sabato 27 giugno 2020

La nobile Destra (di Giovanni Tortelli)


La nobile Destra

Nati per combattere, dalla “Sapienza” a “Regina Coeli” (Tabula fati, Chieti 2020), di Duilio Marchesini e Giancarlo Scafidi, è il romanzo-verità che dovrebbe essere letto e divulgato soprattutto fra le nuove generazioni per la grande carica educativa che va oltre il resoconto degli scontri di piazza iniziati nel fatidico ’68. Si tratta della ristampa di un libro che ebbe nel recente passato una grande accoglienza, ma solo per i pochi che erano a conoscenza degli avvenimenti e delle qualità dei loro Autori.
Era l’epoca degli scontri fra studenti di Destra e di Sinistra per l’occupazione di questa o quell’aula universitaria; per un’incursione nel ritrovo (“covo”) degli uni o degli altri; per il primato degli uni o degli altri nella conquista di un muro o di una lavagna da usare come sito di pubblica comunicazione politica.
Era l’epoca in cui gli studenti «contestatori» venivano alimentati nelle aule universitarie e scolastiche da maestri e pensatori engagés, impegnati in una feroce lotta atea e laicista contro il «sistema» personificato nelle istituzioni, prima fra tutte la scuola e poi lo Stato, la famiglia, la Chiesa.
Gli studenti traducevano poi il veleno ricevuto in slogan che facilmente si trasformavano in atti e fatti fisici anche pericolosi.
La generazione che li ha vissuti li ricorda come una serie di battaglie di una guerra infinita fatta anche di morti e feriti nel nome di opposte ideologie.
Ma il discorso si fa diverso con Marchesini e Scafidi e il loro gruppo di allora: questo manipolo di studenti e di neolaureati pensava e agiva oltre le ideologie, e con straordinaria preveggenza aveva intuito che il nulla che avanzava con le ideologie marxiste (si parlava allora, a Sinistra, di marxismo, di leninismo, di trotzkismo, di castrismo, ogni strada verso il nulla era buona) era prima morale e poi politico e che in questo processo di dissoluzione anche la Chiesa del Vaticano II aveva le sue grandi responsabilità.
Tutto si è avverato. Il decennio successivo portò la legge sul divorzio, e poi quella sull’aborto, e con esse si avviò il processo di dissoluzione progressiva della famiglia, dei valori patriarcali e gerarchici in genere. In concomitanza, o forse anche un po’ prima, l’effetto dissolvente del Concilio aveva colpito la Chiesa nella sua liturgia, nella sua ecclesiologia e nel suo magistero, dal cattolicesimo si transitava lentamente, quasi senza accorgersene, al simil-protestantesimo e alla chiesa ambientalista-neoterica di oggi.
Duilio Marchesini è venuto a mancare nel gennaio di quest’anno ma il messaggio che ci ha lasciato insieme all’amico Scafidi è che quegli scontri di piazza segnavano il principio della regressione a una non-civiltà, a un caos istituzionale e familiare incontrollabile, dagli sviluppi estremamente pericolosi soprattutto sotto il profilo della deriva morale da una parte, e religiosa dall’altra.

