica, per consolare tutti i nostri Morti che, pur non conoscendo il latino, si sentivano, durante la Messa, vicini a Dio, e non si vergognavano se, udendo levarsi gli antichissimi canti , i loro occhi si riempivano di lacrime. Forse perché, allora, il Sentimento e la Poesia non erano peccato e nessuno pensava che il dolce, eternamente giovane volto della Sposa di Cristo potesse mai mostrare macchie o rughe (…) don Camillo tenga duro: quando i generali tradiscono, abbiamo più che mai bisogno della fedeltà dei soldati. La saluta affettuosamente il suo parrocchiano Guareschi.
(Giovannino Guareschi da “l’Italia in graticola” del 1973)

* * *

Già Camerino, la bella : «… di qualche secolo anteriore alla fondazione di Roma ripetendola da quelli Umbri, che vinti i Pelasgi antichissimi popoli d’Italia, e costretti ad abbandonare l’abbattuta loro città di Camars (…) vennero a cercare fra gli appennini un più sicuro asilo, e quivi fabbricarono questa città, cui in memoria della abbandonata lor patria il nome diedero di Cameria o Camerta, onde camerti si disser poi i suoi abitanti…» come leggo nella ristampa anastatica del 2001 della “Storia della Città di Camerino narrata dal Marchese Patrizio Salvini con note e aggiunte del Can. Prof. Milziade Santoni - stampata nel 1895 nella Tipografia Savini di Camerino” un libro che mi fu donato proprio il 28 maggio 2002 da “Stefano e Manlio” con la dedica: “A Pucci, novello camerte “estote cives e pugnate camertes”. 
Una città affascinante quella di Camerino, a me particolarmente cara anche per riferimenti letterari poco noti ai più: è di Camerino Ugo Betti, un ottimo e moderno drammaturgo, gentile poeta e anche autore di una larga e affascinante produzione novellistica…novelle raccolte in un unico, introvabile, volume: “Novelle edite e rare” (Ed. Metauro 2001), anche questo regalatomi da Stefano e Manlio: “A Pucci, nella speranza che Ugo Betti possa comparire nella sua prossima Storia della letteratura italiana contemporanea. Ad maiora” (son passati vent’anni e le bozze di questa mia “inedita” Storia della letteratura sono ancora “in cantiere”, anche se la speranza di pubblicarla rimane. “Spes ultima dea”). 
Ma l’opera letteraria più bella che parla proprio della città di Camerino, ovvero, “Il mago deluso”, con i suoi “sulfurei” protagonisti – mi diceva la mamma di Stefano che gli “anziani” del luogo si ricordavano ancora di quei personaggi – è di uno scrittore che, penso, non sia sconosciuto ai miei lettori : Carlo Alianello, il non dimenticato, e molto amato, autore de “L’Alfiere”, “L’Eredità della priora”, “Soldati del Re”, “L’Inghippo”, “La Conquista del Sud”… libri che hanno reso omaggio al glorioso Regno Duosiciliano, agli ultimi sovrani Francesco II (Dio guardi!) e Maria Sofia che combatterono, insieme agli eroici soldati “napolitani”, sugli spalti di Gaeta, sotto i cannoneggiamenti dell’invasore tricolorato. 
Ecco come Alianello che fu, in realtà, a Camerino come Docente di quell’Università (riconoscibile nel protagonista: Massimo) descrive, con mano maestra, la bella città, tanto che mi par di percorrerla ancora in lungo e in largo:
“Le strade della cittadina vanno su e giù, anguste la più parte, che d’improvviso sboccano in piazzucce sghembe e ripiene di echi, con una chiesa barocca che gli da’ decoro, oppure t’ imbattevi in un muricciolo di sfondo, ché la strada terminava sui bastioni e di lì c’è un balzo , la campagna nevosa e il cielo (…) le montagne in cerchio che parevano a un trar di sasso, sì tersa per l’aria traspariva la limpidezza del gelo, invece eran così lontane…” 
La prima volta fui a Camerino fu nel 1986, per un convegno sulle Insorgenze antigiacobine su invito di un intelligente personaggio che pensava anche alla cultura, (“rara avis” in certi ambienti di Destra, dell’allora e, peggio, anche d’ora) il Presidente del FUAN (Fronte Universitario Azione Nazionale) Fabrizio Di Stefano, insieme agli amici fiorentini Domenico Del Nero, Franco Samorè e al Giudice dottor Giuliano Mignini di Perugia…poi la “Tavola rotonda” all’Università, nell’ormai famosa – per i miei ricordi – “Aula Franchi” alla presenza di un folto e attento pubblico. 
