mercoledì 21 settembre 2022

A Civitella del Tronto il richiamo della Tradizione

 

Devono averlo riproposto negli anni Sessanta lo sceneggiato che apparve in TV, a puntate, tra il novembre e il dicembre del 1954, in bianco nero, "L'Alfiere", tratto dall'omonimo romanzo di Carlo Alianello; ricordo di averlo visto in TV negli anni Sessanta e, naturalmente, parteggiavo per Francesco (Pino), il giovane napoletano, Alfiere del Re, che combatte per la Patria mentre i suoi coetanei si rifiutano di prendere le armi e di combattere per il proprio Re... figuriamoci, sebbene tricolorato e risorgimentalista – son passati una sessantina di anni – ero già allora un vero conservatore (comprai a Napoli, sulla Collina del Vomero, il libro di Barry Goldwater “Il vero conservatore" pubblicato nelle Edizioni del Borghese, che mi affascinò), e ricordo bene quelle serate in cui "mi bevevo" le puntate de "L'Alfiere" (preso dalla libreria paterna avevo letto, ancora ragazzo, il romanzo dell'Alianello nelle edizione Einaudi del 1944, senza dargli particolare importanza) la storia del giovane eroe napoletano.

Sprofondato nella "poltrona della nonna", quasi a sentirmi protetto dall'allora nascente Sessantotto, ammiravo le gesta dell'eroe "napolitano" e mi rodevo per la viltà dei suoi coetanei (anche se allora parteggiavo per i tricolorati), mentre fuori imperversava l'incipiente Sessantotto... i "capelloni", i "figli dei fiori", le "Comuni" e il libero amore, la marijuana e l'LSD, il messaggio d'odio di don Milani per cui la scuola seria andava abolita insieme al latino, alle bocciature (todos caballeros), il disprezzo per la "divisa" e per l'esercito e, in primis, per i cappellani militari, l'invito alla diserzione e all'obiezione di coscienza perché "l'obbedienza non è più una virtù ma la peggiore delle tentazioni" (don Milani).

Don Luigi Stefani, il Cappellano della “Tridentina" – nei cui confronti don Milani metterà su, di fronte ai ragazzi e allo stesso don Stefani, un infame processo farsa – così scriveva nel 1972 in una biografia su don Carlo Gnocchi:

«Morente amico mio, avvi espresso il desiderio di ritornare a Firenze (...) Tante cose sono cambiate da allora! A Firenze e in Italia (...) Una progressiva degenerazione sta avvelenando l'anima stessa della Patria; e la corruzione e la disonestà si sono insinuate in tutti i campi.

Ritorna! Ti incontrerai con preti che hanno perduto la testa e contestano l'autorità (...) Vedrai derisi gli ex combattenti, i cappellani militari; esaltati i cosiddetti "obiettori di coscienza", tu che vestivi con orgoglio il tuo grigioverde e portavi con fierezza il tuo cappello alpino (...)

Ritorna! Anche nel tuo collegio è entrata la contestazione. Molte ragazze poliomielitiche, che dovrebbero piangere di gratitudine pensando a te, non sanno niente di te, non ne vogliono sapere. La scuola esterna le ha avvelenate. Hanno perduto la fede. Si sono lasciate strumentalizzare da chi diabolicamente ha strumentalizzato anche la loro infermità.»

(Cfr Don Luigi Stefani, "Il Santo con la penna alpina - Ricordo di don Carlo Gnocchi", Ed. Quaderni de "Lo Sprone")

Il Sessantotto era stato preceduto dal Concilio Vaticano II (1965) che fu, secondo il rosso cardinal Suenens, "il Sessantotto della Chiesa" per cui, nella società, al Sessantotto seguirono gli eccidi delle Brigate Rosse, le liste di proscrizione, gli agguati e i crimini dei vari movimenti armati della Sinistra (per la TV le BR erano "sedicenti", per un Presidente della Repubblica erano "nere"), mentre al Concilio seguì il "Postconcilio" e, mentre nella società fu tolto il latino con conseguente "caduta libera" della scuola, nella Chiesa fu tolta la S. Messa in rito romano antico per cui, invece Sacrificio della Croce, la Messa divenne, alla maniera protestante, la "cena".

Noi – e quando dico "Noi!" intendo quei giovani di "destra" o di estrema destra, per l'ordine costituito, contro il Comunismo, per il tricolore e per il Risorgimento che pensavamo avesse "finalmente" unito la Patria... insomma più vicini, senza esserne coscienti, al "giacobinismo di destra" e alla "destra storica" (che fu più sovversiva della sinistra) che alla Tradizione – ci battevamo contro la contestazione nelle Università e ci schieravamo, giustamente, sempre a fianco delle forze dell'ordine... per chi volesse avere un quadro della situazione caotica di allora nelle Università e nella Chiesa consiglio la lettura di un affascinante saggio di Duilio Marchesini (il famoso "Cazzotto di Dio" che ebbi l'onore di conoscere, npc) e Giancarlo Scafidi: "Nati per combattere - dalla Sapienza a Regina Coeli" (Tabula fati, 2020).

Ero a Napoli – come già ho raccontato nel mio "Dal natìo Borgo selvaggio" (Solfanelli, 2017) – e avevo aderito al PPM (Partito Popolare Monarchico) di Achille Lauro – un personaggio che mi ha sempre affascinato – quando un giorno, prendendo la funicolare dal Vomero, il mio amico Bruno Fichman, mi accompagnò alla sede del MSI che era proprio al capolinea in piazzetta Duca d'Aosta... una trentina di giovani e giovanissimi della nostra età stavano discutendo con i fratelli Gennaro e Angelo Ruggiero e Gennaro criticava un inserto sul Brigantaggio apparso sul settimanale "Lo Specchio" (ero anch'io lettore di quel giornale con il quale, poi, collaborai facendo fare l'ormai famosa intervista che smascherò il prete rosso don Milani) in quanto si considerava quella pagina di storia completamente negativa... mentre ci fu un "Brigantaggio" lealista, una vera e propria Resistenza all'invasore piemontese tricolorato.

Da lì iniziò il mio "Revisionismo storico" ... "L'Alfiere", che un tempo consideravo come una sorta di romanzo "di guerra", certo ben scritto ma nulla più – allora mi domandavo, però, perché ce l'avesse tanto con l'Unità d'Italia e i "gloriosi bersaglieri" (sic) – divenne per me una sorta di Bibbia e in un dialogo tra il giovane alfiere Pino e il suo superiore il Tenente Franco, c'è tutta la spiegazione e la bellezza della Tradizione e l'orgoglio della fedeltà all'onore e alla Patria:

«E la libertà,» chiese Pino, «che n'hai fatto?»

«Ce l'ho qui,» rispose Franco e si batté sul petto, «giacché tra la mia e quella dei liberali ho scelto liberamente, da uomo. Non mi piace la loro libertà, ché quando te la vengono a imporre con le baionette, non è più essa. Io sto da questa parte, perché così piace a me che sono don Enrico Franco, e mi piace perché oggi è la parte più bella. Altri combattono e muoiono per una conquista, una terra, un'idea di gloria, per un convincimento, magari, un ideale, ma noi moriamo per una cosa di cuore: la bellezza. Qui non c'è vanità, non c'è successo, non c'è ambizione. Noi moriamo per essere uomini ancora. Uomini che la violenza e l'illusione non li piega e che servono l'onore, la fedeltà, la bandiera e la Monarchia perché son padroni di sé e servitori di Dio. Ieri forse poteva sembrar più nobile, più alta la parte di là, ma oggi con noi c'è la sventura e questa è la parte più bella (...) Preferisco combattere al mutar casacca.»