Nati per combattere affronta in una prima parte il resoconto minuzioso e avvincente di quegli anni di scontri politici, che segnarono per sempre quei ragazzi di allora imprimendo loro una memoria quasi fotografica di luoghi, date, nomi degli avversari. Una memoria che in certe pagine sa anche di rimpianto, forse perché gli antagonisti di allora si ritrovavano oggi in posizioni obliate, magari di rilievo, di fortuna sociale, come se la gran parte di loro avesse perduto quella sorta di innocenza antica che accomunava tutti gli studenti di allora, destri e sinistri, cioè quello di essere scesi in piazza, nelle strade, nelle facoltà e di non aver avuto paura dell’azione politica vera e propria, quella di fatto.
Il «di più» di Marchesini e Scafidi e dei loro amici, o per meglio dire commilitoni, era la fede: come per il cavaliere antico la fede era lo scudo, così per Marchesini e Scafidi e gli altri la fede è stata lo scudo che li ha accompagnati anche nelle vicende di piazza, tanto che molte di quelle imprese furono determinate dall’esigenza di ribadire o far rispettare presso tutti quei principi e segni di fede che venivano comunemente calpestati, come i crocifissi delle aule frantumati in odo del cattolicesimo.
Non era certo comune trovare in quei tempi un gruppo di amici sodali nell’azione ma ancor più uniti nella preghiera. Perciò l’analogia con la cavalleria medievale mi è sembrata la più consona a definirli e ad apprezzare ancor di più la loro coerenza d’azione.
Una coerenza che li ha portati a salire più volte “i tre gradini” di Regina Coeli – indice di romanità – scrivono gli Autori: ed indice di grande nobiltà, aggiungo, poiché quei gradini, sia Marchesini che Scafidi li salirono e li ridiscesero più e più volte ma sempre per motivi politici che mai erano scissi da rivendicazioni di carattere fideistico-religioso.
Tutta la parte centrale del romanzo è dedicata a una di queste detenzioni, e al modo in cui i due amici per la pelle la affrontarono: l’affidamento al Signore e alla Vergine al loro ingresso nelle celle, le lezioni che subirono e gli insegnamenti che seppero dare agli altri detenuti, ma anche alle stesse guardie carcerarie; la figura altrettanto nobile e degna del cappellano del carcere; i tre fraticelli della ilare Chiesa conciliare anch’essi detenuti a vario titolo e subito “rieducati” al rito romano tradizionale dai due amici; lo scontro coi boss di Regina Coeli; la droga e la corruzione imperversanti in tutti i bracci del carcere romano, come del resto in ogni altro carcere; l’oltraggio all’altare della Messa di Regina Coeli durante una rivolta dei detenuti e l’intransigente difesa da parte dei due; l’incontro in carcere col Sottosegretario alla Giustizia del tempo, voluto e stimolato dai due amici incarcerati al fine di ottenere un miglioramento delle condizioni di tutti.
Ma soprattutto vi si trovano alcune bellissime pagine dedicate alla riflessione su passi del Vangelo di Giovanni svolte dai due poveri carcerati in una indimenticabile gelida notte a Regina Coeli dopo esser passati dall’inferno della cella di punizione, in un quadro di grande misticismo che rivestiva questi due giovani amici come il saio dei monaci-soldati medievali.
In generale, si trovano in questo romanzo tutti gli elementi per una riflessione sulla società e sulla politica di quegli anni ma mai in svolta in modo da appesantire un racconto che si mantiene sempre agile ed allegro, anche nei momenti in cui si racconta della privazione del bene più grande per un uomo, della libertà, sia quella di pensiero che quella fisica. Per questi motivi, il racconto di Marchesini e di Scafidi non correrà mai il pericolo di essere datato, perché lega il contingente all’Assoluto e il frutto è quell’esperienza storico-mistica che fa dei due amici i due protagonisti di una storia vera e appassionante, da leggere d’un fiato, e insieme di una storia autentica del ritrovarsi comune in Dio.
Perciò mi sento di dire che questo romanzo lascia una traccia profonda, tanto più ora che Duilio Marchesini - il “cazzotto di Dio” come veniva allora chiamato, ma anche professore due volte laureato, cattolico tradizionalista, artista, scrittore, membro dell’Opus Dei – ci ha lasciato, ed ha lasciato all’amico Giancarlo Scafidi il compito di continuare a testimoniare forse in un mondo ancora più duro, più spietatamente laico e più pericoloso dei romantici anni Settanta.

Giovanni Tortelli

martedì 2 giugno 2020

ZITTI TUTTI COL BAVAGLIO ARCOBALENO (di Filippo Bianchi)