Mi entusiasmò la visione della città e anche l’accoglienza signorile e fraterna di Fabrizio Di Stefano, un ospite di eccezione,a casa del quale, poi, rimasi per alcuni giorni, fino alla Festa della Corsa della Spada (“Palio della Spada”), che si corre a maggio, la domenica successiva alla festa del Patrono San Venanzio, ed alla quale assistemmo, dal balcone di una assai graziosa fanciulla, in compagnia del suo gatto siamese che sembrava la controfigura del mio Balù.
Furono giorni assai belli, ma tutto svanisce…e anche Camerino rimaneva solo un ricordo, un piacevole ricordo, pieno di nostalgia… 
Fabrizio Di Stefano, intanto si era laureato, aveva abbandonato la sua vita universitaria “dannunziana”, aveva fatto carriera politica, diventando parlamentare della Destra…ma anche lui non dimenticò quei giorni; da allora – e son passati 25 anni – la nostra amicizia si è vieppiù rafforzata e l'”Onorevole” è sempre stato (ed è tuttavia) presente all’annuale Incontro della Tradizione cattolica della “Fedelissima” Civitella del Tronto …. 
Dopo qualche anno, era il 2000, una telefonata da Camerino… era Manlio, un giovane simpaticissimo, un “latin lover” montecatinese, studente di giurisprudenza, Presidente del FUAN – nel Senato Accademico dell’Università camerte il Fronte Universitario di Azione Nazionale (ovvero gli universitari di Destra), era il primo raggruppamento – che mi invitava a presentare – insieme ad altri, tra cui l’On. Fabrizio Di Stefano, Luciano Garibaldi, Pierangelo Maurizio e Leonardo Marino, autore del libro “Così uccidemmo il Commissario Calabresi” Ed Ares, convertitosi santamente al cattolicesimo, dopo che fu nel “commando” che uccise il povero Commissario, oggi Servo di Dio – il volume a cura di Nardiello e De Simone: “Appunti per un libro nero sul Comunismo italiano”, edito dalle Edizioni “Controcorrente” di Napoli, ed al quale anche Garibaldi ed io avevamo collaborato con due capitoli su “Gli Anni di Piombo”… 
Entrammo in Università presidiata dal Battaglione mobile dei Carabinieri di Macerata, con la città “in stato d’assedio”.. 
E conobbi anche Stefano, blasonato studente camerte di lettere antiche presso l’Università di Macerata, inseparabile sodale di Manlio, (nel linguaggio dannunziano si sarebbero detti due “frati”), ambedue di Destra, ambedue brillanti studenti e allegri goliardi, ambedue generosi “combattenti” ma, soprattutto, ambedue cattolici fedeli alla Tradizione nonostante la giovanissima età… si completavano a vicenda: parevano i Dioscuri, Castore e Polluce, ma in realtà Stefano, “tomista”, aveva come suoi modelli San Domenico e San Piero Martire, Manlio “combattente”, aveva per modello Teodoro di Amasea, insomma un duo, che formava un ferreo sodalizio, contro cui non avrei augurato a nessuno di mettersi contro sul “piano delle idee”. 
Inoltre Stefano era Governatore della Locale Compagnia del Gesù “Velato” che il Venerdì Santo veniva portato in processione; già allora ottimo “latinista” e “grecista”, aveva rapporti abbastanza buoni, anche se talvolta conflittuali, con il clero locale e con il Vescovo S.E. Mons. Fagiani (1997-2007)…
Con Stefano e Manlio trascorremmo giorni indimenticabili a Camerino (altre conferenze seguirono) e non solo a Camerino, ma anche a Firenze, a Montecatini e a Pistoia, a Rimini… fummo insieme a Civitella del Tronto al Convegno della “Tradizione” e poi a Gaeta e… a Napoli a sventolare le bandiere borboniche e a “cacciare il Savoia redivivo”…