Quando a sera infuriava la contestazione e nelle strade rigurgitava sinistramente la canea urlante – (rivolta ai Carabinieri del Battaglione Mobile) "Camerata, basco ero, il tuo posto è al cimitero", "Almirante boia Fanfani la su' tro..a", "Pagherete caro, pagherete tutto" –, quando nell'università le "guardie rosse" impedivano l'accesso a chi rosso non era, quando i Katanghesi andavano in giro ad aprire le teste come cocomeri di Rassina, quando "Lotta Continua" rivendicava l'assassinio del Commissario Calabresi ("Un gesto in cui si identifica tutto il proletariato"), mentre con le chiavi inglesi Hazet 36 ("hazet 36 - fascista dove sei") i comunisti spaccavano il cranio a Sergio Ramelli (il Consiglio Comunale di Milano applaudì alla notizia della morte del ragazzo dopo quaranta giorni di penosa agonia e di indicibili sofferenze), quando venivamo assaliti perché "sorpresi" ad affiggere manifesti per la famiglia, contro il divorzio, quando anche molti tra i "falsi" amici mi (e ci) dicevano: "Ma voi siete sempre dalla parte dei perdenti... siete degli sfigati ma chi ve lo fa fare?" ci ricordavamo delle parole di Franco morente nella difesa di Gaeta: noi combattevamo e tuttavia combattiamo per un'idea di bellezza, senza chiedere compensi, per un senso dell'onore, insomma per la Verità, che è una sola e che si riassume nel motto: "Per Iddio, la Patria, il Re"... spesso facendo un esame di coscienza sulla mia vita e prendendo paura per il Giudizio inappellabile a cui nessuno potrà sfuggire, ringrazio il Signore che, nonostante i miei peccati, mi ha fatto dato la gioia e l'onore di poter combattere la "buona battaglia" (il "bonum certamen")...

E non sono tanto le letture, pur belle, di storici come Giacinto De Sivo, il Buttà, Carlo Alianello, Harold Acton, De Cesare, o le affascinanti pagine di meravigliose riviste come "l'Alfiere - Rivista tradizionalista napoletana" – fondata dall'indimenticabile On. Silvio Vitale – a farci amare la Tradizione quanto l'esempio di quei "camerati" e fratelli che dettero la vita per "essere uomini ancora": i Cristeros messicani, i vandeani, gl'insorgenti antigiacobini italiani, i combattenti dell'Armata Bianca della Carnia, i "Briganti" del Sud e i "soldati napolitani" che combatterono sul Volturno, a Messina, a Gaeta, a Civitella del Tronto e a coloro che, per non tradire, per non "cambiar casacca" perirono nei lager dei Savoia e, poi, i milioni di morti nei Gulag, nei Laogai e in tutte le prigioni del Comunismo assassino.

Già, il valore dei soldati napolitani a Civitella del Tronto, l'ultimo baluardo del Regno Duosiciliano... conoscevo i fatti storici della difesa di Messina e di Gaeta, ma ignoravo la Resistenza eroica della "Fedelissima" Civitella del Tronto quando lessi, fine anni Sessanta, un bellissimo e assai documentato libro di Giorgio Cucentrentoli, "La Difesa della 'Fedelissima' Civitella del Tronto 1860-1861" edito da "La Perseveranza" di Bologna (nel 1978 ristampai il libro come "Pucci Cipriani Editore"), un libro fondamentale che mi meravigliò, infatti, conoscevo Giorgio Cucentrentoli come storico "risorgimentalista", militante nel Partito Monarchico Nazionale, che aveva pubblicato in precedenza un ridondante volume "Squilli di un secolo"… esaltante tricolori, penne bersaglieresche, cariche sabaude a cavallo, trombe, trombette e tromboni etc...

Nel frattempo avevo conosciuto il prof. Paolo Caucci, Docente di letteratura ispanica all'Università di Perugia, che, sin dalla fine degli anni Sessanta, organizzava una gita a Civitella del Tronto una volta all'anno in prossimità del giorno di San Giuseppe: partenza il sabato ospiti, per la cena, in una villa nell'Ascolano dello stesso Caucci e, poi, al mattino, su, alla Rocca... dopo aver assistito alla S. Messa in rito romano antico, la Messa di sempre e di tutti, la stessa Messa che, ogni giorno, l'eroico cappellano militare, il francescano padre Leonardo Zilli, celebrava portando l'Eucaristia ai difensori, insieme al suo incoraggiamento e ai suoi ammonimenti: "Ecco la nostra società – tuona il frate di Campotosto – ha perduto la grazia di Dio e si è resa schiava miserabile del demonio e degna di eterni castighi... noi tutti abbiamo offeso Dio che ci creò, ci redense, ci costituì suoi figlioli adottivi con il Santo battesimo (...) invochiamo il suo perdono" e mentre la pugna infuria p. Zilli depone sulla lingua dei soldati, in ginocchio, la Sacra Particola: "Corpus Domini nostri Jesu Christi..." Il buon frate conforta i feriti e si china, pietosamente, benedicente, sui morti...

Ogni anno, da cinquant'anni, mi reco a Civitella del Tronto, da trentacinque organizzo i Convegni e, sempre salgo alla Rocca nella chiesa di Sant'Jacopo, con lo stesso entusiasmo di quand'ero giovane... mi sembra che da quel sacello nella chiesa dove officiava padre Zilli – poi barbaramente fucilato alla schiena, insieme agli ultimi difensori, dai "liberatori" tricolorati – si rianimino i corpi di quei soldati eroici con le divise lacere e vengano verso di noi per ringraziarci delle nostre preghiere e, soprattutto, per ringraziare della celebrazione della S. Messa, che non è la cena, ma il Sacrificio della Croce che si rinnova, seppur in maniera incruenta... e accanto a quei morti e al loro cappellano, anche don Giorgio Maffei, il nostro cappellano per più di vent'anni, che sino all'ultimo, nonostante l'età, ha celebrato la Messa di sempre e ha guidato la "via Crucis" del venerdì... già, perché son certo che quella di aver potuto sempre celebrare la Messa cattolica sia stata una grazia del Signore, ricevuta per intercessione di padre Zilli da Campotosto... il nostro incontro con la Fraternità San Pio X di Mons. Marcel Lefebvre ha fatto sì che i nostri incontri abbiano dato opimi frutti... dalle nostre file sono fiorite anche due vocazioni, due sacerdoti fedeli alla tradizione, due "ragazzi" (io li ricordo così anche se ora hanno i capelli bianchi) oggi "sacerdoti in eterno" cresciuti nei seminari della FSSPX, alla cui formazione non sono stati estranei i Convegni di Civitella del Tronto: don Giovanni Carusi Spinelli e don Stefano Carusi...

"Venire a Civitella – scrive il giovane Vittorio Acerbi, che lo scorso anno, per la prima volta, salì alla Rocca e il venerdì sera partecipò all'annuale "Via Crucis" per le vie del paese guidata dal nostro don Gabriele D'Avino – vuol dire abbracciare una croce (...) come l'hanno abbracciata quei soldati che a Civitella consapevoli del loro esito fisico, e certi del loro esito metafisico, così ogni anno cerchiamo di farlo noi nel nostro piccolo (...) nel rendere omaggio a quei dimenticati eroi. Dimenticati ma solo per la storia (con la s minuscola appunto)."

Gli fa eco un altro giovane, il ventenne Edgardo Benfatto, studente universitario di storia e filosofia di Cecina: "Poche le volte sono state nella mia vita di percepire a pieno un ideale, un valore per cui combattere; sì perché viviamo in un'epoca di profonda dissoluzione antropologica nella quale ormai l'uomo sprofondato nel relativismo non è più in grado di conservare un'identità. L'antidoto a questi mali non può che essere la Tradizione colei che è in grado di fermare il tempo (che) riesce a unire quei cuori che battono per lo stesso ed unico Dio. Civitella del Tronto ne è l'esempio."