Mozione contro i disegni di legge Boldrini, Scalfarotto, Zan e simili

Sono stati proposti vari disegni di legge, cosiddetti "contro l'omo/transfobia", ciascuno dei quali con i seguenti primi firmatari Boldrini (LeU), Scalfarotto (PD), Zan (PD), Pierantoni (M5S) e Bartolozzi (FI). Tali disegni però si rivelano essere in realtà dei "bavagli arcobaleno" per censurare la libertà di pensiero e punire con aggravanti penali comportamenti indefiniti, potrebbero essere considerate infatti "discriminazioni" o comportamenti a sfondo omotransfobico, per esempio, sostenere che la sodomia sia un comportamento contro-natura, piuttosto che il fatto che un figlio abbia diritto a crescere con un padre ed una madre o che le unioni tra persone dello stesso non possano essere equiparate a quelle naturali.
Queste proposte di legge, portate avanti dal "progressismo" rivoluzionario, dalla lobby "LGBT", dalle Istituzioni dell'Unione Europea, e recentemente sponsorizzate anche dal presidente della Repubblica Mattarella, e dal presidente del Consiglio Conte, mirano a modificare in particolare gli articoli 604 bis e ter del Codice Penale, con finalità diverse da quelle dichiarate.   
I proponenti sostengono che le norme invocate intendono semplicemente tutelare le persone che si definiscono non eterosessuali dalla violenza e dalla discriminazione, ma in realtà le proposte presentano gravissime criticità e pericoli, e sono sostanzialmente inutili rispetto agli scopi dichiarati, poiché il nostro ordinamento giuridico prevede già delle tutele dalla violenza o dagli atti lesivi per tutti i cittadini. Nel nostro Paese poi non esiste alcuna emergenza omotransfobia secondo OSCE, OSCAD e UNAR ed inoltre il ricorso a termini ambigui, ampi e imprecisi come omofobia e transfobia, per definire fattispecie di reato, contraddice gli stessi principi fondamentali del diritto penale, come il principio di tassatività e determinatezza. Tra l'altro le fobie sono disturbi psichici definibili come «paure intense, esagerate, immotivate per situazioni, oggetti o azioni che il soggetto prova nonostante spesso non ne capisca la ragione. […] Il fobico posto a contatto con lo stimolo specifico temuto presenta in genere vere e proprie crisi d’ansia più o meno intense e paralizzanti», e pertanto in questo contesto è opportuno parlare di atteggiamenti negativi e non utilizzare strumentalmente il termine "fobia". L’espressione di opinioni, principi etici, convincimenti religiosi riguardanti la moralità o naturalità di tendenze e pratiche sessuali, e le azioni di individui o di associazioni che si ispirano a quei convincimenti, rischiano di essere interpretati come istigazione alla discriminazione omotransfobica. Infatti, il concetto di omotransfobia rinvia ad una impostazione culturale per la quale il dissenso rispetto alle rivendicazioni dell'attivismo “LGBTQ…” è segno di pregiudizio omotransfobico. Quindi qualsiasi atteggiamento differenziato o sgradito nei confronti di un attivista o altro esponente “LGBT”, eventualmente basato su profondi convincimenti religiosi o filosofici (ad esempio, rivolgersi ad una persona cosiddetta transgender adoperando pronomi coerenti con il suo sesso biologico), potrebbe essere considerato come “atto di discriminazione omotransfobico”. Il pericolo costituito da tali disegni di legge è che essi finiscano con l’introdurre nel nostro Paese il divieto di esprimere qualsiasi parere od opinione su aspetti delicati della vita umana e che migliaia di cittadini, di madri e padri di famiglia, di associazioni, vengano denunciati, perseguiti a livello giudiziario o persino condannati alla reclusione a causa di posizioni in favore della famiglia naturale, della complementarietà dei sessi, della non fluidità dell’identità sessuale. Le proposte di legge anti omotransfobia si rivelano quindi contrarie anche agli artt. 18, 19 e 21 della Costituzione italiana. addirittura pensate che in Spagna, sulla base di una legge analoga, il cardinale ed arcivescovo Sebastian Aguilar, è stato incriminato per il semplice fatto di aver esposto il Catechismo della Chiesa Cattolica in tema di sessualità, come successivamente toccato all’arcivescovo e cardinale Antonio Cañizares Llovera, per aver criticato l’ideologia di genere.
Abbiamo presentato una mozione (consultabile cliccando qui) per impegnare il Sindaco e la Giunta di Bergamo ad attivarsi, presso il Governo ed il Parlamento italiani, affinché vengano respinte le proposte di legge penale di contrasto alla cosiddetta omotransfobia o relative all’orientamento sessuale e all’identità sessuale o di genere.  
Si invitano i Consiglieri comunali e regionali a presentare simili mozioni, in modo da attuare una resistenza ed accendere il dibattito pubblico sull'argomento.