C’era qualcosa che ci univa in modo particolare: l’amore e la difesa della S. Messa tradizionale , la Messa nel rito romano antico, la Messa di sempre e di tutti, l’amore per il Regno dei Borbone e per gli autori anticonformisti (il Principe di Canosa, Monaldo Leopardi, De Bonald, De Maistre, Solaro della Margarita, Taparelli d’Azeglio…) e, specialmente, uno che “non cantava nel coro” ed era inviso sia al liberalismo, sia alla destra giacobina, sia alla sinistra : Giovannino Guareschi… profondamente cattolico e anticomunista di cui era noto il suo attaccamento alla Monarchia e alla Tradizione. “Un uomo fuori dal tempo e imprigionato nel XX Secolo” lo definì benevolmente qualcuno, un combattente che riuscì, durante la sua vita a mettersi contro l’arroganza del potere (e il Potere è cattivo e vendicativo): fu incarcerato dai fascisti (ma liberato, immediatamente, da Mussolini) ai tempi del giornale satirico “Il Bertoldo” e poi, durante il regime repubblicano, fu “perseguitato” dai comunisti e dai democristiani che, con la loro ideologia, come riconobbe onestamente l’Onorevole Ciriaco De Mita, trasformò milioni di buoni cattolici in “democratici”, ovvero in poveri fuchi rotti al compromesso e pronti a rinnegare ogni principio. Scrive Marcello Veneziani: “Per comporre la biografia di Guareschi bisogna riconoscere i suoi tre paradossi: dopo due anni nei campi di concentramento nazisti, passò per un fascista; dopo aver vinto la battaglia del ’48, appoggiando la DC di De Gasperi, finì in galera con la querela del medesimo De Gasperi; dopo aver umanizzato i comunisti, fondò il settimanale più efficace della lotta al Comunismo (ovvero il “Candido”, n.p.c.) e là scrisse il primo libro nero del Comunismo”.
Certo… erano altri tempi: quado ancora ci si toglieva il cappello per salutare, si rispettava il “sacro”, si dava del “lei” e non del “tu” e i “comunisti” erano sovversivi fuori, ma conservatori, al pari degli altri, in famiglia…esisteva ancora la famiglia.
Ecco, come si faceva a non rimanere affascinati da questo personaggio…credo di essere stato io ad iniettare nel sangue dei due cari amici il “virus guareschiano”… uno scrittore non vecchio ma “antico” un classico che andava fatto conoscere ai giovani e allora decidemmo di presentare Guareschi e la sua opera, a cominciare dai i due suoi personaggi immortali don Camillo e Peppone. Fu fissato il giorno (22 maggio 2002) e stilato il programma: il titolo del Convegno sarebbe stato “Il geniale Guareschi” e si sarebbe dovuto tenere presso l’Aula “Franchi” dell’Università di Camerino, presieduto da Manlio, Presidente del FUAN, con la partecipazione dei due figli dello scrittore scomparso: Carlotta (“la Pasionaria”) e Alberto (“Albertino”) Guareschi con i giornalisti Pucci Cipriani, Paolo Gulisano e Guido Biscontini, Docente di Diritto civile presso quell’Università.
Arrivai nel primo pomeriggio e, con Manlio, aspettammo a lungo Stefano – in genere puntualissimo – che arrivò con almeno due ore di ritardo (“Poi ti spiegherò” mi disse) per consegnarmi la “sorpresa promessa”, come mi aveva anticipato Manlio; i due mi accompagnarono appena fuori Camerino, in aperta campagna, presso la cappellina annessa alla villa della “Contessa”, la nonna paterna dello studente camerte.
Era davvero una giornata bellissima per cui, leopardianamente, potevo ben scrivere: “Primavera d’intorno / Brilla nell’aria e per li campi esulta, / Sì ch’ha mirarla intenerisce il core./ Odi greggi belar, muggire armenti; / Gli altri augelli contenti, a gara insieme / Per lo libero ciel fan mille giri, / Pur festeggiando il lor tempo migliore…”
E in quella primavera passammo dall’androne della villa, dove si respirava, carduccianamente, “l’aspro odor dei tini”, ovvero l’odore dell’uva e del mosto, addolcito dal profumo della “madia”, ovverosia dal profumo del grano, della farina e del pane…per passare, poi, nella sagrestia che sapeva “d’incenso e cera fina”, ovverosia di api, di miele e di fiori…già i fiori da cui era ornata la piccola chiesetta, quei fiori odorosi che un tempo si coltivavano nei nostri giardini: i bianchi gigli, le candide spagnolette, le “rose canine” dal profumo inebriante…e anche le modeste “giorgine”; mentre dal grande giardino giungeva l’acuto profumo dell’ultima fioritura dei lillà e della prima fioritura del glicine…fiori sull’altare e un gran cesto di rose ai piedi della statua della Madonna, la cara Mamma celeste… mi sembrava di esser tornato fanciullo quando, nel mese di maggio, per mano alla nonna, mi recavo nella cappellina delle “Monachine”, all’inizio dello sdrucciolo, dove, il canto dolcissimo di quelle “sante vergini”, al di là delle grate, accompagnava la celebrazione del mese di maggio…