Ricordo i giorni belli del novembre 2019 a Bergamo con quel Convegno "Da Barbiana a Bibbiano", che scatenò "l'ira funesta" di tutto il mondo criptocomunista (e agli alti lai dei trinariciuti si associarono addirittura due arcivescovi... che Iddio li perdoni!). Convegno organizzato da Filippo Bianchi, allora Consigliere Comunale di Bergamo e al quale parteciparono, insieme allo stesso Bianchi e al sottoscritto, Jacopo Marzetti allora Commissario del "Forteto" e Francesco Borgonovo Vicedirettore de "La Verità" (l'unico quotidiano che si possa leggere) e, poi, ancora a Monaco di Baviera, con la delegazione fiorentina (Filippo Bianchi, Daniel Vata e Andrea Tortelli e il sottoscritto), dove il prof. Roberto de Mattei aveva organizzato una "Acies ordinata" contro l'eresia montante dell'episcopato germanico davanti alla cattedrale del Cardinal Marx: per oltre un'ora immobili sotto il vento sferzante e il nevischio che ci frustavano, in silenzio, a recitare il S. Rosario, e poi, al termine, il canto del "Credo"... dopo invitammo gli amici (eravamo in tanti, provenienti da "tutto il mondo") a Civitella del Tronto che si sarebbe dovuta tenere a marzo... Quanta gioia ad aver fatto quel "combattimento"... e al mattino la nostra Messa, la Messa di sempre...

Ma poi, da allora, parafrasando padre Giovanni Bigazzi, posso ben scrivere: “Non ho contato i giorni del dolore / so che Gesù li ha scritti nel mio cuore.”

E al male si sono aggiunti il "coprifuoco" e le, talvolta, assurde restrizioni, l'impossibilità di incontrare persone... insomma la solitudine... per due lunghi anni... pensavo tristemente, che forse quella del marzo 2019 sarebbe stata la mia ultima Civitella... ma riuscimmo a farne una "raffazzonata" nel 2021 spostando la data da marzo a dicembre 2021, con un gruppo di trenta "baldi giovani"... poi per la Pasqua di quest'anno, il 2022, improvvisamente, un'altra forte "scossa" al cuore e allora pensai definitivamente che quei cinquanta anni di "attività", tutti quei Convegni, quell'entusiasmo sarebbero finiti. Pensiero autoreferenziale quando si sostituisce l'io a Dio, quando l'orgoglio ti fa pensare "cosa sarà senza di me?"

E invece ecco la gioia più grande: il nobile Ascanio Ruschi, quel ragazzino (ha ora quarantatré anni) che ventisette anni fa veniva a Civitella del Tronto mettendo da parte i soldi durante l'anno, quel ragazzino che da allora – sopportando i miei brontolii e il mio caratteraccio – mi è stato vicino, fraternamente, in tutto questo tempo, fedele in questo "quasi trentennio", onorando il motto a me caro: "etiamsi omnes ego non", continuerà a far vivere questa bella tradizione e, dopo di lui, altri, "i vecchi e i giovani", per dirla con Pirandello, che, fraternamente , insieme ad Ascanio, son sempre stati al mio fianco, prenderanno il testimone: "Tradidi quod et accepi"... e se non avessi avuto paura di scadere nella retorica e nel sentimentalismo melenso avrei inviato a tutti loro, facendolo mio, il testamento di un guerriero vandeano del 1832:

«Cari figli, io vi lascio per tutto patrimonio, lo stesso zelo che me ne ha privato... Dio voglia che ne siate ugualmente animati... Conservate tutte le forze del vostro spirito e del vostro corpo alla difesa della vostra Religione e del vostro Re. Siate virtuosi e costanti fate sempre tutto ciò che potete per il bene del vostri Paese, ma ricordatevi sempre che dov'è il Re là è la Patria. Non fate mai pace né tregua con i suoi nemici... ho ripreso le armi per consacrare i giorni che mi restano da vivere a servizio del nostro Re (Cristo Re!)...»

Come ogni anno ad aspettarci troveremo il Civitellese Daniele D'Emidio che, l'ultima volta, mi regalò una scheggia di una "palla di fuoco" nemica (piemontese) che trovò nei pressi della chiesa di S. Jacopo alla Rocca... ce l'ho qui, sul tavolo del mio studio e la tengo come "fermacarte" e troveremo il nostro on. Fabrizio Di Stefano con Mario (Mario quest'anno porta la chitarra vogliamo cantare, insieme a te, la canzone dei briganti!)... anche Fabrizio, nel momento del dolore, mi è stato vicino, fraternamente... com'è vicino a tutti noi da oltre vent'anni.

In questo Convegno dedicato alla memoria del Principe di Braganza e del prof. Piero Vassallo ci saremo tutti, i vivi e i morti... ora non ricordo molti dei loro nomi "ma nel mio cuore nessuna croce manca", tra gli oratori c'è il giovane veronese prof. Alberto De Marco che, tra i pensatori e letterati della "Controrivoluzione", ha scelto di parlare su Pino Tosca, il nostro indimenticabile Pino, saggista, poeta e scrittore, autore, tra l'altro, delle parole de "La Vandeana" che tante volte fu con noi a Civitella, sarà come poterlo ancora (ri)vedere e (ri)abbracciare.

Coraggio! Nessuno manchi a questo Convegno XXXV Incontro della "Fedelissima"(venerdì 7, sabato 8 e domenica 9 ottobre 2022) dove, dopo il canto del "Christus vincit" intonato da don Gabriele, grideremo insieme, a "una voce", mentre sul pennone verrà issata a garrire al vento la bianca Bandiera gigliata: Viva Cristo Re! Viva la Tradizione! Viva Francesco e Sofia!

PUCCI CIPRIANI

martedì 20 settembre 2022

Civitella del Tronto, di Giorgio Cucentrentoli


Hanno alzato
una cortina
di menzogne e d'infamie
per nasconder
la sbrecciata muraglia

che a difesa
si eresse
dell'Altare e del Trono.
 
Non chiedere
al mondo
i perché
della nuova, orrenda
barbarie.
 
Domandalo
sommessamente
ai sassi consunti
dell'antica Beretra.
 
Ti parleranno
d'orrori e di morte:
d'incendiati villaggi,
di gente braccata
tra le terre d'Abruzzo.
 
E ti diranno
il vero;
quel che la storia
"ignora" e non sai.
Libertà, ma dove?
Libertà, per quando?
 
Oh: cercane
fra i massi
di Civitella del Tronto
i suoi natali!
 
Cercali a Pizzoli,
a Carsòli,
a Borgo a Mozzano
tra le stragi orrende,
le cariche de' bersaglieri,
e 'l canto de' "Briganti"
partigiani del Re.
 
E vedrai che il disgusto
dell'oggi
ha ragioni lontane
che il vento,
o forse
una mezza parola
d'un vecchio
o d'un prete
che non conosce concili
ti potranno svelare.
 
Resta però un vaticinio
su que' muri cadenti
dove l'edera abbonda
a nasconder le crepe
di giacobina mitraglia:
 
"O l'azzurro vessillo
coi gigli...
o il frigio berretto
su la bandiera rossa!"
 
Giorgio Cucentrentoli di Monteloro

venerdì 9 settembre 2022

XXV Convegno di Civitella del Tronto: UN GIOVANE INVITA I SUOI COETANEI (di Edgardo Benfatto)


 
Poche le volte sono state nella mia vita di percepire a pieno un ideale, un valore per cui combattere; sì perché viviamo in un'epoca di profonda dissoluzione antropologica nella quale l'uomo oramai sprofondato nel relativismo non è più in grado di conservare un'identità. L'antidoto perfetto per questi mali non può che essere la tradizione, colei che è in grado di fermare il tempo.