Filippo Bianchi
Consigliere comunale di Bergamo
Gruppo Lega




Comune di Bergamo
Piazza Matteotti, 27
24122 Bergamo (BG)

facebook: facebook.com/FilippoBianchiLega/

lunedì 1 giugno 2020

Contro l’abominevole battaglia per incentivare l’aborto con il pretesto della pandemia

Cari fratelli in Cristo,

durante questo periodo di epidemia le organizzazioni progressiste internazionali ed alcuni personaggi pubblici italiani, stanno purtroppo facendo pressione presso le nostre Istituzioni affinché, dietro la falsa scusa della presunta compromissione del diritto di scelta della donna, l'abominevole crimine dell'aborto sia ulteriormente implementato. L'aborto è omicidio, come sancito dal Catechismo della Chiesa Cattolica ed anche dal Codice Penale, tuttavia esso è stato - solo in talune circostanze - ingiustamente legalizzato dal Parlamento italiano con la legge 194/78, con un pugno di voti dei traditori del fronte antiabortista. Oltretutto tale legge criminale è stata anche utilizzata estensivamente poiché i punti previsti per eliminare le cause dell'aborto sono stati completamente disattesi, e in Italia ci troviamo in una gravissima situazione di controllo delle nascite. Adesso con l'aborto chimico, attraverso dei veri e propri pericolosissimi pesticidi umani, si vogliono implementare ulteriormente le pratiche abortive portando l'aborto nella dimensione domestica e privata, in contraddizione anche con la iniqua legge 194.
A tal proposito abbiamo aderito, assieme ad oltre sessanta sigle, al comunicato di seguito che Vi prego di leggere con attenzione, integralmente consultabile anche sul sito Soldati del Re.

In Cordibus Jesu et Mariae

Maria Luisa Gonzaga di Vescovato




Contro l’abominevole battaglia per incentivare l’aborto con il pretesto della pandemia
Comunicato indirizzato al Governo italiano