Al nostro ingresso capisco allora quale sia la sorpresa: dato il ritardo, ci viene incontro, la signora Contessa, elegantissima, con la veletta (e vedendo quel tessuto così sottile mi par di rileggere la poesia della “Fatina” del camerte Ugo Betti ; “la veletta? La ruba a un ragno…”) e la giannetta con il manico d’argento: è insieme a Carlotta e Alberto Guareschi e, dall’emozione (quanti racconti ho letto e ho fatto leggere ai miei alunni con loro due, “la Pasionaria” e “Albertino” come protagonisti!) mi tremano già le gambe…e intorno, fanno corona ai tre, alcune anziane popolane che si rallegrano di poter finalmente assistere nuovamente al mese di maggio e a quella che loro chiamano: “la Messa…quella vera, del vecchio priore…”
Mi sembra un sogno un bel sogno di quelli mattinieri che si ha paura che svaniscano… e si cerca di “riacchiapparli”.
E vedo e stringo tante mani: da Giovanni Cimino, siciliano, che subentrerà, poi, a Manlio, nella presidenza del FUAN, ad Angelo Marras, sardo …due anni prima parlava di “Solstitio d’Inverno”, di agnelli da sgozzare, insomma di insani rituali pagani, ora è inginocchiato davanti al giovane sacerdote, in stola viola e cotta, che si confessa , e poi il napoletano Ciro Santella che mi racconta di un progetto del condominio del suo palazzo per una statua di Padre Pio da porre nell’androne, a Napoli, a Toledo…tre belle ragazze che aspettavano Manlio, non so se collaboratrici o altro, Alessandro Pertosa, anzi “Muccioli”, come lo chiamavano, in quanto ogni tanto parlava di “Comunità” e, ormai, lo chiamavo anch’io: si era laureato in farmacia a Camerino perché il padre era proprietario di farmacia nei paraggi, ma di fare il farmacista non ci pensava proprio e infatti si laureò anche in filosofia (la sua vera materia)…e iniziò a studiare specializzandosi nella bioetica, mi dedicò il suo primo libro – contro l’eutanasia “Scelgo di morire?” Edizioni Studio Domenicano –, con toccanti parole: “Un pensiero particolare va ai miei Maestri, Pucci Cipriani, vero testimone della cristianità e indomito difensore della tradizione cattolica, al quale sarò sempre grato, e Francesco Agnoli, che mi onora della sua amicizia e collaborazione. A loro dedico questo saggio”.
Ed era lì, il caro Muccioli, una persona che, della sua coerenza aveva fatto una bandiera, inginocchiato, raccolto, quasi misticamente in preghiera…l’anno dopo Alessandro sparirà, mai più ha avuto contatti con noi, mai più visto né sentito, nessuna notizia... e per me fu una immensa sconfitta… perché quando si rompe un legame così saldo la colpa è anche nostra. Quante volte mi sono domandato e mi domando cosa sia successo e ogni volta mi viene l’amaro in bocca. Sono sconfitte di cui dovremo render conto a Dio!
E poi tante altre persone: docenti e discenti dell’Università camerte,
Ma il tempo dei convenevoli sembra finito; il giovane sacerdote, don Carlo Moncalero della FSSPX, dopo aver dato l’assoluzione all’ultimo penitente ci saluta, appena con un gesto, e si avvia, a passo svelto, verso la sagrestia.
Mentre prendiamo posto un personaggio che sembra venire dall’al di là, pallido senza età (potrebbe avere vent’anni come cento) si avvia lentamente verso un vecchio harmonium ed un suono, dolce e solenne a un tempo, accompagna, prima la voce del sacerdote e dei due chierichetti, inginocchiati ai “piè del Santo Altar” , poi, tutti i fedeli cantano a “una voce” , un inno a Maria, nel suo mese di maggio, mentre si sente venir da fuori il suono argentino delle “campanine” che annunciano l’inizio dei sacri riti:

Mira il tuo popolo, o bella Signora,
che pien di giubilo oggi t’onora.
Anch’io festevole corro ai tuoi pié.
O Santa Vergine prega per me (due volte questo verso)
In questa misera valle infelice
tutti t’invocano soccorritrice.
Questo bel titolo conviene a te:
o Santa Vergine prega per me.
Il pietosissimo tuo dolce cuore,
esso è rifugio al peccatore.
Tesori e grazie racchiude in sé.
O Santa Vergine prega per me.

Finito il canto – e noto che i più, me compreso, hanno i lucciconi agli occhi – il sacerdote inizia la recita del S. Rosario di questa pia e santa pratica anche se, oggi, scrive Tito Casini:
“L’usanza è morta o langue, oggi, in molte famiglie: la corona su cui passarono e ripassarono le dita, che si trapassarono in eredità, da cui morendo implorarono soccorso per le loro anime dal purgatorio, generazioni e generazioni di antenati, – scrive ancora Casini – non pende più in molte case, dalla parete, sotto l’immagine della Vergine. (…) La corona non lega, non regge, non presidia più, oggi, la famiglia, e la famiglia è, oggi, quello che è.
E la Chiesa? La Chiesa, la grande famiglia dei credenti, è anch’essa, oggi, quello che è…”
(Cfr: Tito Casini, Il Rosario, Pucci Cipriani Editore, Firenze, maggio 1973)

E il sacerdote intona ora le litanie lauretane, cantate, e accompagnate da quell’armonio, un po’ rauco…ed ecco gli appellativi con cui la Chiesa invoca Maria: Virgo potens… Auxilium christianorum… tutto sembra ricordarci che, a Lepanto, la più celebre delle vittorie della Cristianità, che evitò che la mezzaluna dell’Islam sostituisse la Croce di Cristo, fu ottenuta grazie al S. Rosario come il Senato della Repubblica Veneta fece scrivere sotto a un affresco destinato a ricordare la gloria di quella battaglia:
“Non vires, non arma, non ducem sed Maria Rosarii fecit nos esse victores”.
Tra nuvole d’incenso canto stupendo del “Magnificat”, l’esposizione Eucaristica e la benedizione con l’Ostensorio e ancora una “strizza” al cuore quando il sacerdote intona la laude finale, la stessa che cantavo, cantavamo, alla scuola dei salesiani e in cui, noi poveri peccatori, ci mettevamo, umilmente, tra le braccia della Madonna, con il desiderio di andare un dì a vederla in cielo:
Andrò a vederla un dì in cielo patria mia, andrò a veder Maria, mia gioia e mio amor.
Al ciel! Al ciel! Al ciel! Andrò a vederla un dì. Al ciel! Al ciel! Al ciel! Andrò a vederla un dì.

E intanto il sacerdote lascia l’altare e, poco dopo, ritorna per la celebrazione della Santa Messa con una meravigliosa pianeta del Settecento, di proprietà della famiglia della Contessa… insieme ad alcune reliquie di Santi (tra cui la “Sacra pantofola” del Beato Pio IX)… reliquie che non sono state vendute ai robivecchi, dopo l’iconoclastia conciliare, dai preti progressisti insieme a reliquiari, vasi sacri, turiboli, navette, acquasantiere…
Prima dell’inizio della Messa, Manlio distribuisce il messalino dove è spiegato, perfettamente, in poche righe l’importanza del Santo Sacrificio:
“Nella Messa celebrata nel rito romano antico si fa quella stessa azione che si fece sul Calvario; se non che allora si sparse il sangue di Gesù Cristo realmente, sull’altare invece misticamente; ma nella stessa Messa ci si applicano in particolare i meriti della Passione di Gesù:
Per sentire, dunque, con gran frutto la Santa Messa, bisogna attendere ai fini per cui fu istituita, cioè: 1) Per onorare Dio 2) Per ringraziarlo 3) per soddisfare i nostri peccati 4) Per ottenere le grazie.”
Il sacerdote inizia la celebrazione, in latino, come deve essere

Introibo ad altare Dei
Ad Deum qui laetificat juventutem meam
Judica me, Deus, et descerne causam meam de gente non sancta, ab homine iniquo et doloso eure me.
……………….