Riconosco che è molto difficile parlare di questi temi in un paese come l'Italia dopo le rivoluzioni ( perlopiù massoniche) novecentesche, ma come evocato poc'anzi ecco che la tradizione riesce a riunire quei cuori che battono per lo stesso ed unico Dio. Civitella del Tronto ne è l'esempio; quella rocca, il simbolo perfetto della resistenza controrivoluzionaria borbonica,  dove ogni anno viene celebrata quell'eroica battaglia con un convegno di tre giorni. Una volta sola ho assistito all'evento, l'anno scorso, su invito del carissimo nonché grande amico Pucci Cipriani, vera e propria colonna della tradizione. Non potrò mai dimenticare la via crucis tra le strade del paesello, così come la messa e le varie relazioni dei presenti. Finalmente il 7 ottobre potrò tornare in questo luogo sapendo che sarà ancora in grado di regalarmi quello spirito magico come se fosse la prima volta.

Edgardo Benfatto

lunedì 5 settembre 2022

Civitella del Tronto: fortezza della Tradizione (di Ascanio Ruschi)

Il borgo fortificato di Civitella del Tronto sorge a circa 600 metri slm, e la sua antica fortezza domina la valle del Salinello e del Vibrata. Montagne impervie, ancora boscose e poco abitate, proteggono la valle verso nord e ovest. Solo verso il mare i monti degradano in colline, gli abitati sono più frequenti, e i segni della civiltà rurale testimoniano una identità fortemente legata al territorio. Siamo quasi al confine con le Marche, ma in terra di Abruzzi. Terra contadina, di confine, da sempre contesa (in rapporto di complementarità e simbiosi) con la natura.

L’azzurro lontano del mare, visibile nelle giornate più terse, è spesso oscurato dalle bianche nubi che scendono dai monti. Venti freddi, talvolta carichi di neve, sferzano le vallate civitellesi. Le strade che portano, tornante dopo tornante, al paese, spesso interrotte da frane, sono attraversate da animali selvatici. Specialmente la notte, quando le poche luci artificiali di vecchie cascine isolate non riescono ad oscurare la brillantezza delle stelle e della luna.

A difesa del territorio svetta, da oltre mille anni, l’antica fortezza di Civitella del Tronto, detta la “Fedelissima”, ultimo baluardo del regno del Sud all’invasione piemontese, arresasi dopo oltre 200 giorni di assedio e addirittura dopo 3 giorni la dichiarazione del Regno d’Italia (17 marzo 1861). Sotto la fortezza, nei secoli è cresciuto il piccolo borgo: strade strette e lastricate di ciottoli, piccoli ma eleganti palazzi, sparuti lampioni che, quasi timorosi, illuminano di giallo il passaggio.

E’ fondamentalmente una la strada di accesso a Civitella del Tronto: attraverso Porta Napoli (ad oriente), l’unica delle tre porte urbane ancora integra (della Porta di Vena ad occidente è rimasto il passaggio a volta, mentre è sparita la meridionale Porta delle Vigne). E accanto alla porta Napoli, la Chiesa di San Lorenzo, che si apre su Piazza Franciscus Filippi Pepe, da cui uno splendido belvedere regala una vista mozzafiato sui monti e sulla valle sottostante. Meravigliosa immagine della fortezza che sovrasta il paese e la Chiesa, esemplificazione urbanistica di una societas tradizionale che poneva il potere temporale come strumento di difesa della Chiesa.

Dalla piazza la strada si restringe nuovamente, e attraversa per lungo tutto il borgo. Imboccata la via, dopo pochi metri, sulla sinistra,  la bianca bandiera con lo stemma del Regno delle Due Sicilie indica ove si terrà (e si tiene di consueto) il nostro incontro. È proprio lì, presso l’hotel Fortezza, che infatti ci ritroveremo nuovamente il 7, 8 e 9 ottobre per il nostro consueto convegno della Tradizione, quest’anno dedicato ai protagonisti della Controrivoluzione. È lì che, grazie all’assistenza della Fraternità San Pio X e dei sacerdoti presenti, celebreremo la S. Messa in rito antico, la Messa di sempre e di tutti, come la celebrava l’umile e coraggioso frate francescano padre Zilli da Campotosto, durante l’assedio di Civitella, assistendo gli stremati difensori e portando loro il conforto spirituale. Da lì partiremo il venerdì sera per la Via Crucis. Fiaccole alla mano, nel silenzio del paese, interrotto solo dalle preghiere del Sacerdote e dalle risposte dei fedeli (“Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum”) circumnavigheremo, rispettosi, il piccolo borgo di Civitella, transitando davanti alla statua di Matteo Wade, l’eroico irlandese che resistette alle truppe francesi guidate da Gioacchino Murat, e alla piccola Chiesa di San Francesco.

Lì, nella giornata del sabato, si svolgeranno le relazioni degli amici che, per semplice amore della Tradizione, da ogni parte della penisola accorreranno per testimoniare, ancora una volta, che la Tradizione è viva, che non è mera riproposizione del passato, ma linfa vitale del futuro. Mangeremo tutti insieme, rideremo e all’unisono intoneremo i canti dei briganti. Brinderemo alle battaglie passate e future, e mestamente ricorderemo chi ha lasciato la vita terrena (quest’anno Piero Vassallo). Non dimenticheremo neanche quei pochi, pavidi e opportunisti, che hanno tradito Civitella e la Tradizione. Anche per loro, meschini come quegli ufficiali che aprirono le porte della Fortezza agli invasori, eleveremo le nostre preghiere.

Da lì, la domenica mattina, stendardi al vento, ci avvieremo recitando il Santo Rosario, ascendendo alla rocca, ove innalzeremo, ancora una volta, la bandiera del glorioso Regno delle Due Sicilie, simbolo di un’epoca, e di valori, che ancora vivono e rivivono nel cuore e nelle preghiere di chi ha fatto proprio il motto “etsiam omnes, ego non”. Sosteremo nella chiesa di San Giacomo, nel punto esatto ove ancora giacciono i resti dei difensori, molti dei quali fucilati, ad assedio concluso, per alto tradimento verso un regno che non era il loro. Visiteremo la fortezza, oggi in parte restaurata dopo che venne quasi rasa al suolo dagli invasori piemontesi, su ordine del generale Manfredo Fanti, quale damnatio memoriae di quella epica resistenza.

Agli eroici difensori di Civitella, ma anche a tutti i combattenti della Controrivoluzione, dai vandeani francesi ai cristeros messicani, dai briganti del sud ai carlisti spagnoli, dagli zuavi pontifici agli insorgenti antigiacobini, dedicheremo i “nostri” tre giorni di Civitella, sicuri che la fiamma della Tradizione, se Iddio vorrà, splenderà in eterno.

E ancora una volta potremo gridare “Viva Francesco e Sofia! Viva la Tradizione! Viva Cristo Re!”.

Ascanio Ruschi

mercoledì 20 luglio 2022

XXXV INCONTRO DELLA TRADIZIONE CATTOLICA DELLA "FEDELISSIMA" CIVITELLA DEL TRONTO (TE)

 Pensatori e Letterati della Controrivoluzione 

XXXV INCONTRO DELLA TRADIZIONE CATTOLICA

DELLA "FEDELISSIMA" CIVITELLA DEL TRONTO (TE)

Venerdì 7, sabato 8 e domenica 9 ottobre 2022

nel ricordo di S.A.I.R dom Luiz d'Orleans e Braganca

e del professor Piero Vassallo


Venerdì 7 ottobre

Ore 18:30 S. Messa in rito romano antico

Ore 19:40 Riunione conviviale

Ore 21:30 VIA CRUCIS CON FIACCOLE per le vie del paese


Sabato 8 ottobre

Ore 8:30 S. Messa in rito romano antico

Ore 10:00 Inizio dei lavori canto del Salve Regina

Ore 13:00 Interruzione dei lavori

Ore 16:00 Ripresa dei lavori 

Ore 19:30 Terminano i lavori canto del Credo


Domenica 9 ottobre

Ore 10:00 S. Messa solenne in rito romano antico - Al termine bacio della Reliquia di san Pio X

Ore 11:30 Processione verso la Rocca con recita devota del Santo Rosario

Ore 12:20 Alzabandiera con canto del "Christus Vincit". Commemorazione dei caduti della "Fedelissima". Saluto alla voce 

Ore 12:40 Nella chiesa di Sant'Jacopo alla Rocca recita del "De Profundis" di fronte al sacello contenente le ossa ritrovate dei soldati caduti nella difesa di Civitella del Tronto

Ore 13:00 Visita alla Rocca

Ore 13:40 Riunione conviviale - Arrivederci al 2023


L'Assistenza spirituale per i tre giorni è affidata al MR don Gabriele D'Avino della FSSPX.