22 aprile 2020


In questo momento di emergenza sanitaria è in corso un abominevole attacco alla vita da parte di alcune associazioni abortiste, quali Non una di meno, LAIGA, Pro-Choice, AMICA, Vita di Donna Onlus, la CGIL, diverse ONG internazionali, tra cui Amnesty International, Human Right Watch e la rete europea di Planned Parenthood, oltre che da politici di sinistra, in primis Roberto Saviano, Laura Boldrini, Valeria Fedeli, Livia Turco, Marco Cappato, nonchè personaggi dello spettacolo e intellettuali legati all’ideologia progressista radicale. Costoro, col pretesto degli ospedali saturi a causa del Covid19, mirano a modificare le linee guida per la somministrazione della pillola abortiva Ru486. In pratica vorrebbero, con provvedimenti regionali, de-ospedalizzare l'aborto farmacologico che attualmente prevede tre giorni di ricovero, autorizzando la procedura nei consultori e negli ambulatori e spostando il limite per la somministrazione dalle 7 settimane di gravidanza attuali a 9. Ricordiamo che la Ru486 non è propriamente un farmaco ma un pesticida umano, in quanto non cura nulla, visto che la gravidanza non è una malattia, ma sopprime bambini nel grembo materno. Non solo, ma è un dispositivo a due fasi: La madre, quindi, in un consultorio o in un ambulatorio prenderà la prima pillola che ucciderà suo figlio nel grembo e le verrà consegnata l’altra pillola che assumerà a casa e le farà espellere il bambino. Ma come? I radicali e la Bonino non avevano combattuto estenuanti battaglie per far terminare gli aborti in casa che causavano la morte anche delle mamme? E adesso invece chiedono un ritorno al passato? Questi esperti da divano, si rendono conto di quanto sia pericolosa per la salute delle donne la pillola Ru486? Ferma restando la condanna di ogni tipo di aborto, analizziamo nel dettaglio i vari aspetti della questione. Il primo aspetto riguarda l’idea di incrementare il ritorno al privato, alla clandestinità, all’aborto fai-da-te, aumentando il peso psicologico nell’assumere la pillola abortiva, addirittura contro la stessa idea con cui il fronte abortista spinse i legislatori dell’epoca a redigere l’iniqua legge 194/78, con l’apparente intento di socializzare il problema dell’aborto e di sottrarlo alla clandestinità. Ci rendiamo dunque conto che tale obiettivo costituiva un mero specchietto per le allodole al fine di far approvare una legge che un giorno avrebbe permesso loro di richiedere proprio l’aborto fai-da-te che in principio rigettavano. Il secondo aspetto riguarda i rischi connessi all’assunzione di Ru486. La mortalità causata dalla Ru486 è 10 volte superiore all’aborto chirurgico (New England Journal 2005). Le morti finora accertate per aborto chimico da Ru486 sono 40, di cui una avvenuta all’Ospedale Martini di Torino. Dopo l’espulsione del suo bambino la donna potrebbe inoltre incorrere in spotting e sanguinamenti per diverse settimane. I sanguinamenti si concludono, in media, nell’arco di 9-16 giorni. L’8% delle donne sanguina per più di 30 giorni e l’1% richiede ricovero in ospedale a causa delle eccessive emorragie. Talvolta, a causa del fallimento della procedura medica abortiva, si deve ricorrere all’aborto chirurgico. I fallimenti sono del 5% a 7 settimane di gravidanza; a 8 settimane sale il tasso di insuccesso, 8%. A 9 settimane si sale al 10%, (come si può vedere il rischio di eventi avversi cresce con l’avanzare della gravidanza). Altri effetti collaterali dell’aborto chimico sono dolori addominali, nausea, vomito, diarrea, cefalea. Tra le cause di morte associate all’assunzione della Ru486 ci sono infezioni batteriche letali: quella da Clostridium Sordellii, da Clostridium Septicum, da Clostridium Perfringens e da Streptococco. Il terzo aspetto riguarda il fatto che chi abortisce a casa con la pillola Ru486 ed ha una metrorragia abbondante o un aborto incompleto deve correre subito al Pronto Soccorso per la revisione della cavità uterina. Ciò non solo comporterà (aggravati) i rischi di contagio per il Covid-19 che si volevano pretestuosamente evitare, ma anche la violazione dei diritti basilari all’obiezione di coscienza garantiti dalla stessa legge 194. Il quarto aspetto riguarda le conseguenze psicologiche a cominciare dal grande senso di colpa dovuto al fatto che la mamma fa tutto da sola. E’ lei stessa che ingoia la pillola che ucciderà il suo bambino. E’ lei che deve vivere nell’attesa della sua espulsione. E’ lei che (come riportato dal British Medical Journal, nel 56% dei casi) vede l’embrione espulso, che ha già una fisionomia umana ben distinguibile. Per questo i sintomi della Sindrome Post Aborto si evidenziano fin da subito, con incubi, ricordi e pensieri intrusivi legati all’esperienza vissuta, compreso l’aumento dei tentativi di suicidio. Il quinto aspetto riguarda il fatto che con l’aborto chimico tramite Ru486 viene bypassato l’obbligo previsto dalla legge 194/78 dei 7 giorni di riflessione, dopo che alla mamma viene consegnato il certificato di aborto. Infatti con l’aborto chimico tramite Ru486 diviene più complicato rispettare i tempi di legge che impongono una settimana di attesa tra il nulla osta rilasciato dal primo medico e l'atto materiale dell'aborto procurato. L'aborto chimico può essere praticato entro un termine piuttosto stretto, pari a 63 giorni di amenorrea, cioè dall'ultima mestruazione. Questo significa che, considerando che la donna solitamente scopre di essere incinta dopo 33 giorni dall'ultima mestruazione, ne restano altri 30 per praticare l'aborto chimico. Sottraendo la settimana di attesa imposta dalla legge 194/78, risulta che dal momento in cui la donna scopre di essere incinta, ha circa 20 giorni di tempo abortire con la Ru486. Tempi così stretti potrebbero indurre il medico alla tentazione di forzare la procedura o dichiarando con un falso ideologico e materiale la sussistenza di una urgenza al solo scopo di non dover rispettare la settimana di attesa, oppure a sforare il limite del 63° giorno della scheda tecnica, tanto è vero che le attuali proposte vanno proprio nella sciagurata direzione di aggiungere altre due settimane al termine in cui si può usare il mifepristone (Ru486). Il sesto e ultimo aspetto riguarda il fatto che una volta che si porta l’aborto chimico a domicilio, la mamma, che spesso si pente della decisione intrapresa, non ha più la possibilità di tornare indietro. C’è un metodo che si chiama: Abortion Pill Rescue, messo in pratica da una rete di professionisti sanitari, tramite il quale è possibile contrastare gli effetti della pillola abortiva. Il medico George Delgado, fondatore di Abortion Pill Rescue, ha pubblicato nei primi mesi del 2018 uno studio con altri sei specialisti, in cui spiega che la procedura abortiva a base di mifepristone è stata bloccata e invertita con successo nel 64% dei casi, attraverso la somministrazione intramuscolare di progesterone e nel 68% dei casi somministrandolo per via orale, concludendo che l’uso a tale scopo del progesterone si è rivelato «sicuro ed efficace». E’ evidente che questa procedura di emergenza non sarà praticabile nel caso di aborto farmacologico a domicilio. E’ quindi vergognoso e abominevole che proprio nell’ora del massimo sforzo per arginare una pericolosa epidemia e salvaguardare quante più vite possibili, ci si accanisca perché migliaia di bambini non vedano la luce. La richiesta delle realtà abortiste e radicali per liberalizzare ulteriormente l’IVG e sdoganare l’aborto farmacologico e casalingo appare ancora più paradossale e squallida di fronte all’eroismo di tanti medici (a metà aprile sono più di 110) e personale infermieristico che hanno perso la vita per curare persone ammalate di Covid-19. Siamo sottoposti a una manipolazione mediatica e psicosociale, che pretende di garantire i diritti delle donne, senza tutelarne la salute fisica e psicologica, ma preferendo occultare la sciagura dell’aborto, confinandolo nel privato delle mura domestiche, lavandosi doppiamente le mani dalla tragedia, che coinvolge due esseri umani: il bimbo e sua madre.