E continua la celebrazione della Messa, di questa Messa, con una bellezza che, solitamente, non viene evidenziata e cioè in essa vengono abolite le categorie del tempo e dello spazio. A un tratto ci troviamo ai piedi della Croce, insieme alla Madonna, a San Giovanni e alle pie donne…altro che “memoriale della cena”… altro che “mensa”….
Eccoci alla Consacrazione e al “Memento”:
“Memento etiam, Domine, famulorum, famularumque tuarum quae nos praecesserunt cum signo fidei,et dormiunt in somno pacis.
Ipsis, Domine, et omnibus in Christo, quiescentibus, locum refrigerii, lucis et pacis, ut indulges deprecamur. .”

In quell’attimo inteso siamo trasportati, abolite le categorie del tempo e dello spazio, insieme ai nostri cari defunti che aspettano dal Signore il “luogo del refrigerio, della luce e della pace…”
Mi sembra, seppur per un attimo, di poterli riabbracciare i miei cari defunti ….
Poi la S. Comunione, inginocchiati alla balaustra…Gesù che viene dentro di noi: “Corpus Domini nostri Jesu Christi custodiat animam tuam in vitam aetrnam. Amen.”
Dopo la benedizione finale e la lettura del Vangelo di San Giovanni, la preghiera a San Michele Arcangelo perché ci liberi dalle insidie del Diavolo, quindi le “Acclamazioni carolinge”.

Christus vincit,
Christus regnat,
Christus imperat. …………
Ecclesiae Sanctae Dei gentium magistrae pax, vita et salus perpetua.
Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat.

E dopo aver ricevuto da Manlio e Stefano questa sorpresa, il regalo più bello che si possa ricevere, “lieto e superbo” come la Bettina di manzoniana memoria, dal cielo ritorno in terra e domando all’amico camerte il perché di quel suo lungo ritardo. E lui mi narra l’episodio che lo ha tenuto impegnato per oltre due ore, così sintetizzando:
“Ero in piazza e stavo venendo da voi quando il segretario dell’arcivescovo mi ferma e mi dice: “Stefano dovresti andare subito in Episcopio…il vescovo ha urgente bisogno di parlarti.
Salgo la scalinata e mi presunto al Vescovo che mi accoglie amabilmente nel suo studio privato, dopo tanti convenevoli e dopo avermi chiesto notizie di quasi tutti i miei familiari…finalmente è venuto al “dunque”.

Vescovo: – Stefano…mi hanno detto che oggi, celebrate la S. Messa presso la Cappella di famiglia…prima della conferenza all’Università.
Stefano: – Certo Eccellenza le hanno riferito bene celebriamo la Santa Messa prima del Convegno su Giovannino Guareschi all’Università.
Vescovo: – Non sono d’accordo, qui in diocesi le messe si dovrebbero celebrare non privatamente ma pubblicamente, aperte a tutti i fedeli.
Stefano : – Certamente Eccellenza, con molto piacere…spalancheremo le porte a tutti, suoneremo le “campanine”… se crede siamo disposti anche a far celebrare la Messa in duomo…se lei preferisce… Vescovo :- Mi hanno detto però che celebrerete in latino e tu, Stefano, lo sai, molti non conoscono il latino…
Stefano : – Non dubiti eccellenza abbiamo approntato dei messalini bilingue, per dare a tutti la possibilità di seguire…
Vescovo: – Beh… in latino…ma quale Messa fareste celebrare?
Stefano: – Eccellenza, ma non le hanno riferito? Quella in rito romano antico…come annunciato. Vescovo: – Allora vi concedo di celebrare in latino ma la Messa riformata, quella di Paolo VI…non posso autorizzare…

E tu, azzardo io, che cosa gli hai risposto?
“Ho fatto come mi insegnasti tu – mi dice – mi sono inginocchiato gli ho chiesto la benedizione e gli ho detto che celebreremo la Messa di San Pio V”
E lui?
Bon gré, mal gré…mi ha benedetto.”

 ***

Borgo San Lorenzo – Oggi 13 novembre 2021 alle ore 18,30 esco, con la gioia nel cuore, dalla Cappellina privata dello zio. Anche oggi, in tempi di bieca persecuzione, mi è stato regalato un “assaggio di Paradiso”: la Santa Messa solenne in rito romano antico, in suffragio dei nostri defunti, celebrata da un ancor giovane sacerdote di Camerino il M.R Prof. Don Stefano Carusi e, con me, insieme a tanti nuovi e vecchi amici, un ancor giovane giurista montecatinese L’avv. Manlio Tonfoni…
Ricordate i due Dioscuri …di vent’anni fa?
“Tradere quod et accepi”… vi tramandiamo ciò che abbiamo ricevuto.

PUCCI CIPRIANI