La vendita dei libri è consentita all'editore Solfanelli, alle Edizioni Fiducia e alla Fraternità San Pio X.

Gli oratori possono mettere in vendita le loro pubblicazioni.

Oratori che saranno presenti: M.R. don Gabriele D'Avino - Ascanio Ruschi - On. Fabrizio Di Stefano - Pucci Cipriani - Massimo de Leonardis - Roberto de Mattei - Cristina Siccardi - Carlo Manetti - Marco Solfanelli - Carlo Regazzoni - Lorenzo Gasperini - M.R. don Stefano Carusi - Vittorio Acerbi - Alessandro Elia - Federico Catani

martedì 7 giugno 2022

Presentazione del libro di Pucci Cipriani: "Napoli. Città del Trono e dell'Altare"



Domenica 5 giugno 2022 è stato presentato a Cecina, di fronte a un foltissimo pubblico, presso il Circolo culturale "Il Fitto", il libro di Pucci Cipriani: "Napoli città del Trono e dell'Altare: omaggio al Regno delle Due Sicilie"(Solfanelli). Alla presenza dell'Autore ha tenuto la sua relazione Vittorio Acerbi. Riportiamo di seguito il testo completo del suo intervento.





Probabilmente l’idea di questo libro nasce da parecchio tempo, ma certo posso affermare che in qualche misura abbiamo seguito la stesura (nonostante qualche preoccupazione durante il percorso).

Ricordo nitidamente quel 16 marzo, quando fu celebrata la Santa Messa in onore di Francesco II. Fatto questo che non passò inosservato al principe Carlo di Borbone; in quell’occasione volle personalmente ringraziare il professor Cipriani. La ricordo ancora l'emozione di quel giorno. Emozione che si è ripetuta pochi giorni fa quando il principe Carlo si è nuovamente congratulato per la pubblicazione di questo libro. Prima ricordavo quella Santa Messa del 16 marzo, celebrata in un momento dove, per le restrizioni dovute alla pandemia, non avremmo dovuto vederci. Nessuna aggregazione, nessuna evasione fuori dal proprio comune di residenza. Eppure noi ci siamo visti ugualmente e, come sempre, abbiamo ricevuto i sacramenti. Noi siamo irriducibili cristiani. Pur di ricevere i sacramenti siamo disposti a passare dalle persecuzioni e dalle catacombe. Dispiace constatare che queste ultime, purtroppo, sono spesso favorite dalla nostra Chiesa. Ma non veniteci a parlare di comunione spirituale, perché probabilmente avete sbagliato persone con cui parlarne.

 

Se volessi cercare di riassumere il senso di questo libro, sceglierei proprio una frase dell’autore che dice testualmente: “Oltre a conoscere la storia della città e del glorioso Regno Duosiciliano, bisogna cercare di comprendere Napoli, di viverla più che di guardarla e di giudicarla, tenendo conto che oramai tutto il mondo si va omologando in un livellamento giacobino, dal basso.

 

Benché io conosca sommariamente Napoli, benché ci abbia soggiornato in due sole occasioni, è tutto così estremamente bello quello che Pucci racconta. Dei suoi ricordi in una città che, per quanto si sia omologata alla società odierna infernale, esistono sempre quelle fondamenta che nemmeno la modernità è riuscita a distruggere.

E siccome io al caso non ci credo, non è un caso che quella che oggi si chiama Piazza Garibaldi sia stata rinominata da alcuni esponenti di Fratelli d'Italia (con tanto di striscione) “Piazza dell’Islam”. Non è nemmeno un caso che nella mia vicina Livorno “Piazza dei Mille” sia una delle piazze con più extracomunitari e con un alto tasso di criminalità.

 

Prontamente ecco che Pucci ci riporta al bene, ricordandoci il miracolo del sangue di San Gennaro che periodicamente si liquefà, in quella devozione popolare al martire cristiano protettore della città che oggi, come allora, continua a scandalizzare le eccelse menti moderniste.

Che scandalizzò persino Garibaldi quando, una volta entrato a Napoli, si recò a rendere omaggio a quelle ampolle portandosi al seguito Fra’ Pantaleo, frate rivoluzionario con la camicia rossa, con tanto di spada e due pistole ai fianchi che dall’ambone della chiesa annunciò Garibaldi come l’inviato da Dio dopo Gesù Cristo.

E lo stesso Garibaldi che dopo aver definito il Papa Beato “un metro cubo di letame”, che dopo aver chiamato il suo ciuco Pio IX, definirà quel sangue “un’umiliante composizione chimica, di cui dobbiamo frangere per sempre quell’ampolla contenente il veleno.

 

Ma gli eroi di Napoli non si fermano solo a coloro che si opposero al Risorgimento. Posto che questa “resurrezione” contenuta nell’etimologia del termine Risorgimento, trova difficilmente conferma nell’efferatezza e nell’invasione piemontese. Resurrezione per noi ha un significato ben preciso, di cui possiamo toccarne con mano la testimonianza negli 800 martiri della chiesa di Santa Caterina a Formiello. Gli 800 martiri di Otranto che nel 1480 furono uccisi dai turchi per non aver rinnegato la propria fede.

814 per la precisione che vennero tagliati in 2 parti e ricuciti metà uomo, metà donna e impalati lungo le mura della città.

E sempre contro i Turchi, quasi un secolo dopo, nel 1571, sarà consegnato, nella basilica di Santa Chiara, a don Giovanni d’Austria, il vessillo pontificio di papa Pio V che sventolerà vittorioso nella battaglia di Lepanto.

Santa Chiara che è anche l'edificio in cui si trovano le tombe del re Francesco II e della regina Maria Sofia, e dove si trova la tomba di un personaggio che molti di voi ricorderanno, perché più vicino ai giorni nostri. Il Servo di Dio Vicebrigadiere Salvo d’Acquisto che, pochi giorni prima di quel sacrificio aveva scritto alla madre “Bisogna rassegnarsi ai voleri di Dio a prezzo di qualsiasi dolore e di qualsiasi sacrificio.

Quando ho letto queste parole non ho potuto fare a meno di pensare ad un altro napoletano, il santo Giuseppe Moscati quando dice: “Se la verità ti costa la persecuzione, tu accettala; se tormento, tu sopportalo. E se per la verità dovessi sacrificare te stesso e la tua vita, tu sii forte nel sacrificio.

 

Una cristianità napoletana che passa dal miracolo del sangue di San Gennaro, ma che passa anche dal sangue di un’altra santa di Napoli, Santa Patrizia di Costantinopoli, le cui spoglie si trovano a San Gregorio Armeno. La tradizione vuole che un cavaliere abbia passato la notte in preghiera per chiedere una grazia a Santa Patrizia e, al fine di poter venerare una sua reliquia, tolse un dente dal corpo di Patrizia di Costantinopoli da cui iniziò a sgorgare un fiume di sangue che fu raccolto in due piccole ampolle. E periodicamente, sempre a Napoli, anche quel sangue si liquefà, nello stupore del bigottismo odierno che tutto vorrebbe spiegare.