1. Ora et Labora in difesa della Vita
2. Famiglia Domani
3. Confederazione dei Triarii
4. TeleMaria
5. Movimento con Cristo per la Vita Ancona
6. Nova Civilitas
7. Associazione Tradizione Famiglia Proprietà
8. Himmel Associazione
9. Comitato Beato Miguel Agustin Pro sacerdote e martire
10. Popolo della Famiglia
11. Gruppo Apostoli del Cuore Immacolato di Maria
12. Militia Christi
13. Associazione culturale Katyn
14. Progetto Angelica ProVita
15. Città e Famiglia
16. Universitari per la Vita
17. Via Verità e Vita
18. Comitato Famiglia e Vita
19. Congregazione Templari di San Bernardo, Priorato Cattolico d'Italia
20. BranCo branca comunitaria ONLUS
21. Associazione di Psicologi e Psicoterapeuti Nostra Signora di Guadalupe
22. UGC Pavia
23. Sodalizio Pio XII Pavia
24. Amicizia San Benedetto Brixia
25. Sicilia Risvegli Onlus
26. Movimento con Cristo per la Vita
27. Movimento mariano “Regina dell’Amore”
28. Associazione Nazaret il Germoglio dei Figli del Divino Amore onlus
29. Figli del Divino Amore
30. Noi per la Famiglia
31. Gruppo divina misericordia di Cerveteri
32. Divina Provvidenza di Genova
33. … lega con noi …
34. Famiglie Numerose Cattoliche
35. Caritas in Veritate
36. Giuristi per la Vita
37. Presidenza Nazionale Unione Cattolica Farmacisti Italiani all’unanimità
38. Centro di aiuto alla vita "Santa Gianna Beretta Molla " di Cava de' Tirreni (SA)
39. Fondazione Novae Terrae
40. Movimento per la Vita Val Cavallina
41. Associazione LIFE - Libertà Famiglia Educazione
42. Forza Nuova
43. Club Forza Silvio Modena Libera
44. Brescia Veritas
45. FattiSentire.org Bologna
46. Movimento per la Vita Bergamo
47. Servizio di aiuto alla Vita di Cavezzo
48. “Padre Gabriele” Associazione Onlus
49. Associazione Camelot
50. Comunione Tradizionale
51. Soldati del Re
52. Controrivoluzione
53. Italia Cristiana
54. Umanitaria Padana Onlus
55. Pro Vita & Famiglia
56. CAV di Loreto ”L’ascolto"
57. Movimento per la Vita di Fano
58. Movimento per la Vita di Biella
59. Federvita Piemonte
60. Movimento per la Vita di Venezia Mestre- Odv
61. Centro di aiuto alla Vita - via Sesia 20, Torino
62. Centro di aiuto alla Vita di Ragusa
63. Gruppo Santa Maria Apparente Civitanova Marche
64. Centro di Aiuto alla Vita Santa Gianna Beretta Molla di Santena e dintorni
65. Liberi e Forti Bergamo
66. Iustitia e Veritate


Caritas in Veritate Bergamo
Per la Dottrina sociale della Chiesa

Mail: caritasveritatebergamo@gmail.com
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Youtube: Caritas in Veritate Bergamo



Principessa Gonzaga di Vescovato, Pucci Cipriani e Filippo Bianchi