 

Una Napoli quindi che è fortemente legata ai suoi santi protettori. Il 22 maggio mi trovavo a Cascia in occasione della ricorrenza di Santa Rita e fui stupito dalla quantità di napoletani che vidi quel giorno; salvo poi scoprire che Santa Rita è copatrona di Napoli.

 

Questa fede non si concretizza soltanto nei suoi santi, ma anche nei suoi intellettuali, nei suoi scrittori, nei suoi politici. Un caso è quello di Ferdinando Russo, poeta dialettale che per venti anni aveva scritto su “Il Mattino” e che d’improvviso fu licenziato per il suo essere reazionario, borbonico, sanfedista. Medaglie al valore diremo noi. Aveva pagato il prezzo di stare dalla parte dei vinti e adesso veniva collocato nel ghetto degli intellettuali napoletani.

Molte sono le personalità legate alla Tradizione di Napoli di Pucci ricorda le gesta e, come giustamente egli stesso precisa: “la Tradizione non può che essere cattolica.

Mi ha particolarmente colpito la testimonianza di “Fede e Libertà”, realtà che non conoscevo; un movimento cattolico nato negli anni ’80 da un gruppo di giovani che non solo faceva politica a parole, ma faceva attivismo politico in nome della Tradizione Cattolica: Rosario ogni sera in sede, ogni primo venerdì del mese Adorazione Eucaristica, battaglie in difesa della famiglia, contro l’aborto e la droga.

Perché la fede è proprio questo: o è un avvento che investe ogni ambito della nostra vita, politica compresa, o è solo un’attività da svolgere in chiesa un’oretta tutte le domeniche.

 

 

Siccome questo libro non è solo un viaggio nei ricordi napoletani dell’autore, ma anche un omaggio alla capitale del Regno delle Due Sicilie; e siccome è peccato mortale parlar male del Risorgimento e di Garibaldi, biondo eroe con l’orecchio mozzato, non si sa se dovuto al morso di una donna che violentò o se fu una punizione inflittagli in America Latina, poiché questa era la sorte dei ladri di cavalli (sì perché Garibaldi nel 1835 si era rifugiato in Brasile dove all’epoca emigravano i piemontesi che in patria non avevano di che vivere).

Pensate a quanto quel Risorgimento ha stravolto l’Italia, fra un nord che era in forte miseria e un sud che, al contrario, era ricco e prospero. Inutile evidenziare quanto il Regno delle Due Sicilie fosse, in Italia, il regno più all’avanguardia nel progresso tecnologico.

Tutti voi conoscete la prima ferrovia in Italia che collegava Portici a Napoli. Tratto ferroviario che comprendeva anche il primato della prima galleria. Non solo: l’installazione del primo telegrafo tecnico; il primo osservatorio astronomico a Capodimonte; il primo osservatorio meteorologico e sismologico sul Vesuvio. Dopo Londra e Parigi, a Napoli fu installata la prima illuminazione elettrica su strada. La flotta borbonica, prima nel Mediterraneo e quarta nel mondo; la prima nave a vapore (italiana), la Ferdinando I, che faceva la tratta Napoli-Palermo in sole diciotto ore. In Sicilia il primo transatlantico, un piroscafo ad elica che attraversò l’Oceano per arrivare a New York.

Tutto questo depredato e cancellato da molti libri di storia.

 

Utilizzo le parole di un caro amico, il professor Regazzoni che definisce Garibaldi “un povero imbecille di fronte ad un Cavour, genio sì, ma genio del male.” E siccome questa potrebbe risultare un’opinione isolata, è indispensabile ricordare un rapporto scritto proprio dagli insegnanti di Garibaldi che dice testualmente: “un ragazzo di scarsissima intelligenza, forse un minorato mentale… quello che volgarmente si chiamerebbe un cretino. Ignorante come una talpa, nella nostra biblioteca non ha mai chiesto un libro da leggere.

C’è pure una lettera indirizzata a Cavour, dove Vittorio Emanuele descrive così il presunto eroe dei due mondi: “Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi. Questo personaggio non è affatto docile né così onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che si è circondato di canaglie, ne ha seguito i cattivi consigli e ha piombato questo paese in una situazione spaventosa.

 

E siccome questo individuo per noi non rientra nella categoria di patriota, alla nostra storia serve un “antagonista”, un eroe che stia dall’altra parte della barricata (per inciso: quella dove ci poniamo anche noi). E allora non basta Gaeta, non basta Civitella, non basta Francesco II, non basta la regina Maria Sofia che combatté eroicamente sugli spalti della fortezza di Gaeta insieme agli altri soldati; ecco giunge in nostro soccorso l’eroe romantico di questa pagina di storia: José Borjes che al grido di “Per Dio, la Patria e il Re” sposò la causa del Regno delle Due Sicilie.

Nel luogo in cui morì Borjes, e vi dirò fra poco come muore, fu fatta mettere una targa che recitava queste parole “soldati italiani che prodamente debellavano l’ardita banda mercenaria che, capeggiata da José Borjes, mirava a restaurare il nefasto regime borbonico.

Non spendo ulteriori parole per controbattere il finale perché sarebbe pleonastico; Borjes non arrivò in Italia con mille uomini, né con le finanze della corona d’Inghilterra. Borjes aveva con sé 22 uomini e 20 fucili. E questa targa lo chiamava mercenario. Uso l’imperfetto perché fortunatamente gli abitanti di Tagliacozzo sono riusciti a far togliere quella targa, mettendone una in favore di quegli eroi dove, ancora oggi, sventola la bandiera borbonica. Tra i tanti appellativi che leggerete di Borjes, troverete anche “brigante”. Inutile dire quanto nell’immaginario collettivo e nel sistema scolastico italiano si sia costruita “ad hoc” l’immagine del brigante come un malvagio tagliagole. Noi sappiamo benissimo che questi briganti combattevano contro un invasore e combattevano per una causa. Nel suo ultimo scontro a fuoco, a Borjes fu fatta la promessa di aver salva la vita, la sua e quella dei suoi soldati, se si fosse arreso. Una volta arresisi i ribelli, furono fatti spogliare delle divise per indossare degli stracci sporchi. Eccola qui creata ad arte l’immagine del brigante, non quello del soldato che conserva la divisa e l’onore di fronte all’imminente morte. Borjes morirà dopo essergli stata negata la confessione, invocando il nome di Dio e del re.

 

Prima ho citato Fra’ Pantaleo, il frate rivoluzionario che accompagnava Garibaldi e lo annunciava come l’inviato da Dio, manco fosse Giovanna d’Arco.

Quindi non posso fare a meno di ricordare un altro ecclesiastico (lui sì) padre Leonardo Zilli, cappellano militare, francescano che con grande devozione ogni giorno celebrava alle ultime truppe di Civitella la Santa Messa. Quando cadde Civitella del Tronto, Fra Leonardo Zilli fu fucilato alla schiena e gli fu negata l’Eucarestia.

 

Ecco che non posso fare a meno di pensare al Risorgimento come ad un mistero dell’Iniquità; la grande Parodia che fa il deserto e lo chiama pace; che stabilisce l’arbitrio dei poteri forti e lo chiama libertà; che fonda il potere del profitto e lo chiama giustizia; che avvelena e distrugge il mondo e lo chiama progresso; che semina angoscia e disperazione e le chiama felicità.

 

L’ultima volta che siamo stati a Civitella è stato a novembre. Approfittando di una pausa dal nostro annuale convegno, vado a fare una passeggiata. Ormai sono pochi gli abitanti, un po’ perché è la triste realtà di tutti i borghi d’Italia, un po’ perché è zona sismica. Ad ogni buon conto, faccio la conoscenza di due anziane signore di Civitella. Visti i pochi abitanti, avranno già capito che sono uno straniero in quella terra. Ci scambio qualche parola sul motivo del mio soggiorno scatenando il loro entusiasmo e il loro giubilo. Prima di congedarci, dopo una battuta scherzosa sul tricolore, una delle signore mi disse: “Qua di tricolori non ne vedrai, eccetto il comune che deve salvare le apparenze; qua la bandiera ce l’hanno imposta, ma per noi c’è solo una bandiera.

Questo sentimento che vi ho raccontato non è solo di Civitella, è di molti altri paesi, di molte altre persone che rinnegano quell’unità, che fu forzata e forzosa.

A questo punto mi viene doveroso fare una considerazione personale. Se mi chiedete se sono contrario all’Unione (non Unità, che tra l'altro ricorda testate giornalistiche a me poco gradite) d’Italia nel senso di “italianità”, vi risponderò di no, non sono contrario. Ma è doveroso raccontare quello che fu commesso, a Civitella, come in tutto il sud Italia. E visto che ormai da quella unità sono passati più di 160 anni, mi sembra lecito esigere l’onestà intellettuale di raccontare i fatti.

Essere nostalgici non serve a niente. Essere nostalgici significa vivere col rimpianto di tempi che sono passati e che necessariamente non torneranno. Ho trentadue anni, quindi sono ben lontano da quei tempi che furono. A noi compete essere realistici nei tempi in cui siamo costretti a vivere; fasti o nefasti che siano. Ciò non toglie che possiamo guardare al nostro passato: conoscere, comprendere, finanche abbracciare quei valori per cui combatterono i nostri nonni e i nostri bisnonni. Questo sì, lo reputo virtuoso.

 

Concludo con le parole di Francois-René De Chateaubriand che illuminano la giusta via per capire il senso e lo spirito di questo libro che Pucci ha voluto scrivere:

Il mondo era stato sedotto dicendo che il cristianesimo era nato in seno alla barbarie, assurdo nei dogmi, ridicolo nelle cerimonie, nemico delle arti e delle lettere, della ragione e della bellezza; un culto che non aveva fatto che versare sangue, incatenare gli uomini, ritardare la felicità e i lumi del genere umano. Bisognava dunque cercare di provare il contrario, cioè che, di tutte le religioni mai esistite, quella cristiana è la più poetica, la più umana, la più favorevole alla libertà, alle arti e alle lettere; che il mondo moderno le deve tutto, dall’agricoltura fino alle scienze, dai ricoveri per i bisognosi fino ai templi progettati da Michelangelo e decorati da Raffaello. Era necessario dimostrare che nulla è più divino della sua morale, nulla è più amabile, più grandioso dei suoi dogmi, della sua dottrina e del suo culto. Si doveva dire che essa favorisce il genio, affina il gusto, sviluppa le passioni virtuose, dona vigore al pensiero, offre forme nobili allo scrittore, e stampi perfetti all’artista.

Vittorio Acerbi




giovedì 10 febbraio 2022

LA COMPARSATA (di Ascanio Ruschi)

In questi ultimi giorni ha suscitato un certo scalpore la “carrambata” televisiva di Papa Francesco, ospite del noto conduttore televisivo Fabio Fazio, epigono della migliore classe radical-chic italiana. Più che sui contenuti dell’intervista, il dibattito si è incentrato sul fatto che il papa sia stato ospitato ad un programma televisivo. Il papa, come qualcuno ha ironicamente (e acutamente) osservato, si è recato in udienza dal Fabio nazionale. D’altronde dopo Saviano e il Mago Forest, il papa non poteva mica essere da meno? E poi, vuoi mettere il gusto di partecipare ad una trasmissione che si chiama “Che tempo che fa”? Mai titolo fu più banale e ordinario…

E allora via all’intervista, annunziata a gran cassa come massimo esempio di umiltà e mitezza franceschiana. Un papa che si lascia intervistare da Fazio, dev’essere buono per forza, perché da Fazio si parla di buoni sentimenti, di ecologia, di rispetto, di immigrazione ed emarginazione. E papa Francesco allora ci sta come il cacio sui maccheroni (tanto per rimanere terra terra). E poi quale apertura mentale questo Santo Padre, che va ecumenicamente a parlare proprio da Fazio, dove la “valletta” Litizzetto non esita ad incalzare (e denigrare) la chiesa, ora sull’accoglienza degli immigrati, ora sulla questione dell’omosessualità. Non c’è che da rimanere stupiti (o sconcertati?).

Dunque, che avrà mai detto il Santo Padre in questa benedetta (si far per dire…) intervista? Il bello è che in realtà pare che nessuno l’abbia ascoltata. O quantomeno che nessuno abbia trovato il tempo per riportarne i contenuti. E per nessuno intendo i grandi media (Avvenire non conta… ho detto grandi media) che invece avevano fatto da cassa da risonanza dell’evento. Su internet si trova qualche articolo di critica, qualche sbavante incensazione, e poco altro. Qualcuno tenta di mettere in luce quanto detto dal regnante pontefice, in linea con quanto la chiesa da sempre esprime. Tuttavia i più hanno, correttamente, rilevato la peculiarità di un papa che va in televisione per essere intervistato. I contenuti dell’intervista, al pari degli altri eventi televisivi, sembrano essere già dimenticati il giorno dopo. Ciò che rimane, è appunto, il fatto.

Per non essere da meno, faccio anch’io coming out: l’intervista non l’ho vista né ascoltata. Avevo di meglio da fare (10 ore di sonno sono impareggiabili). Mi sono limitato a leggere qualche nota critica ex post, e qualche commento sagace ex ante. Ma allora, mi si opporrà, come fai a parlarne, non avendola vista? L’eccezione potrebbe sembrare anche puntuale, se non che parte da un errore di fondo: a nessuno interessa(va) cosa veramente avesse da dire papa Francesco. Quello che interessava, e in tal senso è stato messo in risalto, era la sua partecipazione al programma faziesco. Il messaggio, a ben vedere, risiedeva nella presenza stessa del pontefice al programma. Di quello che aveva da dire papa Francesco, aldilà di qualche frase banale riportata dai media (… la guerra è brutta), a nessuno interessava.

Una intervista ammantata di mistero (sarà in diretta o registrata? Il papa sarà collegato da remoto o andrà in studio?), annunziata urbi ot orbe quasi a voler alzare il livello di interesse per l’evento, evidentemente basso. Ed infatti, molto di più se ne è parlato prima, che dopo. A dimostrazione che dei contenuti (indipendentemente dal valore degli stessi) poco o nulla importasse. Il papa intervistato da un conduttore televisivo (peraltro su una rete televisiva un tempo nota come “teleKabul”) come un quisque de populo, ecco la novità, l’Evento (con la E rigorosamente maiuscola) quasi rivoluzionario. Il contenitore diventa contenuto. Il messaggio è dove vado, con chi parlo, non cosa dico.

Dunque, in tale prospettiva, anch’io sono assolutamente legittimato a parlarne, perché è sul piano comunicativo (e non religioso) che dev’essere inquadrato l’evento (con le e rigorosamente minuscola).

E il messaggio è semplice e chiaro: la figura del papa degradata a mero ospite televisivo, uno dei tanti. Siamo passati dal papa re al papa comparsa.

Il disegno è chiaro. La desacralizzazione della figura del papa e di conseguenza della Chiesa. Il che è certamente coerente con chi, da sempre, tesse le proprie trame per distruggere la Chiesa. E’ meno lecito, a ben vedere, se a farlo è il papa. La banalizzazione della figura del pontefice parrebbe costituire il leit motiv del pontificato di Bergoglio e dei suoi lacchè. A partire da quel “Buona sera”, proclamato solennemente dalla finestra nel marzo del 2013, alle telefonate a sorpresa a casa dei fedeli (forse concluse con un “Buon pranzo”?), le comparsate mediatiche del papa argentino hanno avuto un unico risultato (involontario?): sminuire la figura del papa, de-romanizzarlo, eliminarne ogni residuo di sacralità e trascendenza. Il papa è mostrato come uno di noi, uno del popolo, non più come re.

Ed ecco, coerentemente, il papa che invece di risiedere negli appartamenti vaticani, se ne va a dormire nella più umile domus Santa Marta. Eccolo a tavola con gli amici che ride e mangia spensierato: due bordolesi aperte e bottiglie d’acqua di plastica (ma la sua amica Greta che dirà?). Ecco il papa che da solo si porta la sua valigetta di pelle nera, come un qualsiasi agente di commercio (con tutto il rispetto per gli agenti di commercio). Ecco il papa che se ne va a comprare un disco di musica nel negozietto di quartiere, rigorosamente in cinquecento. Eccolo al negozio di ortopedia per comprarsi un bel paio di scarpe ortopediche (rigorosamente nere, che forse sono più eleganti…). Parrebbe quasi di aspettarselo la mattina a prendere il caffè al bar sotto casa: “A Francè allora, che lo voi semplice o macchiato?”, oppure dal salumiere (“Santo Padre sono due etti e trenta, che faccio lascio?”).

Tutto conduce alla farsa, alla riduzione a macchietta. Il papa sminuito a opinionista, la sua persona equiparata a quella di un cantante del momento. Oggi il papa, domani magari il dalai lama. Che differenza c’è? Trovo, a caso, su internet un titolo significativo: “A un Che tempo che fa 2021/22: anticipazioni puntata 6 febbraio 2022, ci sono Papa Francesco e Mahmood e Blanco”. Capito l’antifona? E allora che c’è di meglio per sentirsi alla pari, che ne so, di un Gigi Marzullo de noartri, di partecipare a Che tempo che fa? L’anno prossimo si spera San Remo…

Una quotidianità ostentata (e accuratamente documentata e propagandata), da cui ne esce una figura banalizzata, che sembra rifuggire da ogni sacralizzazione che lo status imporrebbe. Niente inchini e baci alle mani, via la pompa, cerimoniali ridotti all’osso. Il papa mostrato nella sua quotidianità per sminuirne la funzione sacrale e per accentuarne la quotidianità. Il papa inter pares con il pizzicagnolo e il rapper. Un papa che piace alla gente che piace.

Che poi, in tutta onestà, a qualcuno questa “carrambata” sembrerà normale, qualcun altro dirà, con fare snobista, che non c’è nulla da stupirsi. Qualcuno si sfregherà le mani… Ma a noi si stringe il cuore, e la rabbia è pari solo all’umiliazione che proviamo.

Un caro amico, anch’egli indignato, mi ha scritto un messaggio: “Il Papa va ospite da Fazio a dire che il male della Chiesa è lo spirito mondano… un vero paradosso!”.

Un banalissimo paradosso. Come questo pontificato.

 

Ascanio Ruschi

domenica 21 novembre 2021

HOTEL CONVENZIONATI al XXXIV CONVEGNO DELLA TRADIZIONE CATTOLICA (3-4-5 dicembre 2021)

 HOTEL CONVENZIONATI

 

Tutti i pasti si terranno presso l’Hotel Fortezza al costo, a persona, di Euro 25,00 a pasto.

 

Hotel Fortezza

(Civitella del Tronto – Corso Mazzini 26)

Tel. 0861/91321 – email: hotelfortezza@virgilio.it

Pernottamento con prima colazione inclusa:

Camera singola € 40,00 a notte

Camera doppia/matrimoniale € 50,00 a notte

Camera tripla € 60,00 a notte

Camera quadrupla € 70,00 a notte

 

Hotel Zunica 1880

(Civitella del Tronto – Piazza Filippi Pepe 14)

Tel. 0861/91319 – email: info@hotelzunica.it

Solo pernottamento con prima colazione inclusa

Singola/ Doppia Euro 99,00 a notte.

 

Hotel Miami

(Viale Vibrata, 2, Villa Lempa)

Tel. 0861 919183 – Email: info@hotelmiami.it

Solo pernottamento con prima colazione inclusa

Singola Euro 50,00 a notte

Doppia Euro 70,00 a notte

Tripla Euro 90,00 a notte

 

Hotel Ermocolle

(Civitella del Tronto -Via Provinciale – Frazione Ponzano)

Tel. 0861 91120 e 3296334662 – Email: info@hotelermocolle.it

Solo pernottamento

Per i prezzi si prega di contattare direttamente la struttura.

 

Per informazioni:

Pucci Cipriani 3339348056 – pucciovannetti@gmail.com

Ascanio Ruschi 349 4657869 – avv.ruschi@libero.it

 

NOTE IMPORTANTI

I giovani studenti che non abbiano superato il 27° anno di età, potranno usufruire di un trattamento di favore: per i tre giorni – pernottamento e consumazione pasti presso l’Hotel “Fortezza”, tutto compreso (cena e pernottamento del venerdì – prima colazione, pranzo, cena e pernottamento del sabato, prima colazione e pranzo della domenica + biglietto per la visita al Museo della Rocca) a soli 75,00 Euro. In tal caso la prenotazione non va fatta in albergo ma direttamente a avv.ruschi@libero.it tel. 3494657869 o a pucciovannetti@gmail.com tel. 3339348056

 Tutti coloro che non rientrino nella categoria dovranno prenotarsi direttamente agli alberghi – grati se vorranno comunicare anche a noi la loro presenza – tenendo presente che i lavori del Convegno si svolgeranno all’Hotel Fortezza e presso la Sala Consiliare del Comune di Civitella.

I libri possono essere messi in vendita dall’Editore Solfanelli e dalla Fraternità San Pio X. Per vendita oggettistica o altro va richiesto il permesso.


Per accedere al Convegno occorre il tampone e maschera

secondo le vigenti leggi anti Covid.

sabato 20 novembre 2021

XXXIV CONVEGNO DELLA TRADIZIONE CATTOLICA (3-4-5 dicembre 2021)

 PROGRAMMA

 

Venerdì 3 dicembre 2021 (Hotel Fortezza)

Ore 18,30 - S. Messa in rito romano antico “Ad memoriam” di Alessandro N. Giunti, Conte Giovanni Vannicelli Casoni, Marchese Francesco Dal Pozzo d’Annone

Ore 21,40 - Via Crucis con le fiaccole per le vie della “Fedelissima” Civitella del Tronto

Ore 23:00 - Solenne benedizione con la croce nella piazza di Civitella.

 

Sabato 4 dicembre 2021 (Hotel Fortezza e Sala Consiliare del Comune di Civitella)

Ore 9:00 - S. Messa in rito romano antico “Ad memoriam” di tutti i defunti dei partecipanti al Convegno.

Ore 10:00 - Inizio lavori con il canto del “Salve Regina”

Ore 13:00 - Fine lavori.

Ore 15,30 - Inizio dei lavori

Ore 20:00 - Termine dei lavori con il canto del “Credo”

 

Domenica 5 dicembre 2021 (Hotel Fortezza – Rocca della “Fedelissima”)

Ore 10:00 - S. Messa solenne in rito romano antico “Ad memoriam” dei Martiri della Tradizione.

Ore 11:30 - Partenza della processione verso la Rocca con recita del S. Rosario. Nella Piazzaforte della Fortezza Alzabandiera con il canto del “Christus vincit” ricordo dei Caduti della Tradizione (Ascanio Ruschi). Saluto alla voce (Pucci Cipriani) presso la Chiesa di S. Jacopo alla Rocca benedizione con recita del “De Profundis” del Sacello contenente le spoglie dei soldati caduti in difesa di Civitella.

Ore 12:30 - Visita alla Rocca e al museo di Civitella del Tronto

Ore 13:30 - Riunione conviviale e Arrivederci al marzo 2022.

L’Assistenza spirituale per le tre giornate (celebrazione S. Messa, confessioni, guida della Via Crucis e della Processione) è affidata al M.R. don Gabriele D’Avino della FSSPX


Per accedere al Convegno occorre il tampone e maschera

secondo le vigenti leggi anti Covid.